Sex workers, rent boys, marchettari: pedagogia di un incontro

 

Sex workers, rent boys, marchettari: pedagogia di un incontro.

Il presente contributo è costruito sui dati raccolti attraverso una ricerca esplorativa di natura etnografica, svolta presso l’unità mobile di strada della Cooperativa di solidarietà sociale Dedalus che da più di un decennio svolge interventi in favore di persone vittime di tratta e sfruttamento, con particolare attenzione alla realtà della prostituzione femminile, transessuale e maschile nelle aree urbane della città di Napoli.

Stefano Maltese*

Sex workers, rent boys, marchettari: pedagogia di un incontro.

Il presente contributo è costruito sui dati raccolti attraverso una ricerca esplorativa di natura etnografica, svolta presso l’unità mobile di strada della Cooperativa di solidarietà sociale Dedalus che da più di un decennio svolge interventi in favore di persone vittime di tratta e sfruttamento, con particolare attenzione alla realtà della prostituzione femminile, transessuale e maschile nelle aree urbane della città di Napoli.

Stefano Maltese*

Quando cala il sole e il traffico rallenta, sulle strade che portano verso i margini, non solo geografici ma anche sociali della città, fanno la loro comparsa sui marciapiedi e ai bordi delle strade le ombre di giovani e giovanissimi ragazzi, in vendita spesso per pochi euro.

Incontrare le ombre della notte non è semplice, non sempre si trova cosa dire o le parole giuste per dirlo, si tratta di contatti delicati che necessitano cura e attenzione per assumere la forma di una relazione d’aiuto. Il primo passo importante è rappresentato dall’accoglienza non giudicante delle storie, l’ascolto attento e motivato deve condurre poi all’analisi dei bisogni emergenti dalle narrazioni al fine di rendere concreto l’intervento. Bisogni che sono prima di tutto vere e proprie emergenze fisiche, dalla ricerca di un’abitazione a quella di un lavoro, per arrivare a quelle relazionali di socializzazione tra pari e connazionali. La dimensione del gruppo è risultata molto presente nei racconti dei ragazzi, quasi una sorta di rete protettiva, spesso l’unica possibile specie per i soggetti più deboli che si prostituiscono per sopravvivenza, anche solo per mangiare o trovare un posto dove passare la notte. Generalmente i ragazzi iniziano a prostituirsi da giovani e la loro carriera è molto più breve di quella delle donne, passati i trent’anni i clienti tendono a cercare ragazzi più giovani e sempre nuovi, motivo tra gli altri che rende questo genere di vita molto soggetta a frequenti spostamenti di città e cambi di piazza. Il fatto che il mercato del sesso offra possibilità di lavorare anche a ragazzi di 14, 15 anni[1] rende ancora più evidente le situazioni di rischio di devianza e marginalità a cui sono esposti i sex workers delle grandi aree metropolitane. Rischi legati tanto alle aggressioni fisiche quanto ai danni per la salute fisica e psicologica. Come per le donne infatti i rapporti sessuali non protetti vengono pagati molto di più ed è facile immaginare cosa questo voglia dire per un ragazzo giovane e in condizioni di povertà, a differenza delle donne invece il rapporto sessuale per un ragazzo che si prostituisce va portato a termine e il piacere provato può avere delle ripercussioni psicologiche importanti nella già difficile costruzione di un’identità sessuale[2].

Questo complesso intreccio tra rischi e bisogni basterebbe a giustificare l’esigenza di alcune riflessioni di natura anche pedagogica su questa realtà così poco rappresentata; riflessioni che non possono essere slegate e condotte a prescindere dal loro contesto naturale di riferimento, ovvero la strada.

