La cattiveria femminile. Violenza nel genere.

La cattiveria femminile. Violenza nel genere.

Quando le donne confliggono tra loro, si preferisce pensare, un po’ ingenuamente, che si comportano “da maschi” o che siano donne arretrate nella coscienza femminile che si battono per l’amore di un uomo o per il controllo dei suoi beni. La violenza tra donne è qualche cosa che si fatica ad esprimere, ad accettare, anche a causa della potenza devastatrice che spesso l’accompagna.

di Laura Pigozzi*

di Laura Pigozzi*

La questione della violenza di genere sulle donne, cui è dedicato questo numero, è un fenomeno atroce ed evidente che – proprio per la sua visibile gravità – trova, quantomeno nelle intenzioni, un fronte compatto di solidarietà, anche se ancora molto resta da fare.

Diverso è, invece, il discorso sulla violenza nel genere femminile, la violenza del femminile verso il femminile, argomento ancora tabù tra le stesse donne, perché misconosciuto oppure perché, sebbene riconosciuto, si pensa sia meglio zittirlo per non indebolire la recente forza del fronte femminile.

Tuttavia, la malevolenza della donna
sulla donna non è cosa episodica o sporadica ma ha una base, per così dire, strutturale che deriva dalle componenti di seduzione/tradimento, risucchio/incantamento che attraversano le relazioni madre-figlia, e che la psicanalisi ha da tempo evidenziato. Una trappola che spesso si ripete in età adulta con amiche da cui, come a suo tempo con la madre, una donna si può sentire invidiata, non valorizzata, odiata. La diffidenza e un oscuro senso di tradimento minano le relazioni femminili.

L’argomento intacca la idilliaca quanto falsa credenza di una supposta bontà di base del femminile che troverebbe espressione in una “naturale” sorellanza tra donne. Quando le donne confliggono tra loro, si preferisce pensare, un po’ ingenuamente, che si comportano “da maschi” o che siano donne arretrate nella coscienza femminile che si battono per l’amore di un uomo o per il controllo dei suoi beni. La violenza tra donne è qualche cosa che si fatica ad esprimere, ad accettare, anche a causa della potenza devastatrice che spesso l’accompagna. Tutte probabilmente abbiamo assistito alla parabola di amiche indissolubilmente intime finita nella ferocia dell’odio.

Una furia di distruzione e di annientamento sull’altra che lascia sgomenti anche per la particolare modalità: non agisce, infatti, sul piano materiale, fisico, ma sul sottile piano della denigrazione profonda, dello svelamento pubblico di intimi dettagli, procurando che intorno all’altra si faccia terra bruciata, rovinandole cioè la vita senza sporcarsi le mani. Metterle contro gli affetti più profondi, portarla a vacillare nella sua stessa casa.

Per fare un esempio di attualità, tale violenza nel genere è non raramente all’opera tra la ex moglie e la nuova compagna dell’ex coniuge; cattiveria che si estende anche ai nuovi figli quando la famiglia si allarga o, come si preferisce dire, si ricompone. Tale situazione è spesso coperta da omertà tra le donne, elusa dai media che non possono prendere una posizione facile e di sicuro seguito. E mentre distrugge le vite, questo tipo di violenza non è mai preso seriamente in carico dalla maggior parte degli operatori che lavorano a supporto delle vittime di violenza.

La violenza tra donne in famiglia non è nuova: nuore e suocere, sorelle, cugine ne sono state da sempre le protagoniste. Un elemento, invece, più proprio del tempo attuale è una violenza che si sviluppa relativamente dell’identità materna nel confronto tra madri che si misurano e si valutano/svalutano in quanto madri e che ha come centro la questione di chi è la madre migliore, la più perfetta, o la “vera” madre. Non a caso ho scritto identità e non identificazione: quest’ultima è mobile, segue il corso della vita del soggetto e si modella secondo le variazioni prodotte dall’ascolto dell’inconscio, mentre l’identità ha una fissità più simile alla maschera che al risultato di un lavoro intimo: nell’identità l’Io si gonfia mentre l’Es si atrofizza.

