Ballando musica jazz, afro e rock.

 

Etnografia breve in una classe di Scuola Primaria

 

 

 

“Anche nei tempi più bui abbiamo il diritto di attenderci una qualche illuminazione [la quale] potrebbe giungere non tanto da teorie e nozioni astratte quanto dall’incerta, tremolante e spesso flebile luce che alcuni uomini e donne, nella loro vita e con il loro operato, accenderanno pressoché in qualsiasi circostanza e diffonderanno durante il tempo che è stato loro concesso in terra.”

(L’umanità in tempi bui, H. Arendt)

 

Filosofia e pedagogia: un incrocio di sguardi

Ho osservato una maestra con le sue e i suoi bambini in alcuni momenti di quotidianità del loro fare scuola e vorrei raccontare qui i principali passaggi teorici e di narrazione emersi da questo nostro incrocio di sguardi. Clara, insieme alla sua classe, è un esempio incarnato di un processo educativo che si radica in un superamento concreto dell’antica dicotomia che struttura le nostre vite: pubblico e privato.

Serve molta teoria per comprendere a fondo la complessità dei passi di danza che prendono corpo in quelle ore di lezione. I saperi che ho visto sprigionarsi mi hanno riportata sul terreno dove filosofia e pedagogia s’incontrano felicemente, dove è necessario scomodare grandi pensatrici e pensatori per nominare le pratiche a cui ho assistito nelle giornate passate a osservare.

Il riferimento principale è a un testo recente, A chi spetta una buona vita? (2013) di Butler, in cui viene messa in discussione la separazione esistente, all’interno delle vite umane, tra la sfera pubblica e quella privata proponendo la seconda come il retroscena della prima. Attraverso la rivisitazione di questa distinzione vorrei, da un lato, esplicitare quanta dipendenza non riconosciuta vi sia tra le due sfere e, dall’altro, mostrare quanto sia proprio la mescolanza tra questi due ambiti a essere origine di creatività per quelle pratiche educative che sanno farsi occasione di formazione radicale e profonda.

Ho portato la domanda guadagnata da Butler in un concreto contesto educativo per capire se sia davvero possibile aprire ulteriori spazi di pensiero; tradurre in pratiche formative le tanto necessarie nuove alleanze tra le dimensioni intime, personali, affettive e quelle politiche, collettive, tecniche. Così, sono arrivata per un periodo di osservazione nella classe di Clara. Quando la conobbi lei disse di sé «con i miei alunni e le mie alunne io ballo musica jazz, afro e rock».

Delle tante cose viste nelle intense giornate passate a scuola ne vorrei raccontare tre che racchiudono e rappresentano una qualità specifica dell’educare e del formare trasformativo di se stessi e del contesto. C’è una interdipendenza nei vari momenti di vita che Clara permette ai suoi bambini e alle sue bambine che è l’humus sia di un benessere diffuso e circolante sia di forme di apprendimento radicali e comprensive delle molteplici parti dell’umano.

Operazioni simboliche nell’agire educativo

Il mio primo contatto con la classe avviene attraverso una mediazione, Federico di Leo Lionni, scelta per spiegare ai bambini e alle bambine la mia presenza tra loro: come il topino della storia, la mia attività è quella di osservare. A pochi minuti dalla lettura con meticolosità e cura la composizione fisica della classe cambia completamente: dai banchi e dalle sedie tutte e tutti loro passano al pavimento, al banco stesso usato per sdraiarsi con il busto, ai cuscini di vari tipi sparsi ovunque, alle piccole coperte messe qua e là. Io, seduta su una sedia, mi ritrovo scrutata dal basso: piccole teste attendono la lettura. La situazione è di primo impatto estraniante – scomposta ma non disordinata – subito mi accorgo quanto la nuova disposizione giochi a favore dell’attenzione e della concentrazione che l’intera classe nutre nei miei confronti, l’intrusa che la loro insegnante ha accolto. La lettura si ferma, un applauso mi dà il benvenuto e in pochissimi minuti tutti e tutte loro tornano alle posizioni consuete, l’agilità dei loro movimenti testimonia la consuetudine con cui tale pratica è presente nelle loro giornate.

L’ascolto nella posizione preferita, mentre una candela accesa testimonia il silenzio e la concentrazione, non è l’unico tra i riti che ho potuto osservare; molti altri hanno scomposto i tempi e gli spazi dell’aula, portando significati, scandendone i ritmi e facendo del continuum temporale un continuo frastagliarsi di momenti, di soglie, di passaggi inconsueti, scardinanti ma contemporaneamente equilibranti. Durante l’osservazione le miei prime parole annotate sono state scomposizionamento ordinato e hanno decretato l’inizio di una serie di figure chiasmiche attraverso cui la classe procede mantenendo una visibile e udibile armonia e la cui tensione, tornando alla domanda di partenza, dimostra come le categorie prese in considerazione, pubblico e privato, subiscono visibili modificazioni rispetto a una rigida separatezza. La vita che l’insegnante permette ai bambini e alle bambine di quella classe è infatti carica di rotture nutrienti che vanno a spezzare e ricomporre i movimenti e i motti della presenza di tutti e tutte.

“Sono l’acqua calma del lago che riflette la realtà così com’è.

Sono dentro il mio respiro.”

Questi i versi che l’insegnante dona loro all’inizio della seconda parte della giornata. Mentre queste parole ‘vanno’, i bambini e le bambine, silenziosamente e senza che venga loro ordinato, iniziano a disposti nei modi e nelle posizioni più inconsuete: chi rivolto verso il muro seduto immobile sulla sedia, chi con la testa appoggiata sul banco, chi semi sdraiato sulla sedia, chi appoggiata alla compagna di banco. Posture differenti, posture che si allenano alle differenze. Un silenzio impenetrabile al mio sguardo, osservatrice di passaggio, giace tra questi banchi. La poesia ha annunciato il suono della Campana Tibetana che da lì a poco sarebbe stata suonata dando inizio a una fase di silenzio sino al suono successivo.

