Le parole che curano ai tempi di internet

La maternità fragile narrata sui social network; raccontarsi, oggi, significa condividere le proprie esperienze di vita con un vasto pubblico di commentatori on-line.


Questo articolo si propone di considerare una nuova forma di scrittura autobiografica. Se in passato scrivere di sé aveva il sapore intimo del diario, oggi raccontarsi, significa condividere le proprie esperienze di vita con un vasto pubblico di commentatori on-line.

I numeri delle persone collegate in rete quotidianamente sono considerevoli: da un’analisi condotta nel mese di febbraio 2016, dall’agenzia statistica specializzata Audiweb, in collaborazione con Doxa, emerge che in media 21milioni e 900 mila italiani si collegano on-line per 2 ore e 6 minuti al giorno.

Le cifre sono così consistenti tanto da meritare attenzioni importanti in ambito accademico, toccando in maniera trasversale la sociologia, la psicologia e le scienze umane.

In ambito pedagogico, la riflessione si concentra sulla possibilità di cogliere il fenomeno, ormai dilagante, dell’auto-narrazione on-line, come un’opportunità, per offrire attraverso il web una risposta deontologicamente educativa in un momento di difficoltà. Partendo da questa idea generale, si ha avuto bisogno di declinare l’attenzione ad un segmento della vita umana, nella fattispecie la ricerca si è rivolta ad un periodo di particolare fragilità femminile, qual è la maternità. Le gioie del lieto evento, spesso portano con sé anche inquietudini, sbalzi d’umore e con minore incidenza sindromi depressive. Talvolta il termine “depressione post-partum”, viene abusato, anche in presenza di un disturbo minore, diventa allora importante fare subito chiarezza sul significato di una definizione così specifica.

La letteratura definisce come maternity blues, quel disturbo dell’umore, che investe la neo-mamma 3 o 4 giorni dopo il parto, coinvolgendo fino all’85% delle donne che hanno appena partorito[1]. Si tratta di un disagio che trova una risoluzione spontanea nel giro di due settimane, i sintomi principali sono: tendenza al pianto; stanchezza; ansia; ipersensibilità; labilità dell’umore; tristezza.

Mentre la più seria depressione post-partum, si manifesta con incidenza minore: ne soffrono circa il 18% delle puerpere e annovera tra le caratteristiche principali, la non risoluzione spontanea dei sintomi senza l’intervento medico, e ai segnali di disagio già descritti per il maternity blues, si aggiungono: inadeguatezza; disperazione; collera; vergogna; odio e trascuratezza verso sé stessa e il bambino; disturbi del sonno e dell’appetito; calo del desiderio sessuale; pensieri suicidari[2].

Le cause scatenanti della depressione post-partum possono essere diverse, tuttavia, secondo i testi più moderni, non esistono singoli fattori di rischio, da attribuire alla sfera biologica, psicologica, ostetrico-ginecologica, psico-sociale, piuttosto che a carico delle potenzialità inespresse del welfare. Emerge, invece, quanto sia più utile considerare l’effetto delle interazioni tra i diversi fattori di rischio. A questo proposito, una riflessione interessante appartiene a Milgrom, il quale ha individuato nel modello bio-psico-sociale, una visione sistemica delle cause del disturbo.

Per controcanto, è necessario valutare anche i fattori protettivi, vale a dire tutte quelle condizioni, che a parità di difficoltà, alleviano il cammino e preservano dal baratro della depressione post- natale. Emerge così come una relazione di coppia felice, l’appoggio della famiglia d’origine e il sostegno da parte della comunità d’appartenenza, rappresentino le condizioni ideali per affrontare un momento delicato come la maternità. É chiaro, quindi, considerando gli elementi presi in esame fino qui, come il quadro depressivo, specie nel post-partum, sia il risultato di più fattori sommati tra loro. Emerge inoltre, che la rete di contatti con cui confrontarsi in un periodo di vita così significativo, ha la capacità di smorzare i toni grigi della fatica, allontanando i sensi di colpa, agevolando nella donna, la consapevolezza di essere autoefficacie nel suo ruolo di madre.