La lotta, oggi, è tra madri perfette, a casa coi figli, contro madri che lavorano, oppure madri contro le non-madri o ancora madri-ex-mogli contro la nuova compagna dell’ex coniuge, cioè la matrigna[1] che magari ha un rapporto buono con i figli del partner. In questo caso, soprattutto se la matrigna non ha figli biologici suoi, non è raro che venga definita dall’altra come una “ladra di bambini”. Pensare che i figli si possano rubare disvela come, oggi, un figlio sia diventato l’oggetto di status più potente, verso cui tendere ad ogni costo. Ladre di bambini sono le matrigne senza figli e, per questo, guardate con sospetto e timore, sbrigativamente accusate di freddezza, carrierismo ed egoismo. L’epoca che predilige la fertilità dei ventri pieni – dato curioso per una società così intrinsecamente sterile – attesta il primato primitivo della natura sulla cultura, del legame biologico su quello di alleanza o d’elezione, non permette di valorizzare il lavoro della matrigna, la madre sociale che si spende per figli non suoi: allevare, pur a tempo parziale, figli di un’altra è un dono e non un furto. La matrigna senza figli è sovente accusata di appropriazione indebita, specie se è amata dai figli del compagno: un amore inedito, spesso denegato dalla madre biologica che lo fa risentire come illecito, tabù, come affetto senza diritto.

Un bambino è considerato un oggetto prezioso: non ha più un posto da bambino nella famiglia ma un posto troppo responsabilizzante per il bambino stesso. Vediamo spesso bambini che si caricano sulle spalle compiti di supporto agli adulti: “soddisfare i genitori” sta diventando un imperativo. Un figlio come oggetto di sostegno che, immaginariamente, mette al riparo la madre che lo concepisce dal buco esistenziale. Paradossalmente non è più la famiglia a sostenere un bambino ma, viceversa, è il bambino che viene incaricato di tenere insieme gli affetti familiari. Non è il neonato che entra in famiglia, ma una famiglia che si definisce intorno a un neonato, investimento per l’adulto, garanzia di amore e magari di accudimento nella temuta vecchiaia. Non stupisce allora come la lotta sia passata dal piano della femminilità (chi è la più bella del reame?) a quella della identità materna (chi è la più mamma del reame?) in una competizione violenta tra donne giocata in un nuovo scenario che potremmo definire del neomatriarcato.

Le donne che non si accaniscono nel voler ad ogni costo un bambino, contemplano anche la possibilità di non essere madri, ma se vivono in contesti molto convenzionali, possono subire piccole persecuzioni e invadenti interrogatori, persino da estranei che si sentono legittimati a chieder loro come mai non hanno bambini, mentre nessuno si sogna di chiedere ad una madre come mai ne ha voluti. C’è un tale obbligo collettivo all’avere bambini che ho ascoltato, attonita, il seguente annuncio trasmesso da una radio nazionale: “E’ morta Lietta Tornabuoni: non era spostata e non aveva figli.” Tutto qui. Non una parola sulla sua generazione d’idee, sui suoi parti intellettuali di critico cinematografico. Non avere figli è considerato una tara: si parla del desiderio di bambino come di una pulsione irresistibile, febbrile, che mette al riparo, come se la felicità fosse… a portata di ventre. Le donne senza figli possono non essere pienamente felici di tale destino, ma le madri lo sono sempre?

Le donne che non pensano al bambino come diritto difendono una posizione non fanatica, e il fanatismo è uno dei veleni più distruttivi della contemporaneità. Il fanatico non tollera di vivere in situazioni aperte che possano prevedere un deragliamento dai piani o soluzioni diverse da quelle pensate prima: egli è l’antitesi del creativo. Per lui il tempo non modifica le cose, il prima equivale al dopo, nessun cambiamento deve turbare la sua cara, vecchia idea. Deve perseguire esattamente quello che aveva in testa, non esiste alcuna possibilità di compromesso. Le fanatiche del bambino ad ogni costo, una volta che lo hanno avuto, lo allevano in un eccesso di perfezione, niente deve mancare al compimento del disegno ideale. Un tempo le madri dovevano essere sufficientemente buone (Winnicott) proprio perché non fossero dannosamente perfette come oggi.

