Consultazione per adolescenti: spazi e luoghi

Negli ultimi anni, le problematiche adolescenziali hanno assunto una nuova rilevanza clinica e sociale, che ha stimolato la riflessione teorica e metodologica e quindi la messa a punto di modelli di cura diversificati. L’adolescenza è diventata oggetto di un’attenzione specifica anche nell’ambito della psicoanalisi, portando alla luce la necessità di un adeguamento dei propri modelli di comprensione e di intervento a nuovi bisogni e nuovi contesti. Il tipo di disagio che attualmente si incontra presso gli adolescenti tende infatti ad esprimersi fuori parola, nel comportamento auto o eterodistruttivo, agito nell’abuso di sostanze, nella sofferenza del corpo, nella fuga dal legame: un disagio senza domanda, cioé non articolato in forma simbolica. Il comportamento violento o autodistruttivo consente all’adolescente di ristabilire la distanza e il controllo sull’altro, alimentando l’illusione di una totale padronanza di sé. Di qui la necessità di intervenire prima che si inneschi un movimento di de-oggettualizzazione, che chiude l’adolescente entro i confini di una “identità negativa”, e prima che la plasticità dell’organizzazione psichica e il bisogno relazionale lascino il posto alla rigidità difensiva ed al ripiegamento narcisistico. Sono state così elaborate modalità di intervento in grado di cogliere le manifestazioni iniziali del disagio, e di fornire un aiuto in tempi brevi, valorizzando i primi – e spesso unici – incontri con l’operatore come occasione relazionale nuova e mobilitante. La richiesta di un impegno a lungo termine, con le sue connotazioni di dipendenza e passività, può infatti risultare per l’adolescente eccessivamente angosciante e poco rispondente all’urgenza dei suoi bisogni.

In questa prospettiva, la consultazione breve ad orientamento psicoanalitico rappresenta uno strumento fertile che, nella varietà delle sue realizzazione concrete, si configura come intervento centrato sul cambiamento e sul passaggio adolescenziale. La logica della consultazione si differenzia da quella psicoterapeutica, operando “uno spostamento dal campo della terapeuticità a quello della possibilità di fare un’esperienza, nel senso forte del termine, di se stessi a partire da un incontro clinico fondato su un’ottica psicoanalitica.” (B. Iaccarino, 1988a, p. 45): si tratta per l’adolescente di un’occasione per iniziare a riflettere su di sé, sulla propria storia e sul senso dei propri legami.

Lo spazio d’ascolto come area transizionale

L’adolescente è spesso considerato un utente “difficile”: le sue modalità di fruizione dei servizi sono spesso improntate alla discontinuità e segnate dalla diffidenza, dall’imbarazzo e da frequenti oscillazioni tra movimenti di apertura e di chiusura. D’altra parte, per molto tempo l’offerta dei servizi sociosanitari non risultava calibrata sulle esigenze di un’utenza che non rientra nella fascia di età infantile né in quella adulta. Negli spazi di ascolto specificatamente destinati agli adolescenti, avviati in tempi recenti in contesti sia pubblici che privati, le modalità di accesso e di fruizione del servizio contribuiscono a responsabilizzare e a coinvolgere l’adolescente come protagonista fin dall’inizio, favorendo in primo luogo la spontaneità della sua richiesta. La tutela della riservatezza e della segretezza, la presenza di operatori con una formazione specifica nel campo del disagio adolescenziale, la brevità dell’intervento proposto costituiscono altre caratteristiche tipiche di questi spazi.

