Oltre la famiglia naturale

Oltre la famiglia naturale

La famiglia non è un semplice terminale passivo del mutamento sociale, ma uno degli attori sociali collettivi che contribuiscono a definire i modi e i sensi del mutamento sociale stesso, sia pure con gradi di libertà diversi a seconda delle circostanze[1].

Chiara Saraceno*

Oltre la famiglia naturale

La famiglia non è un semplice terminale passivo del mutamento sociale, ma uno degli attori sociali collettivi che contribuiscono a definire i modi e i sensi del mutamento sociale stesso, sia pure con gradi di libertà diversi a seconda delle circostanze[1].

Chiara Saraceno*

Sono le norme a costruire la famiglia

Lungi dal riconoscere e dare forma giuridica ad una “natura che esiste là fuori”, la norma – sociale, religiosa, giuridica – oggi come sempre costruisce la famiglia (cfr. anche Okin 1989). E’ la norma che decide di volta in volta che cosa della “natura” è considerato socialmente legittimo (ad esempio la procreazione entro il matrimonio, l’eterosessualità coniugale) e ciò che non lo è (ad esempio la procreazione fuori dal matrimonio, fuori dal rapporto di coppia eterosessuale stabile, l’omosessualità), ciò che, “naturale”, ma anche esplicitamente artificiale (ad esempio l’adozione, o una qualche forma di riproduzione assistita), costituisce una famiglia e ciò che invece non può accedere a questo riconoscimento.

Si pensi al paradosso secondo cui in Italia a lungo – fino al 1975, nonostante il dettato Costituzionale – un padre coniugato non poteva riconoscere un figlio avuto con una donna diversa dalla moglie. E una donna coniugata non poteva negare al marito di riconoscere un figlio che lei aveva avuto con un altro uomo, a meno di perdere il diritto di riconoscerlo ella stessa. Un bell’esempio di come non sia certo la natura a fondamento della famiglia. Lo stesso linguaggio con cui si designano i figli nati entro o fuori un matrimonio bene segnala l’artificialità sociale dell’istituto familiare: i primi sono legittimi, i secondi “solo” naturali.

Anche la normativa sull’età minima al matrimonio, sulle condizioni per lo scioglimento dello stesso e così via definisce – in modi mutevoli nello spazio e nel tempo – condizioni minime necessarie perché un rapporto divenga “famiglia”. Così come le norme sugli obblighi famigliari, in particolare sulla figura dei cosiddetti “famigliari tenuti agli alimenti”, definiscono confini di appartenenza e solidarietà obbligata più o meno ampi e duraturi. Nell’Europa contemporanea, ad esempio, si va da un estremo, rappresentato dai paesi scandinavi, in cui le obbligazioni legali riguardano solo i genitori e i figli minorenni, ad un altro, rappresentato dai paesi mediterranei e in particolare dall’Italia, in cui le obbligazioni riguardano un ampio raggio di parenti anche non consanguinei (generi e nuore nei confronti dei suoceri, per esempio) e durano pressoché per sempre.

Dire che la famiglia – che cosa costituisca una famiglia, quali rapporti siano riconosciuti come familiari e che obbligazioni e diritti ne derivino – è costruita dalle norme non significa che vi sia un’unica fonte normativa, né che queste fonti siano sempre in accordo tra loro. Anche rimanendo all’interno della sola produzione di norme giuridiche, quindi della costruzione giuridica della famiglia – per altro la più rilevante nelle società con un codice civile per le conseguenze che ha sugli statuti delle persone e dei loro rapporti – esiste una pluralità di fonti che non sempre coincidono nella definizione della famiglia. Diritto civile, diritto della sicurezza sociale, diritto assicurativo, norme anagrafiche e così via possono non coincidere e talvolta anche confliggere tra loro. In Italia, ad esempio, una coppia convivente senza essere sposata può essere considerata famiglia al fine della individuazione del reddito familiare che costituisce la base per definire la retta dell’asilo o il diritto di accesso all’edilizia popolare, o al fine di escludere il partner danneggiato/a dal risarcimento dovuto a “terzi” in caso di incidente stradale. Ma non è considerata famiglia dal punto di vista delle leggi sull’eredità, o delle norme che regolano chi ha diritto di decidere in campo sanitario per il malato inabilitato a decidere da sé.