La Müttermafia, le mamme-chioccia impeccabili, sono persecutorie e violente contro le madri normalmente imperfette. La perfezione è la malattia che fa pensare troppo al “bene del bambino”, ma come dice Alda Merini, chi è convinto di farci del bene, spesso ci rovina.

Non si fanno mai cattiverie che per il bene di qualcuno”, sostiene lo psicanalista Jacques Lacan e poi aggiunge: “salvo che si fallisce”. Dal punto di vista psicoanalitico la cattiveria è, quindi, un atto mancato. La versione femminile della cattiveria non fa eccezione: quando si è assolutamente certe di fare il bene dell’altro facilmente lo si danneggia. Medea non fa eccezione: dichiara lo stesso  movente di ogni madre infanticida, e cioè salvare il figlio da un male – lo stesso che la possiede – o da un pericolo, ad esempio un marito che avendo fatto del male a lei non potrà che farne ai suoi figli. L’assoluta e fanatica proprietà dei figli e un indice di fusionalità atroce e mai spezzata da qualcuno, cosa che impedisce a queste madri di pensare che i figli abbiano una storia in proprio, diversa e separata, un altro destino.

La cattiveria è legata al fanatismo: si pensa di conoscere meglio dell’altro qual è il suo bene. Come scrive Amos Oz, “il fanatico si preoccupa assai di te. Il fanatico è più interessato a te che a se stesso”. La relazione tra fanatismo e femminilità è poco frequentata; più spesso quel tratto è declinato al maschile sotto la forma di terrorismo politico
o di intransigenza religiosa. Credere di essere la sola a sapere infallibilmente qual è il bene del bambino è la forma del fanatismo materno che si scaglia contro le altre donne che hanno a che fare col figlio: non solo la matrigna, ma anche le insegnanti e le suocere sono spesso sotto tiro.

Il fanatismo femminile è temibile e particolarmente occulto, strisciante, ammantato com’è di bontà e virtù: esso rovescia l’estrema cura in omicidio, la dedizione in distruzione, la troppa seduzione in assoggettamento. Joyce Carol Oates ha scritto una mirabile raccolta di racconti, La femmina della specie, in cui l’eccesso di virtù femminili porta a esiti nefasti: la sollecita cura dell’infermiera che diventa assassina per compiere un “atto di misericordia” verso i malati; o la donna che seduce un uomo – reso muto da una coltellata materna quindi impossibilitato a denunciarla – per fargli uccidere il padre di suo figlio che non la vuole più; o come la perversa “fedeltà” al padre nella figlia che, per troppo amore, diventa prostituta e tagliagole, all’insaputa del genitore. La Oates è una scrittrice ruvida, non cattura su corde consuete, conosce la sofferenza e la crudeltà della virtù femminile e non fa sconti. Racconta dell’attrazione femminile per l’arcaico e dell’inferno che possono essere i mondi popolati unicamente da donne.

Il corpo della bambina è uno dei luoghi privilegiati in cui una madre può condurre la sua battaglia contro la matrigna, la rivale, l’altra amata dall’ex coniuge: se il corpo della figlia è vissuto come una sua proprietà, la scelta di uno stile di abbigliamento o di un nuovo taglio di capelli della figlia può essere sentito dalla madre come un tradimento, soprattutto se il cambiamento della ragazza ricorda un tratto “ereditato” dalla matrigna. Camilla, una matrigna che ingenuamente ha osato tagliare di mezzo centimetro la frangia della figliastrina perché la bimba si lamentava che le dava fastidio agli occhi, è venuta a sapere che la madre ha portato l’episodio in tribunale. “Mamma se tu vuoi che io la odio, la odio”, dice il bambino alla madre parlando della matrigna, nel film Stepmother[2] che, pur edulcorato e buonista, mostra, con questa battuta, quanto i bambini si possono rendere complici del fanatismo di una madre gelosa.

Il fanatismo femminile si annida nell’idea di perfezione, ed è un altro modo di declinare il godimento dell’Uno, dell’indefferenziato materno che si esprime nell’eccesso di simbiosi e che presenta anche un lato totalitario: “un solo popolo, un solo leader, un solo pensiero; movimento verso l’Uno di cui la storia ha, in ogni occasione, confermato la forza di distruzione”, come ricorda lo psicanalista francese Jacques André.