Dal punto di vista simbolico, lo spazio di consultazione, territorio “altro” sia rispetto alla famiglia che alla scuola, può rappresentare per l’adolescente un luogo al di fuori dei confini del mondo adulto, in cui riconoscersi e vivere il cambiamento, uno spazio transizionale, come è descritto da Winnicott (1951): area intermedia tra illusione e realtà ma anche luogo di passaggio, che garantisce la libertà di movimento che egli sente come necessaria. L’elasticità della procedura, insieme all’atteggiamento degli psicologi che la rende operante e significativa di una disposizione mentale, permette al ragazzo di sperimentare i propri movimenti di separazione in un modo graduale e rispettoso dei tempi individuali, assicurando la possibilità di rientri successivi qualora  ne avverta il bisogno. Ecco quindi che lo spazio d’ascolto, proprio in quanto area “terza”, luogo di transito nel passaggio adolescenziale “dal familiare all’estraneo” (Ph. Jeammet, 1992), offre la possibilità di sperimentare nuovi equilibri tra dipendenza e indipendenza: nello “spazio potenziale” che così si crea, fondamentale in un momento in cui lo stabilirsi di un sé autonomo è allo stadio iniziale, il riconoscimento delle differenze di ognuno può avvenire all’interno della relazione stessa. Ciò assume un rilievo particolare in adolescenza, e soprattutto nei casi in cui alla base del disagio del soggetto vi è la difficoltà di mantenere rispetto all’oggetto una distanza psichica tollerabile, e in cui l’affermazione di sé rischia di avvenire al prezzo della rottura del legame con l’altro.

Il ruolo del contesto

Nella relazione con l’adolescente, il tipo di contesto in cui è collocato lo spazio di ascolto, insieme alla proposta di intervento implicitamente formulata dall’operatore attraverso la sua offerta di prestazione, assumono un ruolo centrale (B. Iaccarino, 1988b, L. Carbone Tirelli, S. Andreassi, 1997). Il setting non costituisce semplicemente la cornice esterna della consultazione, ma entra a far parte della relazione con l’operatore attraverso le fantasie e le aspettative che esso suscita. Il campo relazionale dell’intervento consultivo si estende, suscitando negli adolescenti movimenti transferali rivolti a tale campo allargato, ed incidendo sull’andamento delle richieste.

L’immagine del servizio ed il setting proposti risultano determinanti
ai fini di creare le condizioni di un incontro tra operatore ed adolescente svincolato da stereotipi. A tale scopo, l’invito all’autoriferimento sembra produrre gli effetti più interessanti, evidenziando la significatività della formulazione di una domanda di cura soggettivata. L’autosegnalazione struttura infatti una situazione relazionale che valorizza le capacità adulte dell’adolescente, considerandolo come soggetto attivo, responsabile dell’individuazione dei nodi nevralgici del proprio conflitto, prima che altri possano farlo al suo posto.  Un  fattore rilevante al fine di dare inizio ad un cambiamento soggettivo può essere individuato nella mobilitazione delle parti più sane dell’adolescente, incoraggiato a riconoscere e nominare le proprie aree problematiche. (G. Polacco Williams, 1990).

L’esperienza degli “sportelli di ascolto” nelle scuole superiori

Un ulteriore passo avanti nella direzione di una proposta di aiuto psicologico effettivamente utilizzabile dagli adolescenti è rappresentato dalla creazione di centri di consultazione – o “sportelli di ascolto” – all’interno delle scuole medie superiori. Tali iniziative nascono nell’ambito dei C.I.C., Centri di Informazione e Consulenza, istituiti a partire da un provvedimento legislativo del 1990 volto inizialmente a promuovere la prevenzione delle tossicodipendenze tra i giovani. Due anni più tardi, i C.I.C. vengono promossi ad organismi aventi lo scopo di favorire il benessere personale e scolastico degli studenti. Una delle innovazioni proposte è rappresentata dalla collaborazione con figure professionali esterne alla scuola, in grado di assicurare la propria presenza settimanalmente, a disposizione degli studenti per colloqui individuali.

La posizione dell’operatore

La logica che sottende la creazione dei C.I.C. costituisce un elemento di rilievo, in quanto parte  integrante del contesto istituzionale in cui lo psicologo si trova ad operare. L’operatore analiticamente orientato presterà una particolare attenzione all’intreccio di domande, esplicite e latenti, di cui è oggetto: la sua posizione all’interno del contesto scolastico risulta infatti collocata ad un crocevia di richieste eterogenee (D. Cosenza, 1999). Due sono i discorsi istituzionali che definiscono il suo ruolo: da un lato la domanda della committenza (l’unità sanitaria di riferimento), che chiede all’operatore di ridurre o prevenire il disagio adolescenziale, promuovendo salute e benessere, dall’altro la domanda espressa dal preside dell’istituto scolastico, interessato al ristabilirsi dell’ordine e dell’efficienza, che chiede dunque all’operatore di svolgere un lavoro di “bonifica” sul malessere degli studenti affinché la scuola riacquisti in pieno la propria funzione di luogo di trasmissione del sapere.

