La socializzazione emozionale: una breve introduzione teorica

La cultura emozionale di una società non è innata, è un processo fondamentale per la crescita delle persone come attori sociali emozionalmente competenti, cioè preparati a sostenere ruoli anche emotivamente adeguati alle situazioni.


Obiettivo di queste brevi note è un’introduzione teorica al concetto di “socializzazione emozionale”. La socializzazione tout court è un tema rilevante della sociologia sin dai classici della disciplina: Émile Durkheim, il primo a utilizzarne il concetto in modo piuttosto preciso[1], la definiva sostanzialmente, in termini che possiamo considerare ancora attuali, come «un processo attraverso il quale la giovane generazione apprende dalla precedente modi di pensare, sentire, orientamenti all’azione, ossia norme, regole e valori socialmente diffusi»[2]. Nella storia del pensiero sociologico, gli studi sulla socializzazione hanno fatto registrare, essenzialmente, due diversi approcci: il primo (con lo stesso Durkheim e Parsons quali classici di riferimento) ne ha fortemente privilegiato l’aspetto della “interiorizzazione” di norme e valori in una prospettiva di condizionamento della cultura sull’individuo che ha fatto criticamente parlare di una concezione “ultrasocializzata” dell’uomo; il secondo (col padre dell’interazionismo simbolico Mead quale classico di riferimento) ha posto l’accento sull’idea, decisamente meno deterministica, della socializzazione come “apprendimento” attraverso la concreta interazione con gli altri. Il primo è stato l’approccio a lungo prevalente, ma verso la fine degli anni sessanta del secolo scorso, da un lato, la sociologia fenomenologica di Berger e Luckmann ha dato vita a una prospettiva teorica che ha cercato una via mediana tra i due approcci più tradizionali[3], dall’altro, sul più concreto piano delle ricerche sulla socializzazione, si è assistito a un sempre maggiore riconoscimento dell’aspetto dell’apprendimento (e della interazione) rispetto a quello della interiorizzazione[4].

Non è questo, naturalmente, il luogo per approfondire la nozione di socializzazione[5]. Mi limito a osservare che, se non c’è manuale di sociologia che non le riservi uno spazio più o meno rilevante, anche i più autorevoli, almeno in Italia[6][7], non fanno cenno alla socializzazione emozionale.

Cosa è, dunque, quest’ultima? Per definirla, è necessario fare preliminarmente riferimento a un concetto cardine di uno dei principali approcci della sociologia delle emozioni, quello drammaturgico-culturale[8]: il concetto di “cultura emozionale”. La sua più organica formulazione si deve a uno dei maggiori esponenti di tale approccio, Steven Gordon[9], secondo cui la cultura emozionale di una società, che si manifesta non solo nel linguaggio ma in ogni sua componente (culturale), dai rituali quotidiani alle espressioni artistiche, dalle pubblicazioni scientifiche ai testi religiosi sino ai libri di consigli, è costituita dall’insieme del lessico, delle credenze e delle regole emozionali: in ogni società, esistono parole per esprimere le emozioni, credenze che le riguardano (ad esempio, “il vero amore dura tutta la vita” oppure “la felicità è un valore e in quanto tale andrebbe liberamente espressa”) e norme sulle emozioni (ad esempio, “a un funerale bisogna sentirsi tristi”)[10].

Naturalmente, la cultura emozionale di una società non è innata. La “socializzazione emozionale” è, dunque, il processo attraverso il quale gli individui la acquisiscono; un processo fondamentale, come si può intuire, per la crescita delle persone come attori sociali emozionalmente competenti, cioè preparati a sostenere ruoli anche emotivamente adeguati alle situazioni.

Anzitutto, la socializzazione emozionale rientra nella socializzazione tour court (concettualmente ne costituisce una nozione di specie); partire, come qui si è fatto, dalla cultura emozionale per delinearne il concetto, non significa quindi postulare un primato della prospettiva della “interiorizzazione” su quella della “interazione/ apprendimento”: durante la socializzazione emozionale, che è un processo lungo e certamente non limitato ai primi anni di vita, sono molto importanti, infatti, le concrete interazioni e quindi anche un apprendimento attivo (e in qualche misura personale) della cultura emozionale.

