Scelti per voi

Mariangela Giusti

PEDAGOGIA INTERCULTURALE.

Teorie, Metodologia,Laboratori.

Editori Laterza, Bari, 2004, pp.192

La pedagogia interculturale, che è una disciplina recente, ha in sé la sfida e il compito di trasmettere il messaggio chiaro e fondato che la diversità fra noi  e gli altri  esiste, che nei vari gruppi umani si possono ritrovare comportamenti, valori, usanze, interpretazioni del mondo tipiche di una certa tradizione culturale, ma anche elementi assimilati dall’incontro tra popoli.

La pedagogia interculturale ci spinge a fare dei tentativi per esplorare la diversità in modo autentico, per promuovere la comunicazione e tenere vivo il dialogo sottolineando la necessità di assumere una prospettiva educativa basata sempre più sull’idea di conoscenza, mescolanza e accoglienza di chi arriva da altrove.

Mariangela Giusti, nella Prima Parte del libro, presenta concetti e riflessioni fondamentali per la pedagogia interculturale che declinano l’interculturalità in un’ottica di convergenza fra interpretazioni teoriche che si rifanno anche a saperi diversi dalla pedagogia.

L’autrice scrive: “Il pensiero interculturalista deve partire necessariamente anche dalle lezioni della storia.[…] E’ dovere di insegnanti ed educatori cogliere le occasioni offerte dalle diverse discipline e insegnare attraverso i comportamenti, le parole ed il dialogo educativo. […] La pedagogia interculturale ha il compito di contribuire a trasmettere punti di vista che sappiano collegare la continuità e la discontinuità del passato e del presente; la varietà delle diverse realtà storico-geografiche e la loro capacità di incontrarsi. E di collegare, a sua volta, tutto questo con le realtà sociali e le vicende dell’attualità”.

Si passa poi ad approfondire il significato di alcune parole chiave per la pedagogia interculturale come spostamenti, stratificazione, conquiste, dialogo e identità culturali che si ritrovano nelle storie di vita di immigrati, nelle opere d’arte e in spazi geografici che, come luoghi dell’esistenza, sono testimoni e interpreti privilegiati della contaminazione e dello scambio tra mondi culturali differenti.

Nella Seconda Parte del libro vengono proposti esempi di Laboratori di didattica interculturale basati su elementi della quotidianità quali storie e voci di migranti, tematiche e simboli legati all’arte, fiabe e favole di diversa provenienza, che permettono di analizzare e ricostruire in maniera concreta la complessità dell’intercultura, con cui raffrontare la propria storia personale e il proprio ambiente sociale.

Il continuo rimando e richiamo, in tutto il libro, tra la parte teorica e la parte dei laboratori, è favorito da riferimenti testuali di tipo didattico-operativo alla fine dei singoli capitoli. Ciò stimola il lettore e la lettrice ad intraprendere un viaggio formativo che permette sia di implementare le proprie conoscenze teoriche che di sperimentare diversi strumenti didattici che vanno nella direzione del riconoscimento reciproco .

Nella Terza Parte sono presentate sette storie di immigrazione che favoriscono un immediato confronto con la complessità della “vicenda migratoria”, di chi ha una forte intenzionalità nel portare altrove il proprio progetto di vita.

Marta Franchi

Maria Bacchi, Fabio Levi

Auschwitz,il presente e il possibile

Dialoghi sulla storia tra infanzia e adolescenza

La Giuntina, Firenze, 2004, Pag. 372, E 13

“Fra gli intenti che inizialmente ci eravamo dati compariva il desiderio di comprendere il ruolo della scuola nella strutturazione delle conoscenze e degli atteggiamenti dei ragazzi riguardo la Shoha. Alla fine del lavoro ci rendiamo conto che sarebbe necessario un ampio e approfondito supplemento di ricerca per chiarire questo nodo. Servirebbe lavorare più a fondo sulla durata dei processi di interiorizzazione e di elaborazione delle conoscenze nei preadolescenti, sulle metamorfosi che subiscono le conoscenze nella trasmissione didattica. Sarebbe necessario sciogliere l’inestricabile groviglio fra ciò che dà la scuola e la molteplicità delle altre fonti di informazione sulla storia: dalla trasmissione, a nostro parere ancora vitale, delle memorie familiari, al proliferare di informazioni medianiche forti, incisive, spesso capaci di penetrare aggirando la soglia della consapevolezza ma sempre difficili da decifrare. Senza dimenticare che per molti ragazzi anche la strada è luogo di informazione sul passato, soprattutto per le occasioni di confronto tra pari che offre, ma anche per il ruolo di figure adulte che transitano rapidamente nella vita dei giovani pur lasciandovi tracce significative”.