E’ all’interno del campo istituzionale così delineato che lo psicologo incontra lo specifico del disagio soggettivo dello studente o dell’insegnante. E’ quindi indispensabile che egli tenga conto della complessità delle dinamiche relazionali che contribuiscono a definire il suo ruolo, prestando attenzione innanzitutto alla dimensione latente o fantasmatica delle domande istituzionali (R. Carli, R. M. Paniccia, F. Lancia, 1988).  Pur ponendosi come punto di raccordo dei diversi discorsi che attraversano l’istituzione, catalizzatore di domande provenienti da figure differenti, per salvaguardare la specificità della propria funzione lo psicologo dovrà quindi ritagliarsi uno spazio di autonomia e di neutralità, differenziando chiaramente la propria offerta dalle richieste degli altri adulti con cui l’adolescente interagisce: solo così potrà suscitare la sua curiosità e il suo interesse. Lo “sportello” potrà quindi essere percepito dagli studenti come luogo neutrale, non orientato in senso normativo, né patologizzante; l’essere individuati come adulti svincolati dalle regole istituzionali, disponibili ad ascoltare, utilizzabili in maniera duttile, rende l’offerta dello psicologo nuova ed attraente (G. Bartolomei, L. Monterosa, 1993).

Problemi e prospettive

Dalle esperienze finora condotte (G. Bartolomei, L. Monterosa, 1993; E. Gius, 1995; C. Migliavacca, 1996; M. Panti, 1997; A. Maggiolini, 1997; G. Pietropolli Charmet, 1998; D. Cosenza, 1999) risulta che i limiti del setting non impediscono agli studenti di portare un materiale estremamente ricco e significativo. La disponibilità all’ascolto da parte degli operatori ha infatti consentito di scoprire, dietro richieste a volte confuse, provocatorie o apparentemente inconsistenti, un grande bisogno di dialogo, considerazione, relazione. Il favore con cui l’iniziativa è stata accolta da parte degli studenti rivela la loro capacità di affrontare con modalità nuove il proprio disagio. Esso inoltre porta alla luce il bisogno profondo e “fase-specifico” dell’adolescente di un incontro significativo con l’adulto, quale momento che segna simbolicamente la morte del sé infantile in vista di una nuova nascita (G. P. Charmet, 1998).

Gli sportelli di ascolto nelle scuole segnano un’ulteriore novità nel rapporto tra il mondo dei servizi e delle cure e il contesto sociale da cui emerge la domanda dell’utenza, e quindi, indirettamente, nella relazione tra adulto ed adolescente. E’ infatti l’operatore ad andare incontro all’adolescente, collocandosi lungo il suo percorso di vita abituale. La novità e l’enigmaticità dell’offerta di un interlocutore adulto collocato in uno spazio intermedio, neutrale e non orientato, ma al tempo stesso accessibile, consentono all’adolescente di interrogare e di interrogarsi, confrontandosi, attraverso l’altro, con ciò che egli è e che non sa.

Gli aspetti più problematici del lavoro con gli adolescenti nelle scuole riguardano principalmente la gestione del transfert; l’uso dell’interpretazione; la modulazione dell’ascolto analitico, tra neutralità ed empatia; il significato e le modalità della diagnosi e della sua restituzione; il rapporto dello psicologo con gli insegnanti e con i genitori. Se appare chiaro che nell’ambito dello sportello di ascolto non è possibile perseguire obiettivi di natura terapeutica, rimane aperto lo spazio per un lavoro che conserva la sua valenza  “clinica”, nell’accezione di cura della particolarità del soggetto e della sua domanda.

Da parte dello psicologo, la disponibilità mentale ad accogliere la novità e la differenza è una delle condizioni fondamentali per poter accompagnare, anche se per un breve tratto, gli adolescenti  verso la ricerca di una propria differenza, e per offrire loro un’occasione relazionale significativa e mobilitante. Lo sportello di ascolto può così diventare uno spazio dove far sentire la propria voce al di là delle immagini che i genitori, la scuola, le comunicazioni di massa hanno costruito sul mondo dell’adolescenza, e rappresentare un punto di partenza e di apertura verso nuovi investimenti oggettuali.

*Psicologa

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Vignette di

Lorenzo Recanatini