La storia delle forme di regolazione della famiglia in occidente è storia di progressivi allargamenti del campo di ciò che è riconosciuto come socialmente possibile, lecito e al contempo di ridefinizioni dell’equilibrio tra obbligazioni e diritti individuali. In Occidente, inclusa l’Italia, si è progressivamente ridotto il raggio delle relazioni di consanguineità che cadono sotto la definizione di incesto; i figli naturali sono stati equiparati a quelli legittimi ed anche chi è coniugato può riconoscerli; l’adozione ha mutato e allargato il proprio significato e non è più prevalentemente una risposta alla sterilità; il matrimonio è diventato reversibile ed è possibile passare a seconde nozze anche senza essere vedovi; l’adulterio, specie femminile, non è più considerato reato né contro la morale né contro la coesione sociale e tanto meno lo è convivere senza essere sposati; la contraccezione, quindi il controllo sulla fertilità, è divenuta legittima, separando nettamente sessualità e riproduzione ed anche sessualità e matrimonio. Nella maggior parte dei paesi occidentali, anche se non in Italia, le obbligazioni e responsabilità tra adulti che si instaurano nelle convivenze di fatto eterosessuali hanno ottenuto forme di riconoscimento giuridico tali da renderle molto prossime al matrimonio. Più recentemente, un processo analogo è avvenuto per le coppie omosessuali. In diversi paesi la de-stigmatizzazione della procreazione senza matrimonio e la diffusione della mono-genitorialità, specie femminile, a seguito della diffusione delle separazioni e divorzi, ha aperto la possibilità di adozione anche alle persone sole, riconoscendo che la capacità genitoriale non si sviluppa ed esercita solo in un rapporto di coppia.

Tutte queste trasformazioni sono avvenute non perché si è ampliata la conoscenza della “natura”, ma perché si è modificata appunto la percezione di ciò che è socialmente accettabile ed anche perché più soggetti sono entrati nella negoziazione e definizione di ciò che fa una famiglia, riducendo il potere monopolistico dello stato e delle chiese in questo campo. Se lo stato rimane l’ambito di produzione finale della norma, questa deve fare sempre più i conti con ciò che gli individui hanno da dire, con la pluralità e diversità dei loro valori, con la loro libertà.

Gli assetti familiari come esiti di equilibri dinamici e complessi

Goran Therborn (2004), un importante studioso svedese, in una recente bella e documentata ricerca sui cambiamenti della famiglia nel mondo negli ultimi secoli, scrive che l’organizzazione familiare, sia dal punto di vista normativo che dei comportamenti pratici, rappresenta sempre un equilibrio storicamente e socialmente situato tra rapporti di sesso e rapporti di generazione, che sono anche rapporti di potere. E’ un equilibrio che si costituisce come risposta a bisogni “interni” – accudimento, riproduzione, sostegno – ma anche a circostanze esterne – situazione economica, demografica, politica. Per questo vede in azione più attori e coinvolge più dimensioni. Due studiosi francesi – Dandurand e Ouellette (1995) – parlano a questo proposito di famiglia come di un campo sociale che si struttura nelle negoziazioni e conflitti tra i diversi attori e agenzie attorno alla questione della definizione e controllo del lavoro di riproduzione e rinnovamento del patrimonio umano.

I modi di fare famiglia perciò differenziano in grado maggiore o minore tra le varie culture e gruppi, ciascuno dei quali, quindi, è anche toccato diversamente dalle trasformazioni sociali. L’industrializzazione, ad esempio, non ha avuto lo stesso effetto sulla famiglia giapponese e inglese. Non ha avuto neppure lo stesso effetto sulla famiglia artigianale e aristocratica, su quella rurale e quella urbana borghese, in Italia o in altri paesi europei. Gli studi comparativi mostrano  bene come culture e modelli organizzativi familiari di partenza diversi elaborino in modo assolutamente specifico il cambiamento (Goode 1982, Therborn 2004). Forniscono quindi elementi per sostenere che la famiglia non è un semplice terminale passivo del mutamento sociale, ma uno degli attori sociali collettivi che contribuiscono a definire i modi e i sensi del mutamento sociale stesso, sia pure con gradi di libertà diversi a seconda delle circostanze. I modelli di formazione della famiglia appartengono, infatti, ai fenomeni di lunga durata. Ciò significa che resistono, pur trasformandosi, anche a cambiamenti radicali nell’assetto politico e sociale. Per questo sono elementi essi stessi di caratterizzazione e differenziazione di quelle che Therborn ha chiamato aree geo-culturali. L’intreccio tra vicende socio-economiche e politiche e normazione e organizzazione della famiglia e dei rapporti familiari dà luogo a costellazioni insieme istituzionali e culturali che a loro volta influenzano i cambiamenti successivi, fornendo linguaggi, modelli interpretativi, forme di rappresentazione. Anche nei cambiamenti familiari possiamo cioè individuare una sorta di path dependence, di dipendenza dalla storia pregressa, che ha radici più profonde ed effetti più pervasivi che non le istituzioni del welfare state, rispetto alle quali questo concetto è stato inventato.