Il momento segna un passaggio, dal pasto ci si deve ora ricollocare nella classe, nella lezione, dalla ricreazione con i suoi giochi si deve fare ritorno a una posizione di ascolto, di produzione, di parola. Ecco di nuovo una rottura, un rito, un oggetto parlante tra loro che trasporta i corpi e le menti di bambini e bambine, insieme alla loro maestra, da un dove a un altro dove. Dopo i sei tocchi si stiracchiano, sbadigliano, aprono gli occhi e li stropicciano, ricominciano, con un tono di voce molto basso, a parlare tra loro, a bisbigliarsi cose, a risvegliarsi altrove. È poi la voce, ferma e decisa, dell’insegnante a decretare l’avvenuto passaggio, ricollocando tutte e tutti loro laddove una classe quarta deve, anche, stare: correzione dei temi svolti i giorni precedenti, quindi grammatica, articoli, preposizioni semplici e articolate, passati prossimi e futuri anteriori.

L’immagine di bambini e bambine concentrati in un momento di silenzio, collocati nelle posizioni più varie dove l’unico rumore o movimento percepito è quello del respiro è potente. C’è un filo rosso che lega questo momento a quello precedentemente raccontato, un filo che continuerà poi, in tutto l’arco del mio periodo di osservazione, a ricomparire; gli effetti che le pratiche messe in atto da Clara vanno suscitando toccano le note del perturbante nel suo duplice significato originario in cui elementi estranianti, inconsueti si mescolano con tratti familiari, intimi, propri, privati.

La classe nel corso delle giornate è scandita da tempi, ritmi dati dall’accavallarsi di momenti tra loro eterogenei e polifonici: i silenzi, la Campana Tibetana, la musica portano i bambini e le bambine oltre la dimensione binaria e unidirezionale di cui spesso il mandato educativo è investito. Non solo una maestra che porge loro regole e precetti, che rivuole indietro regole e precetti trasformati in elaborati od operati; c’è altro in questa classe, c’è un qualcosa d’altro che dà loro significati, ordini, limiti. E simboli.

Ho scritto inoltre tra i miei appunti: Clara li porta in alto. Molteplici gli accadimenti che mi hanno indotto a questa immagine e appartenenti a più ambiti: di matrice linguistica, politica e fisico-sensoriale. Narro ora un episodio che fa parte dell’ultimo gruppo: un ballo sfrenato che ha coinvolto tutti e tutte, nessuno escluso.

Siamo nell’ora di musica del pomeriggio e la classe deve provare una canzone, anche in questo caso i bambini e le bambine assumono da sé una precisa posizione: in piedi, dritti e dritte, distendono il loro diaframma questi piccoli e queste piccole con una concentrazione e un attenzione buffe ma, come accaduto negli altri eventi raccontati, dimostrando padronanza della presenza e interazione con il proprio corpo. Qualche minuto ancora e poi via, la canzone inizia, i ritmi si velocizzano, si velocizzano, si velocizzano e, insieme a essi, le voci e i corpi naturalmente. I corpi soprattutto, catturano il mio sguardo: ventuno persone, maestra compresa, scatenano, con balli a volte sregolati e sgangherati un turbine di energia che si libera nella classe. Balla Clara tra loro, facendo ondulare il suo corpo di donna adulta tra quello elettrico e sovraeccitato dei piccoli e delle piccole che, governati dalla sua presenza, si sentono liberi e legittimati a esporsi totalmente. La fine della canzone – ripetuta più volte – riporta la stanza al silenzio. Di nuovo fermi i corpi, in piedi davanti alla loro maestra per qualche minuto prima di ritornare al mondo delle parole, dei discorsi, dei Cretesi, delle virgole e del congiuntivo imperfetto.

È un gioco da equilibriste. Educazione e politica sono la stessa cosa

Nelle giornate trascorse con Clara e la sua classe mi è sembrato di vedere e percepire una conversione in pratica del processo di pensiero che Butler elabora riguardo alla necessità di reinterrogare la separazione tra le due sfere. Ecco allora che al passato prossimo si affianca il momento dedicato alla pratica del silenzio; la lettura s’incrocia con l’agio, la distensione, la cura del corpo; la musica di sottofondo ispira la scrittura; i Cretesi vengono studiati attraverso la parola fecondità e quindi sessualità. «Pubblico e privato, a scuola, non devono essere così separati» sembra dirci Clara attraverso i processi che attiva nella sua classe ove l’apprendimento – divenuto grazie a ciò un processo radicale e profondo – è attivato e mosso dalla capacità di governare i molteplici piani dell’umano e venirne a contatto, quindi di educarli. É questa, alla luce della digressione filosofica, la raffinata operazione simbolica che avviene e di cui l’insegnante è autorevole artefice. Sono pratiche formative quelle descritte in queste pagine connotate da un epistemologia che scardina i dualismi – parole e corpo, pensiero ed emozione in primis – per reinventarsi oltre i medesimi ma anche, e non secondariamente, atti politici di cura nei confronti di chi – piccolo e piccola oggi – sarà grande nel mondo avvenire.

*Laureata in Filosofia presso l’Università degli Studi di Padova, si occupa di formazione con bambini/e e adulti in ambito educativo e sociale. Collabora con il Dipartimento di filosofia, pedagogia e psicologia dell’Università di Verona.

Bibliografia

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