Solo scendendo in strada infatti, accanto a tutte le persone che a vario titolo la percorrono di notte è stato possibile condurre questo lavoro di osservazione e ascolto e soltanto ripartendo dalla strada è possibile pensare interventi significativi che nascano da bisogni concreti. La strada è il luogo per eccellenza dove fare i conti con l’emarginazione, il rischio, la trasgressione e rappresenta per chi si occupa di questo particolare tipo di disagio, di volta in volta la possibilità di apertura verso chi la abita per lavoro, di accompagnamento su percorsi di aiuto, di facilitazione dei processi comunicativi e di costruzione di reti relazionali a partire dalle loro storie. La strada è un luogo che ospita e contiene le varie forme di disagio, sofferenza ed esclusione, è per questi ragazzi un riparo, il luogo dei rapporti sociali da cui partire[3]. Di conseguenza la strada diventa il luogo dove si ridefinisce una propria personalità, e per quanto deviante e pericoloso, rappresenta l’unico spazio loro concesso per poterlo fare e l’unico spazio dove sia possibile vivere l’incontro che potrebbe cambiare la vita o almeno provarci. Investire il lavoro di strada della dimensione del dispositivo pedagogico significa prima di tutto ripensare allo spazio dell’intervento come maggiormente dilatato e aperto, significa comprendere confini non del tutto chiaramente delimitati, adottare una prospettiva che rinuncia alle rassicuranti procedure di categorizzazione e di classificazione centrate su schemi chiusi e statici per guadagnare una visione maggiormente fluida e aperta dei vissuti soggettivi[4]. Rivisitata in questa termini, la strada apre a possibilità di relazione con i suoi utenti caratterizzate da un più alto grado di informalità, da approcci concreti, da una maggiore esposizione al rischio del fallimento in mancanza di quel fattore di contesto protetto cui rimanda la visione di un intervento educativo più tradizionalmente strutturato, certo e definito. La strada cambia ogni sera, le storie che si incontreranno sono imprevedibili e per questo è necessario essere pronti anche ad accettare di non sapere cosa fare o cosa dire.

L’imprescindibilità del carattere informale delle relazioni educative di strada, fornisce alla relazione stessa la legittimità di costruirsi come spazio di messa in gioco del corpo attraverso la comprensione e rivisitazione delle sue particolari istanze erotiche e desideranti. Assumere atteggiamenti paternalistici, pietisti o peggio ancora di onnipotenza verso i ragazzi che vendono il loro corpo per sopravvivere non avrebbe alcun senso pedagogico e non condurrebbe a nessuna possibilità di relazione, al contrario dimostrare di condividere la strada con loro, seppur in maniera diversa naturalmente, è il primo modo di trasmettere vicinanza, e farlo ben consapevoli del ruolo di quei ragazzi in strada significa fare i conti con vissuti corporei molto forti, come spesso accade nelle relazioni educative nel campo della marginalità. Tutte le relazioni intrattenute con i ragazzi in strada hanno avuto come attore principale il corpo sia agito che raccontato, il carattere informale dell’approccio ha permesso “l’esperienza del limite che dal corpo stesso veniva evocata, rivelando così un bisogno di assunzione della corporeità come autentica espressione dell’esperienza esistenziale che permetteva al soggetto di legittimarsi come individuo portatore di una storia di qualunque tipo, sia essa caratterizzata da eventi trasgressivi, devianti o di marginalità[5]. I ragazzi erano in strada con il loro corpo e venivano avvicinati e cercati per quello, negarlo avrebbe significato non comprenderne il vissuto profondo, una comunicazione anche non verbale, giocata sull’espressione dei corpi da parte tanto degli operatori che dei ragazzi permetteva di ridurre le distanze e di utilizzare codici comunicativi che superassero a volte le difficoltà linguistiche, alcuni ragazzi cercavano un contatto anche fisico nello scherzo che veniva restituito loro con significati diversi da quelli a cui erano abituati nel ruolo di prostituti. Una comunicazione informale significa anche una comunicazione il più possibile alla pari, che sfrutti il loro linguaggio e quello della strada; anche quando, nella maggior parte dei casi, l’intervento non riusciva ad andare oltre, il solo fatto di essere stati presenti sul territorio ha permesso all’unità mobile di diventare un punto di riferimento costante e sicuro, una piccola certezza in qualche modo protettiva.

La sosta costante dell’unità di strada per una sera a settimana nei luoghi della prostituzione maschile ha avuto la valenza pedagogica della presenza, della disponibilità al dialogo, a patto che questa presenza fosse sempre discreta e rispettosa dei tempi dei ragazzi e del loro lavoro, in generale gli operatori si limitavano a fermare il camper sempre allo stesso posto e ad attendere l’avvicinamento spontaneo dei ragazzi ma anche quando il contatto è stato cercato dagli operatori, se un ragazzo ad esempio era impegnato in contrattazioni con clienti si è sempre atteso che si liberasse.