Più specificamente, la socializzazione emozionale è condizionata sia da agenti esterni che da fattori interni alla persona[11]. Quanto ai primi, le costruzioni cognitive di un bambino circa le emozioni sono influenzate da diversi fattori, quali la sua posizione entro la struttura sociale e il numero di persone che egli ha modo di frequentare[12]. Si noti qui l’appena segnalata specificità, e non diversità, della socializzazione emozionale rispetto alla socializzazione tout court: è stato, ad esempio, già largamente acquisito dagli studi su quest’ultima che valori quali la creatività e la curiosità sono maggiormente trasmessi da genitori appartenenti alla classe media esercitanti una professione intellettuale, mentre valori come la disciplina e l’obbedienza all’autorità sono maggiormente trasmessi all’interno di famiglie operaie da genitori che lavorano in ambienti gerarchici, routinari e più impegnativi dal punto di vista fisico[13]. Per “posizione entro la struttura sociale” non deve intendersi soltanto la classe sociale di appartenenza, ma anche, ad esempio, il genere: si impara sin da piccoli che la rabbia è una emozione “consentita” agli uomini più che alle donne e che a queste ultime è invece maggiormente richiesta la qualità emotiva della “empatia”; e qui siamo, come si vede, nel più specifico ambito della socializzazione emozionale. Quanto alle persone frequentate, basti dire che, se ha modo di interagire con soggetti socializzanti ulteriori e diversi dai genitori (maestre d’asilo, baby-sitter e così via), un bambino non potrà che acquisire una più larga gamma di modelli di esperienza emozionale.

Come anticipato, la socializzazione emozionale è condizionata anche da fattori interni alla persona. Ora, esistono persone che vedono il loro self più reale e profondo “radicato” nel comportamento istituzionale/normativo e altre che lo vedono invece nel comportamento impulsivo (e talvolta contro-normativo); le prime si sentono realizzate rispettando le norme, le seconde facendo prevalere la loro spontaneità/impulsività anche quando essa porta a disattendere le aspettative normative[14]. Approfondendo ciò sul terreno emozionale, Steven Gordon[15] afferma che la prima tipologia di persone tenderà a controllare le emozioni (attraverso il cd. “lavoro emozionale”), e si impegnerà anzi per imparare a farlo, mentre la seconda tenderà a esprimerle sempre e comunque, considerando decisamente meno importante il “controllo emozionale”; ad esempio, chi ha un orientamento (o “self-locus”) istituzionale tenderà a reprimere la rabbia anche quando il suo capo lo critichi ingiustamente, mentre un lavoratore con un orientamento impulsivo tenderà a reagire in modo apertamente, e magari sproporzionalmente, arrabbiato. In entrambi casi, è comportandosi secondo il proprio orientamento che le persone avvertiranno il proprio self come pienamente realizzato. E’ per ciò che la stessa emozione può avere differenti significati a seconda dell’orientamento di ciascuno. I significati che le emozioni hanno per le persone dipendono, quindi, anche dal loro “self-locus”; chi ha un orientamento istituzionale considererà la rabbia eventualmente provata come una caduta di umore e come un tradimento del proprio self, oltre che come una manifestazione contraria alle norme societarie e culturali; in capo a chi ha un orientamento impulsivo la rabbia procurerà, invece, una sensazione di piacere per quel senso di libertà rispetto alle norme societarie che essa ha sostanzialmente rappresentato. Gordon evidenzia, inoltre, che chi ha un orientamento impulsivo tenderà a socializzarsi (emozionalmente) enfatizzando le emozioni primarie, vale a dire rabbia, paura, felicità, sorpresa, disgusto, tristezza, per cui il suo vocabolario emozionale sarà più ristretto rispetto a chi ha un orientamento istituzionale, il quale è più probabile che si concentri anche su sentimenti sociali culturalmente elaborati come, ad esempio, l’amore.

Quanto appena delineato costituisce una ricostruzione chiaramente sintetica e anzi incompleta: si pensi ad altri concetti strettamente legati alla cultura emozionale e socializzazione emozionale quale, oltre al già accennato “lavoro emozionale”, la “devianza emozionale”, che si verifica quando una persona non si allinea emotivamente, in una determinata situazione, alle aspettative socio-culturali di una società15. Nondimeno, il contributo che la sociologia (delle emozioni) può specificamente16 fornire, in particolare a livello di ricerca empirica, appartiene soprattutto al futuro della disciplina17.

Docente a contratto di Sociologia dei processi culturali,  Università degli Studi di Bari “Aldo Moro”.
Si occupa, in particolare, di storia del pensiero sociologico e di sociologia delle emozioni.

of Emotions: Original Essays and Research Papers, Greenwich 1989, pp. 115-135. 15 Sulla devianza emozionale si veda, ad es., P.A. Thoits, Devianza emozionale: futuri obiettivi della ricerca, in G. Turnaturi, a cura di, op. cit., pp. 124-154

 

Note:

[1] Cfr. E. Durkheim, La sociologia e l’educazione, Roma 1971 (ed. orig. 1922).

