Pensando al futuro

L’assenza di anziani nelle nostre case e, più in generale, il distacco tra vecchi e giovani, tra nonni e nipoti, comporta un vero e proprio buco di memoria

I bambini e i giovani sono il nostro futuro” è affermazione abbastanza scontata, tanto ripetuta da rischiare di trasformarsi in frase vuota, incapace di attivare iniziative concrete.

Meno banale è sostenere che anche gli anziani sono il nostro futuro. Il rispetto, la tutela e la promozione degli anziani costituiscono infatti un importante messaggio educativo: non c’è futuro per chi non rispetta il passato. Concepire l’anziano come un ‘vuoto a perdere’ taglia alla radice ogni discorso educativo, toglie speranza a bambini e giovani, ne riduce le prospettive di vita degna di essere vissuta (si conta qualcosa solo se non si è vecchi?), prospetta una vita senz’anima e senza etica. Privi di memoria non abbiamo futuro e il presente non sarà altro che un tentativo continuo di restare sulla cresta dell’onda, costi quel che costi.

Guardiamoci intorno. Si definisce anziano un individuo che abbia superato una soglia convenzionale di 60-65 anni. Sempre convenzionalmente si chiama terza età quella che va dai 60-65 anni ai 75 e quarta età quella che dai 76 anni va oltre. Andiamo ripetendo che le attese di vita sono oggi ben diverse da quelle del passato e di conseguenza la popolazione anziana, valida e attiva, è enormemente cresciuta in questi ultimi anni. C’è chi, come me, propone di spostare in avanti il tradizionale limite per l’ingresso in quella che è nota come terza età, visto che è quasi ridicolo per molti uomini e donne in buone condizioni psicofisiche del nostro Paese, essere definiti anziani, termine che piaccia o non piaccia è carico di pregiudizi e stereotipi negativi accumulatisi nel corso del tempo. Ma se tutto questo è in buona parte fondato, non dobbiamo dimenticare che resta un’ampia fascia di popolazione di ultrasessantenni che si lasciano andare perché si sentono inutili e privi di forze, per non parlare di coloro che per condizioni economiche, fisiche o psichiche hanno perduto qualunque autonomia.

La solitudine – quella imposta e subita, non quella scelta – e il sentimento di inutilità costituiscono la ‘malattia’ più diffusa tra gli anziani. Occorre dunque favorire in ogni modo il coinvolgimento degli anziani nella vita di comunità con iniziative (meglio se proposte da loro stessi) che li facciano sentire, come spesso sono in realtà, vivi, cioè fertili. Dare loro luoghi dove incontrarsi e organizzare attività non soltanto ricreative, individuare attività socialmente utili in cui l’anziano, se vuole, possa impegnarsi, mettere a disposizione di tutti il suo patrimonio di memoria per far conoscere ai più giovani la storia e le tradizioni della comunità, ascoltarli ogni volta che si debbano prendere decisioni importanti per la collettività. Ma attenzione: non sto parlando di attività da laboratorio protetto né di iniziative ricreative che non partano dai loro interessi reali e dalle loro radici; gli anziani non devono essere ridotti a ‘bancomat’ della memoria da consultare ogni volta che ci viene voglia di sapere ‘come eravamo’. La memoria è essenziale per la comunità ma gli anziani vivono nel presente ed hanno bisogno di farlo attivamente senza l’elemosina di iniziative posticce. Senza dimenticare che è segno della loro buona salute il fatto che non siano remissivi e che progettino un futuro; noi abbiamo la possibilità di sperimentare come gli anziani si sentono ancora fertili e vedono la vita come dotata di senso, quando entriamo in contatto attento e affettuoso con gli anziani della nostra vita. Questa esperienza è alla portata di tutti: provate a vedere, ad esempio, come un anziano si rianima quando racconta un episodio della propria vita a interlocutori non distratti ma curiosi, interessati e partecipi, come avverte dentro di sé le spinte migliori della giovinezza quando sente che la sua giornata ha un senso.

Non basta un rispetto di facciata, assicurare loro vitto e alloggio estraniati in maxi-strutture senza alcuna identità culturale e affettiva, coinvolgerli in attività prive di costrutto per le quali userei il termine ‘passatempo’ nel significato peggiore, quello di tirar sera non avendo altro di meglio da fare. Rispettare gli anziani significa innanzi tutto assicurare loro ‘vita reale’, nei luoghi dove sono vissuti, dove ci sono gli affetti e i ricordi, dove si può svolgere qualche attività che abbia un senso. Quindi, in primo luogo la loro casa, la loro famiglia, i loro nipoti se ce ne sono. Ma discutendo di questi temi in giro per l’Italia, sempre più mi vado convincendo che sono gli anziani stessi, organizzati o meno, che devono proporre e premere perché le loro proposte vengano realizzate e non aspettare che qualcosa arrivi ‘dall’alto’ come concessione. Nulla di ciò che veramente conta ed impariamo ad amare arriva, ripeto, senza fatica e impegno. Rispetto, affetto, attenzione, giustizia, molto spesso non sono doni ma conquiste. Lo sanno bene le lettrici e i lettori più anziani che hanno conosciuto tempi in cui molti dei diritti che oggi sembrano pacificamente garantiti erano invece negati ai più: i diritti elettorali, quelli sindacali, l’istruzione e tanto, tanto altro ancora.

