Prevenire il Burn Out

Molte ricerche hanno evidenziato che gli operatori dei reparti psichiatrici riportano livelli medio-alti di manifestazioni di disagio psico-fisico

Le persone che lavorano nelle helping professions (professioni di aiuto) sono frequentemente esposte a situazioni cognitivamente ed emotivamente coinvolgenti, quindi potenzialmente stressanti. Molte ricerche, alcune delle quali condotte anche in Italia, hanno evidenziato che i lavoratori dei reparti psichiatrici ospedalieri riportano livelli medio-alti di burn out. L’anno scorso nell’azienda ULSS 18 di Rovigo sono stati condotti uno studio e un corso di formazione su tale argomento. Lo scopo della ricerca era quello di individuare le relazioni esistenti tra manifestazioni di burn out e benessere individuale, considerando contemporaneamente il ruolo eziologico svolto da fattori personali e dal contesto lavorativo. Agli operatori (107 soggetti) del DSM (Dipartimento di Salute Mentale) è stato somministrato un questionario anonimo (allo scopo di rilevare il grado di soddisfazione personale nei confronti del lavoro  svolto quotidianamente).

Il questionario era composto dai seguenti strumenti:

  • una scheda informativa sulle caratteristiche socio-anagrafiche (età, sesso, stato civile, profilo professionale, anzianità lavorativa, la sede lavorativa, il tempo d’impiego nella sede lavorativa) più un item per la rilevazione dell’intenzione di cambiare lavoro da parte degli operatori;
  • la versione italiana a 22 item del Maslach Burnout Inventory  (Maslach e Jackson, 1981);
  • la versione italiana del General Health Questionnaire a 12 item (Goldberg, 1978);
  • una scala d’uso delle strategie di coping, ovvero un questionario proposto da un campione di operatori per individuare strategie attive e passive per prevenire il burn out e rilevazione delle caratteristiche del proprio lavoro.

Sono stati raccolti i questionari ed è stata eseguita la procedura di scoring (calcolo dei punteggi) ed infine sono stati analizzati i dati con l’ausilio di  software per il calcolo statistico.

In primis è stata analizzata la struttura fattoriale degli strumenti impiegati per l’MBI.

È stata replicata la struttura tridimensionale proposta dalla Maslach, mentre per il GHQ quella bifattoriale proposta da Goldberg & Williams (1991). I due fattori individuati da questi autori sono: la General disphoria (sintomi psicofisici percepibili dal soggetto connessi a disturbi dell’umore) e la Social dysfunction (difficoltà nelle prestazioni sociali, nell’affrontare i problemi, nel condurre le attività quotidiane). Entrambi gli strumenti sono risultati affidabili sia nella loro globalità sia per quanto riguarda le loro sottodimensioni (alfa di Cronbach.61).

La popolazione è costituita da 107 operatori, ma  solo le risposte di 70 soggetti sono state analizzate perché trentasette questionari erano incompleti e pertanto sono stati esclusi dall’elaborazione dei dati.

È emerso che il 34,3% del nostro campione presenta livelli medio-alti di burn out.

Tale quadro è in linea con altre ricerche effettuate nell’ambito della Sanità italiana (Pedrabissi, Santinello, Vialetto, 1994; Pavan, 2002).

Per quanto riguarda i fattori lavorativi: l’appartenenza degli operatori alle sedi lavorative (Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura, Centro di Salute Mentale e Comunità) mostra una differenza significativa p<0.05 nella dimensione della depersonalizzazione. I valori medi di tale sub-scala del MBI degli operatori sono per gli operatori: 2.0 nel SPDC, 3.5 nel CSM e 5.3 nelle strutture. È possibile che gli operatori maggiormente a contatto con la sofferenza psichiatrica cronica, non vedendo miglioramento, trattino gli utenti con maggiore distacco.

Per indagare il rapporto intercorrente nel nostro campione tra variabili socio-anagrafiche, manifestazioni di burn out e lo stato di salute generale si è suddiviso il campione in tanti gruppi quante sono le categorie della variabile socio-anagrafica di volta in volta considerata. Sono stati  calcolati i punteggi medi e le deviazioni standard per rilevare i livelli di burn out in tali gruppi. In seguito è stata effettuata un’analisi della varianza ad una via  per rilevare l’esistenza  di differenze tra le medie di detti gruppi. Successivamente si è eseguito un F test per saggiarne la significatività. Le differenze tra le medie dei gruppi non sono risultate significative. Si nota, però, un aumento nel livello dell’esaurimento emotivo al progredire dell’età; tuttavia ciò non incide sulle dimensioni del benessere psicofisico. Chi lavora da oltre 15 anni nei servizi del DSM, forse perché prossimo alla pensione, se pur inserito in un ambiente lavorativo stressante, vive le preccupazioni della propria  professione come transitorie.

