A due voci

Angelo Villa

La cosa che mi ha più incuriosito, di quello che è stato scritto sul libro di Haddon, sono le note conclusive  di due recensioni apparse su due testate molto differenti tra loro. Mi hanno stupito e sorpreso, e ho finito per trovarle, forse, non del tutto casuali.

Prendiamo la prima: sono le ultime righe di un pezzo di Luigi Sampietro, pubblicate sull’inserto domenicale de “Il Sole 24 Ore”.

Scrive il nostro critico: “Non ho detto che Cristopher è affetto dalla sindrome di Asperger. E per due ragioni. La prima è che non so cosa sia, e la seconda é che non lo dice nemmeno l’autore del libro . Lo dicono solo i commentatori. Ma costoro, si sa, sarebbero capaci di rovinare Sofocle spiegando che Edipo soffre di un evidente problema freudiano”.

Rimango allibito: la giustificazione, come avrebbe detto mia zia, è tutta un programma. Ma perché?A cosa dobbiamo tanta sfrontata e compiaciuta arroganza? La sindrome di Asperger non è una vaga meteora, anche se forse sarebbe preferibile parlare di psicosi o di autismo: è un dramma. Nella vita, non nel teatro, nella letteratura, come l’Edipo sofocleo, il quale, per inciso, non soffre del complesso che porta il suo nome. E’evidente, caro Sampietro: non sarebbe finito a letto con sua madre…

Il livore, tanto gratuito quanto superficiale, contro la psicoanalisi è sempre di moda: meno se ne capisce, più ci si accanisce.

Passiamo alla seconda recensione apparsa su “Pulp”.

L’altro critico porta il nome di Antonio Donghi. Così termina la sua scheda del libro: “Haddon ha dichiarato che non era sua intenzione descrivere un vero autistico. Ci resta allora il dubbio che la scelta di un protagonista affetto dalla sindrome di Asperger sia motivata, più che da ragioni narrative, dal desiderio di suscitare quel pietismo peloso che credevamo riservato ai libri di Torey Hayden”.

Confesso, ignoranza mia, di non sapere chi sia Torey Hayden, ma il racconto di Mark Haddon non mi ha comunque dato quest’impressione.

Al contrario, mi è sembrato ben costruito, serio. Sono d’accordo persino col giudizio di Oliver Sacks, autore che non mi ha suscitato particolari entusiasmi, che compare in quarta di copertina: “Il libro è commovente, molto verosimile e molto divertente”.

A costo di essere smentito e di figurare come un povero ingenuo o un bamba, mi verrebbe da aggiungere che Mark Haddon non parla a vanvera: pur utilizzando necessariamente la finzione romanzesca, egli  ha un’idea tutt’altro che vaga di quel che scrive.

Qual’è dunque il problema? Cosa assilla e disturba in un modo o in un altro, Sampietro e Donghi? Ovviamente non lo so, né pretendo di conoscerlo.

Mi limito a una semplice osservazione. La storia di Christopher Boone, il protagonista di “Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte”, è lo spaccato di una vicenda esistenziale che tocca un ragazzo afflitto da uno specifico e grave disagio psichico. Non è per nulla, come ha scritto un altro critico (non ricordo più il nome), mi pare su “La stampa” o “Tuttolibri”, una finestra
aperta sulla condizione adolescenziale.

La follia, una lucida e tenera follia, è lo scenario nel quale prende forma e consistenza il pensiero e l’azione di Christopher. Haddon ha voluto, credo, produrre un racconto, non un saggio clinico o sociologico, in questo è riuscito, indubbiamente.

Ma, nel far questo, ha avuto un pregio che è difficile gli venga riconosciuto. Egli ha sottratto la psicosi a una rappresentazione di maniera. Ha evitato di cadere nella facile tragedia o nell’esaltazione incondizionata della psicosi. E’ insomma riuscito ad aggirare la trappola del sentimentalismo.

Il libro ci mostra uno psicotico al lavoro o, se vogliamo, il lavoro dello psicotico per orientarsi nel mondo che gli sta attorno, per difendersi dalle insidie, reali o fantasmatiche, che lo assillano.

Haddon ci presenta tutto questo, mettendoci direttamente a contatto con il modo di ragionare del protagonista: checchè se ne dica o se ne possa dire, l’immagine di Christopher è disegnata con estremo rispetto e attenzione. Essa emerge come una figura a tutto campo, con una dignità che non esclude, ma include al suo interno il suo disturbo psichico. Fa tenerezza, muove simpatia, ma rimane inevitabilmente lontano. Christopher assomiglia, in versione più ridotta e contenuta, a un Watt beckettiano che , con ben altra determinazione però, si muove verso quel che unilateralmente cerca.

Christopher è folle, quindi, ma è anche un soggetto. La retorica antisegregativa ci ha insegnato che il matto è una persona. Ma Haddon, giustamente, va più in là. Egli ci indica quella che potremmo definire come una certa modalità di funzionamento dello psichismo. E’ questo che spiazza? E’ questo che confonde?

Lo psicotico è colto, qui, nella sua specifica “autonomia”, nella sua fatica come nella sua testardaggine: lui che non è come gli altri, ma con gli altri. Visto in quella che è la sua normalità. Non c’è la suggestione romantica della marginalità, né l’esplosione incontrollata del delirio. Niente di così clamoroso, di così eclatante.

Il suo stile di pensiero mette in luce le acrobazie di un’intelligenza che cerca di comprendere l’ordine circostante, non potendo contare su una logica significante che gli spiani e gli problematizzi adeguatamente la via del senso e della significazione.

