Scelti per voi – Musica

 

Rosanne Cash

The River and the Thread

Blue Note, 2014, € 19,90

 

Mary Gauthier

Trouble and Love

Proper, 2014, € 20,40

 

Natalie Merchant

Natalie Merchant

Nonesuch, 2014, € 19,90

 

Emmylou Harris

Wrecking ball

Nonesuch, 2014, € 25,90

 

Partirei, questa volta, dalle donne, al plurale. Che, come dice Lacan, esistono, contrariamente alla donna, al singolare. Equivoco o sottigliezza
non sempre ben compresa che, in virtù dei fraintendimenti che ha generato, ha generato non poche polemiche. Lo psicoanalista francese, da dov’è ora, sicuramente ne ride ancora. I fraintendimenti erano il suo pane e quello, a suo dire, della comunicazione stessa. Le canzoni, poi, nella loro diversità, nel loro intreccio indistricabile di levità e profondità, di divertimento e serietà, di sensualità e tenerezza, una per una, ricordano bene le donne…

Ecco, dunque, tanto per incominciare, tre cd, freschi freschi. Belli, non eccezionali forse. Quello che mi è piaciuto di più è The River and the Thread di Rosanne Cash, figlia (e non so mi spiego) del grande Johnny. Lei appare in copertina e nella sua performance con aria tosta e determinata, seria e, come si dice, centrata sull’obiettivo. I brani country rock che compongono l’album sono compatti, incisivi. Insomma, prendono. Un’ottima prova, dunque. Mi ha meno convinto, invece, ma siamo sempre su un livello più che alto, Mary Gauthier, cantautrice americana per cui ho nutrito una vera e propria venerazione. Brava, attraversata da un dolore che non nascondeva né ostentava, alcuni tra i suoi cd precedenti credo di poterli annoverare tra gli album che più amato. Trouble and Love non mi  sembra a occhio (ops, pardon, a orecchio!) sul medesimo piano. Mi pare insegua un’ispirazione che è venuta un po’ mancare. Ma, forse, è una mia interpretazione. Agli ascoltatori l’ardua sentenza. Certo, non sarebbe stata cosa superfluo inserire i testi delle canzoni, magari scritti a lettere chiare, evitando, come spesso accade con i libercoli inseriti in taluni cd, di fare della lettura delle liriche (oh, yes, inglesizzo un cicinino) dei brani l’equivalente involontario di un esame dall’oculista. Infine, più angosciata e arrabbiata che mai, ma d’altronde di questi tempi chi non lo è?, è Natalie Merchant. Album dal titolo omonimo, se, per l’appunto, la mia vista non mi tradisce. Il mio fidatissimo pusher me l’ha spacciato come un capolavoro assoluto, ma lui tende sempre all’esagerazione, quando mi vede titubante, davanti a un cd. Io, boccalone, mi fido puntualmente e voilà. Il gioco è fatto. Intendiamoci, il disco non è affatto brutto, e lei è autentica, come solo le donne sanno essere, in quella strana e sapiente danza dei veli che sono abili nell’intessere, e dove gli uomini, decisamente più rozzi, faticano a cogliere la natura stessa di quello che è un velo… Storia complessa, per gli ingenui (e cioè gli uomini) che credono che il velo, o la maschera (a seconda), copra qualcosa che sta sotto, la vera sostanza, nel mentre faticano ad accorgersi che il velo stesso, la maschera stessa siano invece il luogo, enigmatico e sfuggente, in cui abita la verità… Termino con lo sproloquio, e lascio la parola e il canto a Natalie Merchant. L’apprezzerete di più, per altro, prestando attenzione ai testi, duri, non banali.

Ma procediamo: non c’è tre, senza quattro. Eccezionale è invece, a mio parere, un cd che non è nuovo, ma che è stato ristampato in edizione “de luxe”, termine pomposo, usato forse un po’ a sproposito, ma cosa non si fa per gratificare la propria autostima? (o, più terra terra, per vendere qualche cd di più…). Lei, perché anche qui è una donna, si chiama Emmylou Harris. Il cd doppio, e (il Boss non c’entra nulla, ma il vecchio Neil sì…), porta il titolo Wrecking ball. Emmylou ha una voce stupenda, le canzoni sono cover. Ma lei è bravissima, ti scivola dentro, nell’anima, al primo ascolto. Emozionante, davvero. Lo consiglio caldamente, non ne sarete delusi.

Bon, e quindi? Mi è difficile dissociare, ma è una questione mia, le donne dalla Francia (e, poi, Lacan dove lo mettiamo?). Ci sono, per altro, soggiornato una settimana in settembre e ne ho approfittato per fare un salto alla Fnac. Sui cugini d’oltralpe e la canzone bisognerebbe, in effetti, aprire un lungo discorso, per quanto non so se ne sia in questo momento il caso. Loro hanno a riguardo un rapporto sintomatico che si esprime in un certo contorcimento nella relazione che nei loro brani si ritrova tra musica e parole. Più di altri, infatti, ben prima e ben oltre del rap, i francesi, dai mitici chansonnier in là, vanno a nozze con i testi, sino a rendere la musica un sottofondo che serve a teatralizzare il testo medesimo, nulla più. A tal punto che taluni, spingendosi coraggiosamente più lontano di un Gaber (tanto per fare un nome), ne fanno anche a meno. Si pensi a Grand Corps Malade, in Italia non funzionerebbe. Ora, per farla breve: conoscete Michel Houellebecq? Leggerlo, è uno scrittore, può valerne la pena, personalmente consiglierei i suoi primi romanzi, avrei qualche resistenza su quelli più recenti. Lui è un autore melanconico e corrosivo, dunque bisognoso d’amore. Come tutti, forse anche di più. Un cantante, tale Aubert (non chiedetemi di più, non lo so!), ha ripreso taluni suoi testi con l’idea di dare ali alle sue parole, insomma, farne delle canzoni. Da qui il titolo, ovvio, del cd: Aubert chante Houellebecq. Les parages du vide. Il risultato a me non dispiace, decisamente. Certo, “ça va sans dire”, le canzoni sono molto “francesi”, inconfondibilmente “francesi”. Ciò era scontato, ma non è questo, mi pare, il limite maggiore di un cd, per altro, insisto, più che bello. Esso risiede piuttosto in quel che mi sembra una sorta di complesso d’inferiorità della canzone rispetto al testo letterario, come avviene sovente in questi casi, è come se il cantante non si autorizzasse a emanciparsi eccessivamente da quest’ultimo, rischiando di fare del brano una messa in musica di parole poetiche. La brevità delle canzoni ne è, azzardo, l’indicatore sintomatico. Peccato, comunque, è un cd che consiglio. Avercene così…