Ci si perdoni la lunga citazione, ma ci è sembrata necessaria per cercare di introdurre e invitare alla lettura di questo lavoro di Maria Bacchi e Fabio Levi. Un lavoro che intreccia più piani rispetto alla storia a partire dall’uso che della stessa si può fare, ma soprattutto a partire da come si costituisce la memoria storica attraverso la ricerca sulle intersezioni tra la memoria adulta e la sua elaborazione nei ragazzi, lo studio dell’intreccio tra casualità di discorsi appena percepiti e silenzi pesanti e la loro elaborazione.

Infatti il lavoro procede tra i due piani del lavoro in classe in cui “Ciò che è emerso… non è la somma delle conoscenze singole, ma una sorta di quadro sociale delle conoscenze, nel quale le informazioni individuali si sono strutturate in modo nuovo attraverso il confronto, i procedimenti di argomentazione dei punti di vista, gli stimoli, le imitazioni o le censure (in genere involontarie) dell’adulto, l’imitazione, persino i silenzi” e gli incontri individuali dove emerge come “Auschwitz chiama in gioco atteggiamenti, inclinazioni riflessive che vanno oltre le competenze disciplinari, mette uomini e donne europei di fronte a se stessi, li induce a una pratica di autoriflessione che riguarda i modelli di autorità e di critica sociale che hanno interiorizzato, il modello di civilizzazione che li ha nutriti, solleva interrogativi sulla condizione umana, pone la questione della sottile linea di demarcazione fra responsabilità e colpa, condiziona la storia del presente, pone ansie e ipoteche sul futuro. In questo l’adulto e il preadolescente si trovano ugualmente spiazzati, con la differenza di un più di consapevolezza che affligge chi ha vissuto più a lungo e da più tempo si interroga su questi temi”

Tra le due dimensioni, quella della discussione in classe e quella della conversazione collettiva, si dipana la costruzione di stereotipi e la disamina
degli stessi da parte degli autori, alla ricerca del modo in cui la memoria si stratifica e si sottrae all’oblio. Processo non semplice, non fosse che occorre ritrovare lo sfondo sul quale la memoria si staglia e a quali domande cerca di rispondere. Ma anche come si intreccia il proprio percorso di costruzione della memoria con le modalità per trasmetterla, per condividerla. E qui si incrociano i piani della volontà e della casualità che costituiscono la trama dell’esperienza. Esperienza dei ragazzi che non essendo esperienza diretta risente del modo in cui la memoria si trasmette. E’ possibile pensare di trasmettere in modi autoritari la memoria della Shoà? La domanda non è solo retorica, se l’esperienza vissuta viene assolutizzata e non risce a calarsi nell’oggi. Nel mentre si cercano i modi affinché Auschwitz non si ripeta, si usano modalità che lo coltivano. Come coniugare allora la trasmissione dell’evento con l’autorevolezza possibile, senza che questa faccia riferimento all’autorità indiscussa e indiscutibile di chi questo ha vissuto? Come fare i conti con quella colpa sulla quale tanto ha riflettuto Primo Levi ne “I sommersi e i salvati”?

Sono temi che pesano nel momento in cui la storia diviene un porto delle nebbie in cui, in nome della morte che tutto rende uguale, si cancellano le diversità che la vita ha introdotto e che hanno segnato la vita di coloro che sono morti, come se la memoria fosse qualcosa di superfluo, destinata ad annullarsi nel momento di una morte che tutto pareggia e cancella. Forse per riaffermare una cultura della vita, anche testi come questo sono importanti poiché indagano il come si costituisce il ricordo delle esistenze che ci hanno preceduto, con i loro orrori, certo, ma anche con le tracce di un disperato tentativo di riaffermare la vita nella parola, che sola può strappare all’oblio esistenze altrimenti consegnate al silenzio.