Confidarsi, prendere le distanze dall’oggetto d’ansia, per recuperare lucidità e sentirsi supportate dal proprio gruppo sociale d’appartenenza, oggi sempre più virtuale che in carne ed ossa, sono i cardini fondamentali per non farsi trascinare nel gorgo depressivo.

Ecco come la scrittura autobiografica e l’attuale tendenza della condivisione on-line, con il conseguente sostegno della rete, può rappresentare una valida strategia di coping.

La penna, la matita, la tastiera ci consentono di rappresentarci, di separarci da noi stessi e di osservarci, per quel che abbiamo scritto, su un foglio o su uno schermo[3].

La narrazione di sé, diventa allora strumento di autocura, la ricerca documentata da Pennebaker, ne è la prova.

Da millenni si scrive per sopportare il proprio caos mentale, per dargli un poco di ordine, per comunicare ad altri (reali o illusori lettori) il proprio dramma; da secoli e secoli l’io cosciente, tenta di liberarsi dei suoi fantasmi gettandoli sulla carta per intrappolarli nella filigrana delle proprie cose scritte4.

Nella narrazione autobiografica, scrivere educa a scegliere le parole giuste, a discernere cosa annotare da cosa lasciare andare. Nel ricostruire gli episodi di vita, attingendo dalla memoria e dall’introspezione ci si trova a dare comunque un’interpretazione dei fatti, dove alcuni particolari pesano più di altri, la cernita tra ciò che si decide di dire e ciò che non si menziona, solleva su chi scrive, inevitabilmente delle domande, sul perché di un certo tipo di scelta, proprio questa forma di autoanalisi, sollecitata dalla scrittura di sé, è il lato più fecondo della grafo-terapia.

Citando più volte Duccio Demetrio, già professore di Filosofia dell’educazione e di Teorie e pratiche della narrazione, ora direttore scientifico della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari, è possibile definire chi, come, dove e quando, ci si può dedicare alla scrittura autobiografica, scoprendo che si tratta di un esercizio che non ha controindicazioni di alcun genere:

Educare a tenere un diario che trasformi la propria oralità silente in un appunto visibile, è purtroppo una possibilità che non coltiviamo mai abbastanza[4].

In questo lavoro, si ha cercato di trasferire le esperienze in materia di scrittura autobiografica, eseguite in contesti di malattia, nell’ambito della maternità fragile, individuandone le potenzialità anche per questa circostanza:

La scrittura rappresenta uno spazio silenzioso di sosta che può preparare lentamente a un ri-adattamento creativo. Può essere un ancoraggio che protegge, perché a esso si può ritornare e ritrovare quanto si è scritto di rassicurante, perché non vada dimenticato o perfino espulso[5].

Ma allora, “Cosa significa, oggi, narrare di sé?”. Da una breve analisi è facile intuire che in questi ultimi dieci anni, ci si racconta molto. Complici le nuove tecnologie e le applicazioni sempre più smart, di facile utilizzo, si documenta il più possibile la propria vita, anche con foto e video.  Ma è chiaro che bisogna fare dei distinguo tra cosa può essere definito materiale autobiografico e cosa invece cronaca quotidiana, facendo riferimento ai concetti di “idem” e “ipse”, approfonditi da Ricoeur emerge che andare al ristorante, salutare un amico, o prendere il treno, sono aspetti che fanno parte della vita di tutti i giorni, si tratta di accadimenti che non hanno la forza trasformatrice, capace di toccare nel profondo, ma costituiscono il tessuto delle storie standard, episodi che Ricoeur definirebbe “idem”. Mentre gli elementi che danno individualità al racconto sono tutti quegli eventi apicali, quelle esperienze che rappresentano un punto di svolta come la malattia, la perdita del lavoro, ma anche un incontro importante, un nuovo amore, oppure la nascita di un figlio, insomma, situazioni coinvolgenti a tal punto, da conferire alla storia narrata, la particolarità che ogni persona riconosce nella propria vita, ciò che Ricoeur definirebbe “ipse”. Quando si parla di narrazione di sé, anche su supporto digitale, si parla di “ipse”.