Per indagare il rapporto esistente nel nostro
campione tra la percezione e la valutazione delle caratteristiche lavorative, le manifestazioni del burn out e lo stato di salute generale si è seguita la seguente procedura.

Sono stati calcolati i coefficienti di correlazione prodotto-momento (Pearson) tra i punteggi delle tre dimensioni del MBI, la misura del GHQ e gli indicatori della percezione/valutazione lavorativa delle diverse condizioni lavorative espresse dai 13 item del questionario.

Cinque item si sono rivelati ininfluenti, gli otto rimanenti, invece, presentano correlazioni significative con le dimensioni del burn out e lo stato di salute degli operatori, che possono essere raggruppati come segue:

  • relazioni sociali: item 1,2, 3, 7;
  • gratificazione lavorativa: item 5, 8, 10;
  • tempo disponibile per la gestione della propria vita: item 9.

Si è proceduto alla  stima  del modello di regressione multipla più adeguato per ogni singola dimensione considerata seguendo l’approccio best-subtest di cui riportiamo in forma descrittiva i risultati.

  • L’incompatibilità del lavoro con la propria vita privata e il forte coinvolgimento (come farsi carico dei problemi degli utenti) e la percezione di una scarsa crescita professionale sono variabili predittive di esaurimento emotivo.
  • L’incompatibilità del lavoro con la propria vita privata, la considerazione di inutilità unita ad una personale difficoltà espressiva sono variabili predittive di depersonalizzazione, mentre il riuscire ad esprimere le proprie idee all’interno del lavoro d’equipe coniugato ad una crescita professionale  è fonte di realizzazione professionale.
  • La percezione di mancata crescita professionale e d’inutilità del proprio lavoro, con un alto coinvolgimento nei problemi degli utenti sono predittivi  di sintomi psico-fisici dal soggetto connessi a disturbi dell’umore (General Disphoria).
  • Un lavoro percepito come inutile, non gratificante e svolto in un contesto senza scambio è predittore di difficoltà nelle prestazioni sociali, nell’affrontare i problemi, nel condurre le attività quotidiane anche nel privato (Social Dysfunction).

Interessava sapere come le persone che lavorano al DSM fronteggiano tale stato di disagio, posto che  l’utilizzo preferenziale di strategie inefficaci  ne favorisce lo sviluppo.

Monet e Lazarus (1977) differenziano le strategie di coping in dirette ed indirette: le prime rivolte a controllare/risolvere la situazione stressante, le seconde rivolte a ridurre il disagio emotivo provocat  dallo stato di stress.

Un’ulteriore divisione delle strategie è quella proposta da Pines e Kafry (1981) in attive e passive: le prime implicano l’affrontare la situazione modificando se stessi o la fonte dello stress, le seconde comprendono quelle modalità tese alla negazione o all’evitamento della situazione stressante con mezzi cognitivi o fisici.

Non esiste uno strumento tarato per la misurazione delle strategie di coping, tuttavia gli operatori del DSM hanno cercato di mettere a punto un questionario con l’intento di cogliere i comportamenti messi in atto nel lavoro. Le strategie identificate con specifici item  possono essere suddivise in: attive indirette (3), passive dirette (4, 5) e indirette (1, 2) (Tab. 1).

È stata controllata la validità della classificazione  calcolando le correlazioni tra gli item. Successivamente, abbiamo considerato l’apporto di ogni singola strategia sui livelli del burn out e del benessere individuale calcolandone le correlazioni (Tab. 2).

Il risultato globale è che le strategie abitualmente utilizzate dal nostro campione sono per lo più inefficaci.

Le strategie di coping passive, infatti,  sono le più utilizzate e favoriscono l’insorgere dell’esaurimento emotivo (EE) e il deterioramento del benessere  individuale nelle correlazioni con GD (General Disphoria) e SD (Social Dysfunction).

Tabella 1: Scala delle strategie di coping

  • Mi sento stressato dal mio lavoro.
  • Mi capita di pensare che questo lavoro finirà per logorarmi.
  • Ho la possibilità di scambiare le mie esperienze con colleghi che lavorano altrove.
  • Nel tempo libero mi capita di pensare al mio lavoro
  • Sento che il mio livello di autostima è basso

Tabella 2: Correlazioni coping, burn out e benessere individuale

Correlazione significativa per  p<0.05*

Correlazione significativa per  p<0.01**

Il quadro che emerge non è incoraggiante: le persone lavorano in un ambiente particolarmente stressante e non sono in grado di affrontare in maniera  costruttiva lo stress con possibili ripercussioni sulla qualità di vita.

Si è tentato di identificare quali strategie siano maggiormente efficaci nel proteggere l’individuo dall’insorgenza del burn out.

A tale scopo è stata considerata una regressione multipla (stepwise) seguendo l’approccio best-subtest, utilizzando i punteggi delle tre sub-scale del MBI (EE, DP, PA) e le due del GHQ e come variabili dipendenti le cinque strategie di coping considerate.