Così è, d’altronde. Piaccia o meno, tocca all’altro, al cosiddetto sano (mentalmente), riconoscere la portata della diversità di Christopher, come espressione della verità della sua ricerca e del suo porsi. Mi viene da pensare che sarebbe stato un libro che non sarebbe per nulla dispiaciuto a una psicoanalista come Françoise Dolto ma, laddove si trova, si può star sicuri, glielo faranno arrivare.

Ambrogio CozziˇÌ

Il pregio del testo di Haddon è quello di rappresentarci dall’interno, quasi in presa diretta, un mondo retto solo dalla logica. Già nel titolo, d’altra parte, nel suo richiamo ad un altro strano caso, quello del dottor Jekill e mister Hyde, e ad un altro cane, il mastino dei Baskerville, ci propone una dicotomia tra il comprensibile attraverso la logica deduttiva, e ciò che ne rimane fuori, lo “strano” appunto, che ci rinvia all’ordine del non comprensibile attraverso la logica, a quel che alla logica sfugge.

Il protagonista si presenta in questo modo: “Mi chiamo Christopher John Francis Boone. Conosco tutti i paesi del mondo e le loro capitali e ogni numero primo fino a 7507”. Ma quale funzione svolge la matematica nel mantenere l’integrità e l’equilibrio della mente di Christopher?

Possiamo ipotizzare che le capacità matematiche non siano solo un aspetto curioso, ma costituiscano un vero sostegno o impalcatura della sua vita, non solo un lenimento per le numerose ferite che gli vengono inflitte.

Prima di addentrarci meglio in questa ipotesi, vorremmo evidenziare come esse costituiscano una specificazione del rapporto con il mondo da parte di Christopher. Il suo rapporto è retto sempre da implicazioni logiche molto stringenti, del tipo “se allora” a cui non si può sfuggire.

Così dall’indagine sulla morte del cane, a come andrà la giornata, questo tipo di implicazioni guida l’esistenza del protagonista. I nessi causali cercano di sopprimere la casualità, abolito il ruolo del caso tutto si tiene, tutto ha un senso logicamente deducibile. Noi non ci rendiamo conto nella quotidianità di quanta parte dei nostri discorsi non siano affermazioni di questo tipo, eppure mantengano un alto grado di comprensibilità. Poichè i nostri discorsi non sono caratterizzati da certezze, da nessi logici stringenti, ma perveniamo a scelte sulla base di tutt’altri parametri, che ci implicano come soggetti. L’autore mette bene in luce come il discorso autistico abolisca il soggetto, lo rende macchina del ragionamento, agito dalla logica anche nella quotidianità, attraverso nessi flebili che divenendo consequenzialità rigide permettono di orientarsi.

Christopher non capisce i doppi sensi, o non li ama: li percepisce, ma non riesce ad usare il contesto per isolare il significato inteso e quindi non sa cosa pensano le persone che ne fanno uso. Se deve interpretare una barzelletta ha l’impressione di un rumore di fondo di persone che parlano contemporaneamente, i significati si sovrappongono e si disperdono, impossibile far luce, isolare un significato in questa confusione.

E’ a questa sensazione di confusione che supplisce la matematica, permettendo di isolare attraverso nessi logici il fatto certo, che abolisce la duplicità del senso, la sua obliquità. Il sogno che più gli è caro e piacevole, che sogna quando è felice, contempla la scomparsa delle persone normali, che rendono difficile la vita, in seguito ad un’epidemia causata da un virus trasmesso attraverso le parole ascoltate, ad esempio davanti alla televisione. Fantasia che abolendo il rumore di fondo abolisce la parola stessa, il linguaggio con le sue ambiguità d’uso, legato ad altri soggetti, legame con altri.

La matematica abolisce questi legami, li rende accessori, il senso non è determinato dall’interazione con l’altro, ma è frutto di una rigida deduzione. La matematica diviene allora una tecnica di rappresentazione di grande utilità per orientarsi nel quotidiano: da costruire mappe che accoppiate ad opportuni algoritmi gli permettono di trovare un luogo, al risolvere difficoltà attraverso piani scanditi in scomposizione di problemi e alberi di decisioni. Attenzione però che questi alberi di decisione non comportano scelte ma sono più deduzioni che non decisioni. Le persone normali per orientarsi si rivolgerebbero ad altri per chiedere la direzione, ma questo accesso è precluso al protagonista, che dice “le persone normali spesso vogliono essere stupide e non conoscere la verità”. In realtà Christopher insegue certezze, la verità è ben altro dalle certezze, comporta un rapporto con la soggettività che le certezze aboliscono.

Forse proprio qui sta il problema della follia, nell’abolizione dell’altro e nella dissoluzione della soggettività. Allora la matematica svolge proprio il ruolo di mantenere quella coesione che permette di non slittare nella totale incomprensibilità, i nessi logici tengono insieme un mondo, lo rendono a proprio modo comprensibile, leggibile e fruibile.

Alcuni critici hanno contrapposto questa sottolineatura, evidenziando come unici momenti vivi del protagonista quelli in cui i sentimenti prendono il sopravvento. Riteniamo questa una critica poco pertinente, quei momenti devastanti sarebbero incomprensibili senza lo svelamento del retroterra. E’ quando la logica non tiene che assistiamo ad uno scatenamento, alla dissoluzione di un mondo. Ma il pregio del testo è quello di mettere in luce quel lavoro di tenuta, svelandone i limiti, riuscendo a rappresentare dall’interno che cosa comporta vivere in un mondo segnato da nessi logici, da deduzioni logiche, da calcoli che lo rendano vivibile.