Ma a questa risposta, fa subito eco una seconda domanda: “la scrittura di sé, è un fatto pubblico, o privato?”. Ad una prima lettura dei testi, l’auto-narrazione può apparire come un fatto privato, tuttavia, ad un’analisi più attenta, emerge che l’atto di scrivere è un gesto simbolico di trasferimento da dentro a fuori, e quando l’esperienza dolorosa viene messa nero su bianco, diventa tangibile, non solo per il protagonista. Come sottolinea Demetrio: “la scrittura fugge dalla condivisione, ma poi ne ha bisogno. Per cui essa ci aiuta, se occhi curiosi, attenti, incoraggianti ne fanno almeno ispirazione immaginaria[6].

Parlando di condivisione, non si può ignorare la portata globale delle nuove tecnologie, come mezzi per una comunicazione continua, ovunque.

Posando lo sguardo sul linguaggio utilizzato per narrare di sé on-line, si trova che i concetti sul web, vengono espressi in maniera più sintetica, rispetto quanto si farebbe su un diario personale, il testo si arricchisce di emoticon e spesso la firma di un post è uno pseudonimo, tuttavia, le emozioni reali, traspaiono.

Ecco due esempi di disperazione in tre righe:

Avevo paura di stare sola con il bambino, non lo amavo come avrei dovuto, non ci riuscivo, sembrava che facesse apposta a farmi stare male: piangeva sempre e io non sapevo cosa fare” Samantha ’86.

Sto male, ma non lo dico a nessuno, mi prenderebbero per pazza: ho una bambina bellissima, ma io sto male ugualmente, quando mi viene da piangere mi nascondo e mi sento tanto in colpa” Trudy ’84.

I punti di forza della condivisione on-line, sono molteplici: assenza di uno sguardo giudicante; garanzia dell’anonimato; contatto veloce con chi ha la stessa problematica; confronto con diversi punti di vista; possibilità di chattare 24 ore su 24.

Tuttavia, non mancano delle criticità: l’anonimato, garantito a tutti gli utenti, può trasformarsi in un boomerang, se si pensa che dall’altra parte possa esserci tutt’altra persona rispetto chi dichiara di essere. Oltre alla falsità dell’interlocutore, possono manifestarsi casi d’impunita aggressività verbale. In più, le informazioni immesse nella rete non sempre sono attendibili, specie se si considera la quantità enorme di link a disposizione. A scopo di ricerca, è stato sufficiente digitare sui principali motori di ricerca, con testo in italiano, la parola chiave: “depressione post-partum”, per trovare 227.000 link da Google, 81.800 da Yahoo e 56.500 risultati da Virgilio.

Cercando di dare delle risposte, alle domande di fondo che muovono questo articolo, è stato necessario chiarirsi le idee anche sulle differenze sostanziali che sussistono tra social network, blog e forum. In breve si può dire che:

  • I Social network sono uno spazio pubblico di conversazione e scambio di informazioni virtuale, per accedervi l’iscrizione è obbligatoria e gratuita.
  • Il Blog è un termine, nato dalla contrazione di web-long (diario in rete), chiunque, con una connessione internet può crearne uno, lo spazio viene considerato privato, l’autore scrive ciò che desidera e viene commentato dagli utenti interessati.
  • Il forum è composto da pagine on-line di condivisione e discussione, si tratta di uno spazio pubblico aperto a tutti. Quasi sempre c’è la presenza di un super user, ovvero un moderatore.

A fronte di uno sguardo e di un’accurata consultazione dei testi, è emerso che gli strumenti ideali per allestire un setting pedagogico on-line sono blog e forum, entrambi consentono un contatto, più articolato, rispetto i social network (Facebook o Twitter).

Lo stile comunicativo dei social è sincronico: “i messaggi presenti in questi ambienti sono spesso istintivi, con conseguenze negative sulla possibilità di approfondire il proprio pensiero prima di inserire la risposta[7].