Il contatto con i ragazzi di strada quando diventava ripetuto nel tempo, sempre entro i limiti della flessibilità dettata dalla strada, mirava alla creazione di uno spazio identitario e relazionale, quell’angolo di strada per alcuni dei ragazzi più assidui rappresentava uno spazio sociale di incontro.

La complessità delle situazioni e l’insufficienza dei mezzi a disposizione non consentiva di entrare troppo nel concreto della quotidianità di questi ragazzi e se una prospettiva salvifica e onnipotente potrebbe leggere l’intervento di strada come inutile per questi motivi, proprio la possibilità di incontrarsi permetteva invece di restituire la parola alle storie di vita di chi aveva voglia o bisogno di raccontarle e condividerle. La possibilità di raccontarsi assumeva dunque tutta la portata pedagogica dell’incontro nel dialogo con l’altro. Il potere della parola nei contesti di marginalità, espresso nel pensiero di molti autori, da Don Milani a Danilo Dolci fino naturalmente a Freire, diventa potere pedagogico quando permette alle parole di costruire un senso, di interpretare la realtà e attraverso l’ascolto attivo affermare l’esistenza di chi parla. Restituire la parola negata significa rispondere al desiderio da parte di chi racconta di essere riconosciuto, di far sentire ma anche di sentire egli stesso la propria voce e con questa la propria esistenza e la propria sensibilità[6]. Ascoltare le storie delle partenze dai vari paesi di origine fa riflettere su quanto le parole possano essere determinanti nei processi di cambiamento, parole di speranza, illusione nella maggior parte dei casi, hanno convinto questi giovani a lasciare la propria terra in cerca di una vita migliore o anche semplicemente di una vita, all’arrivo in strada si sono trasformate in parole di degrado che hanno messo in crisi relazioni, vissuti emotivi, costrutti identitari, sogni di opportunità, progetti di realizzazione, senso del futuro. A quelle parole sono state sostituite quelle della strada, di una sessualità violenta quasi sempre in contrasto con la propria, anche i ragazzi con minore conoscenza dell’italiano dovevano padroneggiare bene il linguaggio volgare relativo alla vendita di prestazioni sessuali; prendersi cura delle loro parole[7] ascoltandole senza giudicare, significa pedagogicamente mettere loro a disposizione la possibilità di nominare il proprio disagio affinché non resti inascoltato e solitario, e successivamente tentare di offrire parole nuove per proporre istanze di emancipazione da questi vissuti di marginalità. La portata pedagogica della parola sta nella possibilità di costruire nuovi significati più autentici al proprio progetto di vita.

In questo scenario pedagogico decisamente composito è possibile individuare nel lavoro in strada tre principali obiettivi educativi in rapporto ai giovani sex workers: la promozione del soggetto, la prevenzione dai rischi per la salute e la riduzione del danno.

Promuovere soggetti marginali così invisibili significa innanzitutto non ridurre la persona al suo problema e per farlo sono necessari approcci globali alle varie situazioni, incontrare cioè la sera in strada persone e non immigrati, marchettari, minori a rischio o qualunque altra etichetta tenti di ridurre la complessità dei loro vissuti.

I rischi per la salute anche fisica dei i ragazzi che sono costretti ad avere diversi rapporti sessuali in una sera sono evidentemente molto alti, a questi vanno aggiunti quelli derivanti da una generale ignoranza in materia di malattie sessualmente trasmissibili, dall’inesperienza e dalle false credenze relative ad esempio al fatto che secondo loro avere rapporti omosessuali esclusivamente nel ruolo attivo li metterebbe al riparo da infezioni e contagi. Il lavoro di prevenzione parte allora da una corretta informazione e sensibilizzazione all’uso di precauzioni tentando di combattere le tentazioni di maggior guadagno offerte da clienti senza scrupoli, per arrivare nel migliore dei casi all’accompagnamento presso strutture sanitarie per controlli specifici sulla salute. Trattandosi spesso di minori o ragazzi non in regola con il permesso di soggiorno questa è forse la parte più impegnativa e delicata del lavoro con questi ragazzi, per vincere la loro diffidenza verso uno stato che non li riconosce, sostenerli nelle difficoltà burocratiche e nell’affrontare l’imbarazzo legato al loro lavoro, c’è bisogno di una grande competenza professionale nelle relazioni d’aiuto, di grande importanza in questo caso è la figura dell’operatore alla pari, ovvero di una persona opportunamente formata ma che provenga dallo stesso contesto marginale dei soggetti, che abbia condiviso e conosca in prima persona la realtà della prostituzione e che possa anche fungere da esempio grazie ai meccanismi empatici di una relazione di prossimità.