Coraline[3] è una bambina, protagonista di una favola cinematografica piuttosto apprezzata anche dagli adulti. Le bambine soprattutto sono attratte e spaventate da questa storia e domandano di rivederla spesso. Coraline ha undici anni e vive con i suoi indaffarati genitori in una casa sinistra, grande e sporca, dal frigo desolatamente vuoto, con una madre sempre al computer, che non dà troppo retta alla figlia, che non cucina e un padre che cucina solo cose troppo sane e insipide. Il giardino che circonda la casa è desolato e piove sempre. Una notte, esplorando la casa, Coraline trova una porticina e un tunnel che la conduce in una casa identica ma impeccabilmente pulita e dal giardino ordinato, pieno di fiori colorati. Anche i genitori sono identici solo che la madre si interessa moltissimo alla bambina, cucina cose buonissime per la figlia e il padre compone canzoni per lei. Le due madri, uguali d’aspetto, si distinguono in una madre distratta dal lavoro, e un’“altra madre” perfetta, che si occupa solo di Coraline e della casa e che, come dichiara, vuole solo amarla ed esserne amata. La madre perfetta ha un unico inquietante dettaglio: degli strani bottoni al posto degli occhi che ne rivelano la disumanità. La manipolazione non tarda, infatti, a manifestarsi: non appena vede la bimba soddisfatta all’essere rimpinzata di cibo e attenzioni, vuole cucirle dei bottoni al posto degli occhi, esattamente come i suoi, forse perché veda il mondo come lo vede lei. La resistenza ostinata di Coraline a non farsi cucire i bottoni fa sì che, nell’avanzare della storia, la coppia di genitori perfetti mostri pian piano la sua vera natura: crudele e persecutrice la madre, succube e impotente il padre. Come spiegare meglio ai bambini che la madre perfetta è pericolosissima? L’“altro padre” dice a Coraline “non voglio farti del male è la Madre che lo vuole”: anche lui è ostaggio della Madre impeccabile. Coraline è una favola che sostiene la madre imperfetta, impegnata in un lavoro e che non sta addosso alla figlia. Nel contempo, rivela il mostro invadente dietro la madre perfetta che si trasforma, alla fine del film, in una mano scheletrica, mortifera, che afferra la bambina la quale, dapprima ipnotizzata e soggiogata, non ne vuole più sapere della madre troppo devota. La mano della madre perfetta con cui la figlia lotta alla fine del film, rappresenta la presa di quelle madri che non mollano le figlie, le controllano instancabilmente e non sanno separarsi da loro. Con uno stratagemma Coraline farà cadere la mano nel pozzo: le farà afferrare il vuoto in una sorta di una messa in scena del fantasma anoressico, in cui la ragazza si fa essa stessa vuoto, assenza del corpo, per non essere afferrata da una madre divorante.

La violenza in famiglia non si mostra solo come violenza di un genere contro l’altro, ma è presente anche nel genere, come violenza del femminile contro il femminile. Essa si esplica meno, come accadeva un tempo, intorno l’oggetto di contesa della bellezza; ma si esprime ancora quando in gioco c’è il controllo della femminilità della figlia, e soprattutto, come l’attualità mostra, quando l’oggetto di contesa immaginaria tra madri – la sociale e la biologica – è il bambino, fallo che istituisce, in assenza di limiti, la maternità come potere.


[1]             Laura Pigozzi, Chi è la più cattiva del reame? Figlie, madri, matrigne nelle nuove famiglie, et al./Edizioni, Milano 2012.

[2]             Stepmother, interpretato da Julia Roberts, Susan Sarandon, con la regia di Chris Columbus, 1998, tradotto in Italia con il titolo Nemiche Amiche. Anche da questa traduzione fuorviante del titolo del film si capisce che in Italia l‘argomento madre-matrigna è ancora tabù presso il grande pubblico.

[3]             Il film Coraline e la porta magica (Henry Selick, 2009) è tratto da un romanzo di Neil Gaiman. La protagonista doveva chiamarsi Caroline, ma divenne Coraline a seguito di un fortuito e fortunato errore di battitura dell’autore.