Per altro, importanti differenze continuano a persistere anche all’interno di una stessa area geo-culturale ed oggi anche politica quale l’Europa, così che è difficile parlare di una progressiva convergenza dei modelli familiari. Modelli culturali di lunga durata relativamente ai rapporti tra i sessi e le generazioni, tra singoli nuclei famigliari e parentela, unitamente a modelli di politiche sociali e a culture giuridiche più o meno orientati a sostenere l’autonomia individuale, l’uguaglianza di opportunità, la dignità e il valore delle scelte individuali, disegnano contesti culturali e normativi differenti in cui è possibile “fare famiglia” ed in cui talune relazioni sono riconosciute come “familiari”. Anche all’interno di ciascun paese l’allargamento dei gradi di libertà, quindi anche le modifiche delle norme legali, hanno prodotto una crescente diversificazione dei modi di fare famiglia: convivenze pre, post o invece del matrimonio, nascite entro il matrimonio o fuori, ma entro una convivenza, matrimoni che durano per sempre o reversibili e sequenziali, convivenze  etero ed omosessuali. Lo stesso mutamento demografico, in primis l’allungamento della vita, ha in qualche misura provocato questa diversificazione, innanzitutto perché ha mutato la forma dei rapporti di parentela e intergenerazionali (più nonni e bisnonni, meno nipoti, ma anche meno fratelli/sorelle e cugini), aprendo nuove fasi della vita famigliare e individuale.

Cambiano e si diversificano le forme riconosciute come familiari, ma cambiano e si diversificano anche i contenuti di relazioni familiari che apparentemente rimangono “gli stessi” da una società e da un periodo all’altro. I motivi per cui ci si sposa e che cosa ci si aspetta da un marito o da una moglie non sono immutabilmente sempre e dovunque gli stessi. E’ un fenomeno che chiunque può cogliere nello spazio temporale e geografico breve della propria catena di rapporti intergenerazionali.

[…]

Dato che i modi di fare famiglia appartengono ai fenomeni di lunga durata e fanno parte dei tratti distintivi di una cultura e di una società, ciò che viene sperimentato più spesso è la loro ovvietà. Per questo ci sembrano naturali ed ogni scostamento ci sembra innaturale e rischioso. Oggi, tuttavia, ci troviamo in una di quelle congiunture storiche che mettono in dubbio appunto l’ovvietà dei modi di fare e intendere la famiglia. Mutamenti culturali fanno emergere domande di riconoscimento un tempo impensabili. La più facile esposizione a culture differenti destabilizza ciò che davamo per scontato, inducendo a rifletterci criticamente. Mutamenti tecnologici scardinano relazioni e sequenze che ci sembravano immodificabili, allo stesso tempo facendo emergere il carattere sociale di ciò che invece davamo scontato come naturale. Certo, la perdita di certezza sul carattere universale e naturale della famiglia può produrre insicurezza e timore di anarchia, di mancanza di regole. Ma le vicende familiari sono proprio testimonianza della forza e del potere delle regole, delle norme, e della capacità degli uomini e delle donne sia di inventarle per dare ordine ai propri rapporti, sia di modificarle quando le vedono troppo costrittive o causa di ingiustizia nei rapporti tra i sessi e le generazioni. Per questo, prendendo atto del fatto che la famiglia, lungi dall’essere un dato naturale, è una costruzione storico-sociale, e perciò diversa e cangiante nelle forme e nelle regole che la identificano nello spazio e nel tempo, occorre essere cauti a proclamarne la crisi, quando non la fine. Ciò che appare come crisi può essere la più o meno dolorosa, complicata, anche conflittuale transizione tra un modo e l’altro di fare famiglia, a livello micro, dei singoli individui, e a livello macro, della società: crisi di un modello, non necessariamente della volontà di stabilire rapporti di amore e di responsabilità gli uni verso gli altri. Si potrebbe persino sostenere che modelli troppo rigidi e univoci di famiglia, che non lasciano spazio per forme alternative, possono ridurre le capacità di fare effettivamente famiglia, ovvero di stabilire relazioni di solidarietà, affetto, reciprocità e generatività, in contesti in cui un numero crescente di individui sperimenta quei modelli come troppo stretti, o inadeguati, ma non trova strumenti simbolici e luoghi sociali in cui sia accettabile e legittimo elaborare modalità diverse.

*Sociologa; è stata professore di Sociologia della famiglia all’Università di Torino e presso il Centro di ricerca sociale di Berlino; attualmente è honorary fellow presso il Collegio Carlo Alberto di Torino.

NOTA

[1]              Questo saggio è tratto dal secondo capitolo, con lo stesso titolo, del volume Coppie e famiglie. Non è questione di natura, © Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano 2012.