[2] L. Sciolla, Introduzione, in F. Garelli, A. Polmonari, L. Sciolla, La socializzazione flessibile. Identità e trasmissione dei valori tra i giovani,  Bologna  2006, p. 13.

[3] Cfr. ivi, pp. 13-17.

[4] Cfr. M. Ambrosini, L. Sciolla, Sociologia, Milano 2015, pp. 95-96.

[5] Rinvio a C. Dubar, La socializzazione. Come si costruisce l’identità sociale, Bologna 2004 (ed. orig. 2000); M. Ghisleni, R. Moscati, Che cos’è la socializzazione, Roma

[6] ; V. Cesareo, Socializzazione e controllo sociale. Una critica alla concezione dell’uomo ultrasocializzato, Milano 1977.

[7] Si vedano, ad esempio, gli ottimi, e recenti, M. Ambrosini, L. Sciolla, op. cit. e A. Bagnasco, M. Barbagli, A. Cavalli, Corso di sociologia. Terza edizione, Bologna 2012. Per la verità, anche negli Stati Uniti, dove pure la sociologia delle emozioni è nata negli anni settanta del secolo scorso e dove ormai è una branca sociologica affermata (cfr. P. Iagulli, La sociologia delle emozioni. Un’introduzione, Milano 2011), i manuali di sociologia, nel tematizzare la socializzazione, tendono a ignorare la socializzazione emozionale: un’eccezione, tra quelli tradotti in lingua italiana, è costituita da J.C. Alexander, K. Thompson, Sociologia, Bologna 2010 (ed. orig. 2008).

[8] Per una robusta introduzione ai principali approcci sociologici allo studio delle emozioni, cfr. J.H. Turner, J.E. Stets, The Sociology of Emotions, New York 2005.

[9] Si vedano, in part., S.L. Gordon, The Sociology of Sentiments and Emotions, in M. Rosenberg, Turner R.H., eds., Social Psychology: Sociological Perspectives, New York 1981, pp. 562-592 e S.L. Gordon, Social Structural Effects on Emotions, in T.D. Kemper, ed., Research Agendas in the Sociology of Emotions, Albany 1990, pp. 145-179.

[10] Sulle regole emozionali si veda in particolare un’altra esponente di spicco dell’approccio sociologico drammaturgico-culturale alle emozioni, oltre che fondatrice della sociologia delle emozioni, Arlie Russell Hochschild: cfr., tra tra gli altri, Ideologia e controllo delle emozioni: prospettive e indicazioni per la ricerca futura, in G. Turnaturi, a cura di, La sociologia delle emozioni, Milano 1995, pp. 155-191.

[11] Cfr. G. Peterson, Cultural Theory and Emotions, in J.E. Stets, J.H. Turner (eds.), Handbook of the Sociology of Emotions, New York, pp.  122-123.

[12] Si veda Gordon, 1990, op. cit.

[13] Cfr. J. C. Alexander, K. Thompson, op. cit., pp. 100-101.

[14] Cfr. R.H. Turner, The Real Self: From Institution to Impulse, in “American Journal of Sociology”, 1976, 81, pp. 989-1016.

[15] Si vedano S.L. Gordon, 1981, op. cit., e Id., Institutional and Impulsive Orientations in Selectively Appropriating Emotions to Self, in D.D. Franks, E.D. McCharty, eds., The Sociology of Emotions: Original Essays and Research Papers, Greenwich 1989, pp. 115-135. 15 Sulla devianza emozionale si veda, ad es., P.A. Thoits, Devianza emozionale: futuri obiettivi della ricerca, in G. Turnaturi, a cura di, op. cit., pp. 124-154

[16] Della socializzazione emozionale si occupa, infatti, anche la psicologia delle emozioni soprattutto di orientamento costruzionista: cfr. V. D’Urso, R. Trentin, Introduzione alla psicologia delle emozioni, Roma-Bari 2006, p. 108 ss.

[17] Per un promettente inizio nell’ambito della sociologia italiana, si veda, anche se non direttamente dedicato alla socializzazione emozionale, M. Cerulo, La manifestazione delle emozioni dei giovani contemporanei: uno studio sociologico, Soveria Mannelli 2015.