A. Cozzi

David Garland

La Cultura del controllo

Crimine e ordine sociale nel mondo contemporaneo

Il Saggiatore, Milano, 2004, Pag. 447, E 24

Due scenari contrapposti possono aiutarci ad introdurre il testo di Garland. Nel primo assistiamo al ritorno di segni identificatori per il criminale: ritornano le divise carcerarie in alcuni stati del sud degli Stati Uniti per i detenuti, che vengono incatenati l’uno all’altro anche nelle ore d’aria. Nel secondo si rappresenta il territorio metropolitano invaso da telecamere che sorvegliano le zone a rischio, i clienti del supermercato o dei centri commerciali, quasi che la prevenzione della criminalità fosse da appaltare ai privati; privati il cui organico rischia ormai di superare quello delle forze dell’ordine.

Le strategie di controllo rimandano a due concezioni della criminalità. Nella prima il criminale è un individuo radicalmente diverso, una diversità quasi biologica, un incorreggibile la cui libertà minaccia la società, e pertanto deve essere neutralizzato ad ogni costo. Nella seconda il criminale è un individuo normale, razionale ed opportunista come ogni attore economico, che probabilmente sarà dissuaso dal delinquere dalla presenza di una telecamera discreta o di una pattuglia di vigilanza privata. Nel primo scenario le prerogative penali dello stato sovrano si mostrano in modo spettacolare sul palcoscenico di un “teatro punitivo” in cui il deviante è stigmatizzato e degradato. Nel secondo lo stesso stato sovrano sembra rinunciare al proprio monopolio su legge e ordine, lasciando che il controllo della criminalità si insinui silenziosamente tra le pieghe del mercato e della privatizzazione.

Garland suggerisce che mentre la prima strategia rimanda a una criminologia dell’altro, la seconda rientra in una criminologia del sé, e che entrambe, al di là dell’apparente contrapposizione, rimandano e consolidano sempre piu una cultura del controllo che pervade le società contemporanee. Tra prevenzione e repressione, alla ricerca di una legittimazione politica che nel primo caso passa attraverso la presenza dello stato e, nel secondo, attraverso il mercato, si snoda il tema della pena e dell’insicurezza nella società contemporanea.

Il merito grosso del testo di Garland è quello di non sottovalutare con autosufficienza la domanda di sicurezza, o il senso di insicurezza che dir si voglia, del cittadino di oggi. Infatti la ritiene legittima, non foss’altro poiché è inconfutabile che oggi è molto piu probabile essere vittime di un qualche reato rispetto a ieri. Quel che contesta è il tipo di risposta che viene fornita cavalcando l’emotività. Infatti, la posta in gioco è la ridefinizione dell’identità sociale, la ridefinizione dei confini di inclusione ed esclusione. Le soluzioni che vengono proposte, soprattutto sul versante esclusivamente repressivo, rischiano tra l’altro di non essere sostenibili economicamente alla lunga. La crisi di alcuni stati del sud degli Stati Uniti è da questo punto di vista esemplare: il costo delle strutture e forme di contenimento della pena è ormai insostenibile e impone politiche di ripensamento rispetto al passato. Garland propone allora di ripensare l’insicurezza attraverso discorsi sociali che la possano dire al di fuori della sola politica del controllo, per riuscire a nominare diversamente le contraddizioni della società tardo-moderna.

A. Cozzi

Paul Ricoeur

Ricordare, dimenticare, perdonare

L’enigma del passato

Il Mulino, Bologna, 2004, Pag. 124, E 11

Nel primo dei due saggi che compongono il testo di Ricoeur l’autore indaga il passato attraverso la nozione di passeità, che gli permette di cogliere il duplice statuto del passato sospeso tra ciò che non è più e l’essente stato. Se la prima si pone come accezione passiva e negativa, la seconda si può porre come una dimensione dinamica maggiormente attiva, dalla quale ripartire per elaborare una dialettica della temporalità.