L’assenza di anziani nelle nostre case e, più in generale, il distacco tra vecchi e giovani, tra nonni e nipoti comporta un vero e proprio buco di memoria. Molti ragazzi non possono più contare sui racconti degli anziani, testimoni di un’epoca non lontana in cui molto di ciò che oggi appare assodato e scontato era invece oggetto di dura lotta. Non solo la famiglia, ma anche la scuola dovrebbe essere il luogo nel quale questo ponte tra presente e passato, tra cronaca e storia potrebbe essere percorso da insegnanti e allievi a stretto contatto con gli anziani. Ma spesso le istituzioni educative si sottraggono a questo compito e lo studente, tornato a casa, non trova quasi mai un nonno o una nonna che possa trasmettere l’esperienza delle generazioni passate né possono troppo contare su adulti che abbiano tempo, sensibilità e voglia di affrontare queste questioni. Non è bello né sano vivere come se ogni giorno fosse il primo giorno del mondo.

Dobbiamo tornare a colmare questo vuoto, se vogliamo avere un futuro come individui e come collettività. Dobbiamo tornare a ridare senso e dignità a tutte le età della nostra vita, dall’infanzia alla vecchiaia. L’identità ci viene da una storia. In mancanza di una storia troveremo qualche fragile identità di accatto, ci legheremo al carro delle identità altrui.

La “generazione di mezzo” è il problema. I bambini e i ragazzi entreranno a farvi parte, gli anziani l’hanno lasciata, ma tutti noi ci siamo sentiti dire che questa è l’età della vita in cui si vedrà ciò che veramente siamo e quanto valiamo. Con questa immagine della vita in testa non si va lontano perché l’infanzia e l’adolescenza diventano una fase preparatoria (non-ancora-adulti) e l’anzianità diventa un fine corsa (non-più-adulti). La vita dovrebbe invece essere considerata preziosa e fertile dal primo all’ultimo secondo dell’esistenza. Non è un caso che l’adulto, il protagonista dell’età di mezzo, perda la memoria della propria infanzia e della propria gioventù che spesso rinnega perché incompatibili con le esigenze di ‘serietà’ e ‘impegno’ che l’età di mezzo richiede. Non è un caso che l’adulto tema ed esorcizzi la vecchiaia, alla quale non riconosce altro contenuto che non sia un lento avvicinarsi verso la fine della vita. Quale messaggio stiamo dando ai ragazzi quando, nei fatti, insegniamo loro che l’unica età della vita che conta è quella collocata tra l’infanzia e la vecchiaia? Gli esseri umani, secondo questa prospettiva, passerebbero da una condizione di non-ancora adulti e attivi a quella di non-più adulti e attivi, con una sopravvalutazione dell’età di mezzo a tutto discapito delle altre età della vita. Io dunque non mi aspetto molto dall’ “età di mezzo” per affrontare e risolvere i problemi degli anziani. Al massimo, potrò aspettarmi un po’ di umana comprensione se non di pietà per alleviare paternalisticamente le pene degli anziani. Molto di meglio invece mi attendo dall’iniziativa degli anziani stessi in collaborazione con e, se necessario, anche contro l’età di mezzo affinché sia chiaro che l’anzianità, il sempre più lungo periodo che succede all’età di mezzo, è una fase della vita degna di essere vissuta pienamente, lottando e amando, senza attendere la carità di nessuno.

Chiunque sia vissuto abbastanza a lungo, almeno questo lo ha imparato: vivere bene fa bene. Il problema sta nel capirci su cosa intendiamo per ‘vivere bene’, visto che è ancora diffusa l’errata opinione che sia sufficiente avere danaro e potere per ‘star bene’. Le cose non stanno così: ‘vivere bene’ vuol dire ‘star bene con noi stessi e con gli altri’, portare in mezzo agli altri i risultati di un lungo lavoro – può durare tutta una vita – diretto a distinguere ciò che conta da ciò che è superfluo o addirittura dannoso. Vuol dire mantenere relazioni e affetti con le persone, i luoghi, le atmosfere che ci siamo costruiti nel corso della vita;

imparare a vivere insieme agli altri impostando le nostre relazioni, per quanto possibile, sulla base di scambi costruttivi. In altri termini, non solo “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” ma anche “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”; essere convinti che la vita umana è preziosa dal primo all’ultimo istante della nostra esistenza.