Infine la riduzione del danno rappresenta al contempo un obiettivo importante e un atteggiamento di comprensione della realtà. Offrire preservativi gratuitamente ai ragazzi che si incontrano per strada e a volte insistere affinché li prendano, non significa adottare strategie di incoraggiamento alla prostituzione o di controllo sociale, ma esprime uno sguardo di comprensione e vicinanza realistica alla situazione di chi finora non ha avuto altre scelte nella vita. Comprensione che non diventa però mai rassegnazione o accettazione passiva dello stato di cose, comprensione come sguardo non giudicante che spinge e incoraggia a vedere oltre, dimostrando attenzione alla persona e alla sua salute, senza negare la realtà in cui è coinvolta ma partendo da questa.

Per tentare di concludere restando a margine di una prima ricognizione pedagogica di quest’esperienza ai margini, è possibile leggere in tutte le narrazioni raccolte un rimando comune,  in un modo o nell’altro, a vissuti di oppressione, che per dirla con Freire, non è solo una condizione, ma anche un sentimento, una condizione del corpo e della psiche: un essere e un sentire. Una forma di relazione e di condizione interiore che si riproduce e si moltiplica nei contesti degradati. Un circolo vizioso per il quale solo il degrado offre spazi vitali agli esclusi ma che al contempo degrada chi lo abita. Parlare di pedagogia di questo specifico campo di devianza e marginalità riporta inevitabilmente alla necessità di un’azione educativa coscientizzatrice e liberatrice che sia improntata a percorsi di emancipazione, portando al riconoscimento oggettivo della realtà di oppressione[8]. Premessa questa per un autentico processo di emancipazione, il cui completamento sarà possibile solo se si modificheranno le condizioni strutturali che lo hanno determinato.

*Dottorando di ricerca in Pedagogia della formazione presso l’Università degli studi di Napoli Federico II, pedagogista in servizio presso il SinAPSi.

Bibliografia

Barone P., Pedagogia della marginalità e della devianza, modelli teorici, questione minorile, criteri di consulenza me intervento, Guerini scientifica, Milano, 2011.

Bertolino S., Gocci G., Ranieri F., Strada facendo. Aspetti psicosociali del lavoro di strada, FrancoAngeli, Milano, 2010.

Demetrio D., Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano, 1996.

Dolci D., Gente semplice, La Nuova Italia, Firenze, 1998.

Freire P., La pedagogia degli oppressi, Mondadori, Milano, 1971.

Oliviero L., Russo C., Vite ai margini: sex workers al maschile in Morniroli A. (a cura di), Vite Clandestine- Frammenti, racconti ed altro sulla prostituzione e la tratta di esseri umani in provincia di Napoli,  Edizioni Gesco, Napoli, 2010.

Nor M., La prostituzione, Armando Editore, Roma, 2006.

Vittoria P., Narrando Paulo Freire. Per una pedagogia del dialogo, Carlo Delfino editore, Sassari, 2008.

 


[1]             Nor M., La prostituzione, Armando Editore, Roma, 2006.

[2]             Oliviero L., Russo C., Vite ai margini: sex workers al maschile in Morniroli A. (a cura di), Vite Clandestine- Frammenti, racconti ed altro sulla prostituzione e la tratta di esseri umani in provincia di Napoli, Edizioni Gesco, Napoli, 2010.

[3]             Bertolino S., Gocci G., Ranieri F., Strada facendo. Aspetti psicosociali del lavoro di strada, FrancoAngeli, Milano, 2010.

[4]             Barone P., Pedagogia della marginalità e della devianza, modelli teorici, questione minorile, criteri di consulenza me intervento, Guerini scientifica, Milano, 2011.

[5]             Ivi, p. 135.

[6]             Dolci D., Gente semplice, La Nuova Italia, Firenze, 1998.

[7]             Demetrio D., Raccontarsi. L’autobiografia come cura di sé, Raffaello Cortina, Milano, 1996.

[8]          Vittoria P., Narrando Paulo Freire. Per una pedagogia del dialogo, Carlo Delfino editore, Sassari, 2008.