Detto ciò, se si pensa al carico emotivo di alcune richieste espresse in rete, specie da mamme in difficoltà, mette in luce quanto l’improvvisazione delle risposte possa essere pericolosa. Mentre la caratteristica comunicativa di blog e forum è in differita, permettendo agli utenti di riflettere sulla qualità e sul tipo di testo da pubblicare.

A questo proposito, è interessante soffermarsi sulla figura del moderatore, il suo ruolo consiste nell’animare e valutare l’appropriatezza degli interventi in rete, e vista l’impronta professionale che si desidera dare al forum, sarebbe opportuno che si trattasse di una persona competente in materia, che abbia già sperimentato su di sé la metodologia autobiografica. Inoltre, tra le qualità professionali, dovrebbe avere la capacità di riconoscere tra le righe i segnali di un disagio importante. Per rendere il servizio ancora più completo, sarebbe utile che il moderatore proponesse alle utenti, attraverso il web, un questionario di autovalutazione. Dai testi consultati, pare che il più indicato possa essere l’Edinburgh Postnatal Depression Scale (EPDS). Si tratta di un breve questionario di autovalutazione, per lo screening dei sintomi depressivi nelle donne che hanno appena partorito. Messo a punto da Cox nel 1987, si compone di 10 item, focalizzati sullo stato d’animo delle neo-mamme nell’ultima settimana. Ogni domanda ha quattro risposte possibili, con punteggio da 0 a 3. Il cut-off è fissato a 13 punti. Di facile somministrazione, veloce nella compilazione, è stato tradotto in molte lingue, la versione italiana è a cura dell’équipe di Benvenuti[8].

Un secondo passo, consisterà nel sostenere e condurre le donne verso una scrittura autobiografica, capace di aiutare le no-mamme a non perdere la propria identità, in un momento che spesso disorienta. Poco importa se lo strumento non sarà carta e penna, ma il più congeniale computer, tablet e smartphone, lo scopo dell’intervento, anche se on-line, resta sempre lo stesso.

Preme sottolineare, che gruppi di auto-aiuto in rete, strutturati con la presenza di un moderatore/educatore, come quelli descritti sopra, sono una realtà applicabile a diverse situazioni di difficoltà emotiva. Ciò che è stato considerato in questo articolo per la maternità fragile, è realizzabile anche per i familiari di disabili, di malati mentali, ma anche per figli, o coniugi di anziani con patologie degenerative, oppure malati oncologici. É sottinteso che si tratta di un sostegno educativo a carattere professionale, non delegabile a figure non preparate al ruolo.

Giornalista professionista, scrive di salute, psicologia e famiglia per settimanali e periodici a tiratura nazionale.

Bibliografia

  1. Benvenuti; M.Ferrara; C.Nicolai; V.Valoriani; J.L.Cox, “The Edimburgh Postnatal Depression Scale. Validation for an Italian Sample”, Journal of Affective Disorders nr. 53 (1999); pp. 137-141.
  2. Demetrio, La scrittura clinica. Consulenza autobiografica e fragilità esistenziali, Cortina, Milano, 2008.
  3. Demetrio; E. Biffi; M. Castiglioni; E. Mancino, Educare è narrare. Le teorie, le pratiche, la cura, Mimesis, Milano, 2012.
  4. Petti, Appendimento informale in rete. Dalla progettazione al mantenimento delle comunità on-line, Franco Angeli, Milano, 2011.
  5. Zaccagnino, I disagi della maternità. Individuazione, prevenzione e trattamento, Franco Angeli, Milano, 2009.

[1] Robertson et al., 2004; in Zaccagnino 2009

[2] Robertson et al., 2004; in Zaccagnino 2009

[3] Demetrio, 2008, p. 67 4 Demetrio 2008, p. 18

[4] Demetrio 2012, p. 67

[5]  Castiglioni 2012, in Demetrio et al., 2012, p. 170

[6] Demetrio 2008, p. 37

[7] Petti 2011, p.75

[8] Benvenuti et al., 1999