Ma più che parole occorrono fatti e scelte. Investire per migliorare le condizioni della convivenza urbana non è una scelta come un’altra. Questi investimenti producono interessi altissimi in termini di pacificazione delle relazioni tra i cittadini, di serenità individuale, di rispetto reciproco, di voglia di vivere, impegnarsi, progettare e sognare.

Alla base di questo ‘sogno ragionevole’ che tende a trasformare i centri urbani e a renderli meno ostili nei confronti dei cittadini più fragili c’è, io credo, il concetto di “familiarità” cioè della confidenza che ci deriva dalla consuetudine e dalla dimestichezza con un ambiente che abbiamo avuto il tempo di esplorare e conoscere e nei confronti del quale abbiamo stabilito relazioni anche affettive. La necessità e l’utilità di ‘familiarizzarsi’ è del tutto evidente nei bambini che, prima di spingersi ad esplorare il nuovo, hanno necessità di una base sicura da cui partire e a cui, se del caso, ritornare. Ma anche negli anziani torna prepotente, con il passare degli anni, questa spinta a legarsi a ciò che è ‘familiare’ e, proprio per questo, rassicurante. Chi non è più giovane e non ancora vecchio si avventura spesso senza timori in terreni nuovi e inesplorati, è più propenso ad accettare il cambiamento, crede addirittura che si possa e si debba vivere senza troppi legami di cuore e di cervello. Ma non è così per gli anziani che non amano troppo i cambiamenti repentini che non consentono loro il tempo di ‘familiarizzarsi’. Questo non vuol dire che bambini e anziani siano nemici del nuovo.

Tutt’altro. Sono attenti, curiosi e avidi di novità come ogni essere umano sano. Essi però avvertono il bisogno e hanno il diritto di impiegare tutto il tempo necessario per rendere ‘familiare’ il nuovo, per sentirlo come proprio o respingerlo perché estraneo ai loro bisogni. Ad esempio, non si tratta di schierarsi ad ogni costo a difesa dei piccoli esercizi commerciali contro il proliferare dei super- e ipermercati. La scomparsa di un piccolo negozio presso il quale ci servivamo da anni che chiude l’attività perché schiacciato da un supermercato è una novità che può essere vissuta negativamente se il nuovo esercizio è organizzato in maniera tale da non far sentire a proprio agio il cittadino più anziano. Se invece il personale, le strutture, le luci, i suoni, gli orari di apertura, la vicinanza al mio luogo di vita, mi consentono di farlo diventare a poco a poco ‘familiare’ ecco che il nuovo sarà accettato.

Anni fa ho avuto la riprova della validità di queste parole incontrando in carcere la giovane protagonista di un clamoroso fatto di cronaca. La ragazza aveva ucciso un uomo il cui atteggiamento, sotto l’effetto di droghe e alcol, le era apparso tanto minaccioso da spingerla a sparare per difendersi. Dal dettagliato racconto che mi fece della sua vita, emergeva il quadro di un’infanzia e di un’adolescenza contrassegnate da violenze, abbandoni, separazioni dolorose. Nel passato sembrava non esserci alcun appiglio a cui aggrapparsi per uscire fuori dalla terribile situazione in cui si trovava. Nessun bel ricordo sul quale fondare almeno la possibilità di una storia diversa da quella disperata che l’aveva portata fino all’omicidio. Un giorno, però, scavando nella memoria, rimettendo insieme le tessere di un mosaico disintegrato, la giovane incontra un ricordo di quando era bambina, le sere trascorse in una fattoria di campagna assieme al nonno, “l’unico uomo che sia stato accanto a me con gioia senza chiedere altro che la mia presenza”. Aveva trovato un bandolo per districare, almeno in parte, la matassa di una storia aggrovigliata e inquietante. Qualcuno, un tempo, le aveva dato un amore gratuito. Ciò che è avvenuto, può capitare di nuovo.

I racconti delle persone che incontro, non solo nella mia vita professionale, vedono spesso i nonni protagonisti. Anche se non mancano eccezioni di incontri con nonni che hanno avuto un’influenza negativa, i ricordi del rapporto con i nonni sono per lo più teneri, affettuosi, riconoscenti.

Un buon ricordo può essere la leva per far emergere la speranza. Ciò che fino a poco fa sembrava la fine-del-mondo, ci appare ora come fine-di-un-mondo. Ciascuno di noi nel corso della vita può costruirsi – o aiutare gli altri a fare altrettanto – un piccolo patrimonio di buoni ricordi da utilizzare quando la realtà ci appare tanto dura da essere insostenibile.