Attraverso un serrato confronto con i grandi filosofi che hanno pensato la temporalità, Ricoeur giunge a formulare una concezione che mette in tensione la memoria fino all’apertura verso il futuro: la conoscenza storica potrebbe così essere sottratta all’orientamento retrospettivo che di solito le viene attribuito; e verrebbe anche sottratta all’indecidibilità prodotta dalla manipolabilità delle fonti. Lungo questa dimensione il concetto intorno al quale si annodano le riflessioni di Ricoeur è quello di colpa, di cui viene sottolineata la dimensione di vincolo tra il passato e il futuro, costringendo a ricordare, a ridire, a riscrivere la storia.

Questa questione della riscrittura viene ripresa nel secondo saggio con una prevalente dimensione etica e politica. Tre sono i nuclei tematici intorno ai quali si snoda il secondo saggio. Il primo tratta della correlazione tra memoria individuale e memoria collettiva. Il secondo ruota intorno alla lettura di due testi di Freud, dai quali emerge la sequenza che lega ricordare ripetere e rielaborare, ove il lavoro della memoria assume un ruolo corrispondente al lavoro del lutto. Qui si innesta una relazione tra la memoria e l’oblio, in assenza della quale la memoria è priva di senso. Infatti la memoria non è pura registrazione, ma lavoro attivo che si staglia sullo sfondo dell’oblio, senza il quale la memoria sarebbe priva di senso. (Basti ricordare il famoso caso di Lurjia dell’uomo che ricordava tutto, per il quale l’esistenza era divenuta un inferno. L’ultimo punto riguarda la dimensione politica della memoria. Cioè come conciliare la memoria delle vittime con l’esigenza che il passato possa passare.

Il tema è di attualità se pensiamo alle catene infinite di odio che attanagliano gli scontri bellici. Pensiamo allo scontro tra palestinesi ed israeliani per rimanere vicini, o a quel che è accaduto in Ruanda. Quanto oblio sarà necessario per giungere alla pace, e sarà possibile una pace dimenticando le vittime (di entrambi gli schieramenti, come le accomuna Benny Morris nel suo testo intitolato appunto Vittime)? L’esperienza sudafricana si pone come una possibile strada, ma la narrativa si incarica di ricordarci il riverbero interno nelle relazioni interpersonali di questa convivenza tra vittime e carnefici. Riverbero che si trasforma a volte in violenza privata, non lungo la dimensione della vendetta (sarebbe stato un bagno di sangue) ma in quella dell’impossibilità
a rielaborare. La Commissione per la verità e la riconciliazione ha appunto tentato questa strada di convivenza tra memoria per ricordare e “risarcire” e oblio per far passare il passato e riconciliarsi nel presente. Qui forse diviene chiara la distinzione tra Bloch e Ricoeur affrontata nel testo, cioè tra traccia (Bloch) e testimonianza (Ricoeur): la traccia è passiva, la testimonianza attiva, coinvolge il soggetto nel lavoro della memoria, non lo fissa agli eventi, ma la testimonianza stessa non è esente da rischi perché “la fedeltà al passato non è un dato, bensì un voto. Come tutti voti può essere eluso, o tradito”. Occorre allora cercare di costruire un ponte tra le diverse forme di memoria rendendo “più plausibile una fenomenologia della costituzione simultanea, mutua e incrociata della memoria individuale e di quella collettiva”.

Ma se il lavoro del lutto viene accostato, si arriva ad una rielaborazione che apre la strada al perdono, come processo catartico rispetto al passato, ma non vi è possibilità di perdono se il passato non passa. Solo lungo questa strada il perdono non si confonde con l’oblio, non diviene un’autoassoluzione, poiché esige e necessita della presenza della vittima. “Il perdono è,  anche etimologicamente, un dono di riconciliazione che si offre, ma che lascia il colpevole o il debitore sempre insolvente, incapace di saldare completamente il dovuto, giacchè la sua colpa e il suo debito sono imprescrittibili… Il futuro sbloccato, scongela retroattivamente anche la tradizione, intesa come mera coazione a ripetere, abitudine irriflessa. Ne guarisce i traumi, che si manifestano, appunto, freudianamente nelle vesti di un agire che è un surrogato di dolorosi ricordi rimossi”.

A.Cozzi