Le strategie attive, associandosi ad un basso grado di disagio, e, in particolare, lo scambio di esperienze con altri colleghi (peso beta pari a 15) sembrano le modalità più efficaci tra quelle adottate dal personale del DSM.

L’educazione alla comunicazione potrebbe, assieme ad altri fattori, rivelarsi vincente nel proteggere i lavoratori e nel tutelare gli utenti. In un’azienda finalizzata alla prevenzione, promozione e tutela della salute del cittadino pare eticamente corretto e prioritario intervenire su tali dimensioni.

La letteratura sullo stress e sul burn out attribuisce molta importanza alle sensazioni negative vissute in rapporto al proprio lavoro e al desiderio di cambiare attività o genere di mansione.

Nella parte socio-anagrafica è stato chiesto se e con quale frequenza gli operatori avessero pensato a cambiare lavoro.

L’analisi ha evidenziato che chi pensa più spesso a cambiare lavoro, sperimenta maggior esaurimento emotivo e un deterioramento dello stato di benessere psicofisico.

Conclusioni

Dall’analisi dei dati abbiamo rilevato come il nostro campione presenti un livello medio di burn out. Il rischio sembra minore in SPDC, in cui sono stati rilevati valori minori di esaurimento emotivo, depersonalizzazione e maggiori di realizzazione personale.

Dal momento che le variabili socio-anagrafiche non sembrano incidere sulle dimensioni del burn out, ipotizziamo che ciò sia  probabilmente in relazione con:

  • un tempo breve di contatto con l’utente (7 giorni circa);
  • l’approccio terapeutico prevalentemente farmacologico con regressione dei sintomi (feedback positivo ed immediato);
  • la collocazione in ospedale (status professionale percepito in modo diverso).

Per quanto riguarda le caratteristiche del lavoro predittive di burn out e degrado del benessere psicofisico sono: la scarsa crescita professionale, l’alto  coinvolgimento con i problemi degli utenti, le mansioni non gratificanti, l’incompatibilità del lavoro con le proprie esigenze di vita, la difficoltà di esprimersi, la percezione dell’inutilità del proprio lavoro, le scarse possibilità di lavorare in equipe.

Il riuscire ad esprimere le proprie idee all’interno  del lavoro d’equipe coniugato ad una crescita professionale è, invece, fonte di realizzazione professionale.

La scarsa crescita professionale, il giudicare inutile il proprio lavoro unito ad un alto coinvolgimento dei problemi degli utenti sono predittori di sintomi psicofisici percepibili dal soggetto e connessi a disturbi dell’umore (general disphoria).

Un lavoro percepito come inutile, non gratificante e svolto in un contesto individuale è predittore di difficoltà nelle prestazioni sociali, nell’affrontare i problemi, nel condurre le attività quotidiane.

Per quanto riguarda le modalità di fronteggiare lo stress le strategie passive predicono esaurimento emotivo, scarsa realizzazione professionale, disagio psicofisico e malfunzionamento nella sfera sociale.

L’impressione che si ricava è gli operatori vivono in un contesto stressante a cui non riescono a far fronte efficacemente. Risulta chiara l’esigenza di intervenire su tale aspetto per tutelare la salute degli operatori, ma anche degli
utenti che vengono da essi seguiti.

Le strade d’intervento prioritarie sembrano essere:

la promozione di attività  lavorative di gruppo là  dove è possibile;

l’organizzazione di corsi di comunicazione;

la fornitura con continuità di un feedback positivo sull’operato dei lavoratori;

la valorizzazione delle mansioni degli operatori (riconoscere e far capire agli operatori l’importanza  del loro ruolo e delle loro mansioni).

*Direttore del Dipartimento di Salute Mentale

Azienda ULSS 18 di Rovigo

**Dottore in psicologia

Bibliografia

D. Etzion, A. Pines, Sex and culture in burnout and coping among human service professionals, Journal of  Cross-Cultural Psychology, 17(2), 1986.

D. Goldberg, Manual of the Gerenal Healt Questionnaire, Windsor: NFER, 1978.

C. Maslach, S. E. Jackson, The measurement of experienced burnout, Journal of Occupational Behavior, 2, 1981.

A. Monet, Lazarus, Stress and coping,  Columbia University Press, New York 1977.

 G. Pavan,  Risultati del questionario su stress, burnout e soddisfazione del lavoro, ISRAA,  Treviso 2002.

L. Pedrabissi, M. Santinello,. A. Vialetto, LA SINDROME DEL BURNOUT. Una ricerca tra gli insegnanti e gli operatori dei servizi psichiatrici del Friuli-Venezia Giulia, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 1994.

A. Pines, D. Kafry, Tedium in the life of professional women as compared with men. Sex Roles, 7-10,  1981.