Anche quando diventiamo vecchi, il nostro comportamento, ciò che diciamo o facciamo con e per gli altri potrà entrare a far parte un giorno. per qualcuno che oggi ci sta accanto, del ‘pronto soccorso della memoria’ da utilizzare in caso di crisi.

Questo è uno dei tanti motivi per cui, quando si vuol far qualcosa di utile per i vecchi, non si devono recidere le loro radici con il passato, la loro memoria, emarginandoli, allontanandoli dalla famiglia, togliendo loro l’opportunità di contatti fertili con i nipoti.

Tempo fa, visitando una casa per anziani, alcuni dei quali ormai costretti a letto, proprio quegli anziani mi hanno fatto capire quanto sia importante per loro vivere in una vera casa. Se non può essere quella dei loro familiari, che abbia almeno le caratteristiche di una casa accogliente. Un numero di ospiti limitato, la possibilità  – per chi non è gravemente infermo – di partecipare attivamente a tutte le attività quotidiane della casa, un’assistenza sanitaria competente e affettuosa. Soprattutto, una casa che sorga là dove l’anziano è vissuto a lungo, che consenta attraverso rapporti intensi con l’esterno il contatto con luoghi dove è possibile incontrare volti e ambienti noti, dove poter ascoltare voci e dialetti consueti. Una casa dove non si svolgano attività infantilizzanti, tese a far passare il tempo in qualche modo a persone che hanno invece diritto a trovare un senso nella loro giornata. Una casa dove i vecchi non siano trattati come bambini ai quali va insegnato l’abbiccì della vita. Una casa dove non ci sia spazio per l’umiliazione. Una casa dove si può continuare a essere nonni se si ha la fortuna di avere nipoti. Non è obbligatorio ‘sentirsi nonni’, ma quando si vorrebbe stare almeno di tanto in tanto accanto ai nipoti e non ci è consentito di soddisfare questo desiderio, il dolore è lancinante e insopportabile.

La presenza degli anziani accanto ai nipoti assicura un fertile scambio di risorse tra generazioni diverse. Uno scambio di buone esperienze e dunque di buoni ricordi.

Da una parte una comunità che non dimentica i suoi membri più vecchi e dimostra che il rispetto è dovuto a ogni essere umano ben oltre il superamento dell’età lavorativa. Il rispetto non ha una data di scadenza e non è nemmeno una questione di forma. Ogni essere umano deve essere messo in condizione di vivere fino all’ultimo un’esistenza che abbia per lui un senso. La semplice sopravvivenza non basta.

Dall’altra parte, l’anziano che non si sente ‘tollerato’ ma che continua a far parte di una rete di relazioni in un ambiente che conosce e nel quale è vissuto per tanti anni, darà il meglio di sé, poco o tanto che sia, reagirà meglio alle infermità dell’età, metterà a disposizione dei nipoti, dei più giovani e della comunità non solo la propria memoria ma anche i propri sogni e i propri progetti.

Già, perché tra i tanti pregiudizi che affliggono la vecchiaia c’è anche quello che ad una certa età si vivrebbe con la testa rivolta all’indietro, prigionieri dei ricordi e della nostalgia. Le cose non stanno così. E’ vero che più si diventa vecchi più aumentano i distacchi, le assenze, le perdite di persone e ambienti e che tutto questo può incentivare una visione malinconica della vita, ma è anche vero che la voglia di vivere non viene meno quando ci si sente accettati, accolti, parte di una collettività. Un insegnamento prezioso per i più giovani che imparano attraverso l’esempio che la vita è degna di essere vissuta dal primo all’ultimo secondo.

Lo scrittore David Grossman, in un suo racconto intitolato Il duello, parla della profonda amicizia tra un ragazzo di dodici anni, David, e un vecchio di settanta, Rosenthal.

David una sera capisce ‘d’improvviso’ che anche il vecchio Rosenthal “un tempo è stato giovane, ha amato, ha avuto amici e ragazze e alle feste, quando ballava con la sua Edith, era sicuro che il mondo fosse stato creato esclusivamente per lui“. E la mente del dodicenne David, che talvolta si sente scoppiare di vitalità e allegria, è attraversata da un pensiero semplice e illuminante: verrà un giorno in cui i miei figli e i miei nipoti non riusciranno a immaginarsi che io sia stato così giovane ed entusiasta.

Già, perché “gli occhi della nostra infanzia conoscono quel che solo alla fine della nostra vita avremo il coraggio di vedere“.

*INSERIRE SPECIFICA

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