Sognare in grande

Non soccombere alla riforma Moratti

La riforma della scuola che vede in questi giorni la luce dopo un breve dibattito parlamentare, si apre con petizioni di principio magniloquenti e di grande efficacia: i bambini, i minori al centro di un processo nel rispetto delle scelte educative delle famiglie.

Linguaggio suadente e seduttivo, che ha conquistato buona parte dell’opinione pubblica, come paiono dirci le statistiche che, numerose, corredano la campagna mediatica
che ha accompagnato l’iter di legge. Resi cauti dalla ormai annosa frequentazione della scuola italiana (e anche dalla grande passione che per essa proviamo) abbiamo cercato di andare più a fondo, di smontare e decodificare il linguaggio della norma. Con passione, dicevo, riappropriandomi di un termine che usiamo oggi con cautela e con molto pudore. Passione così come Rodari intendeva “la capacità di resistenza e di rivolta; l’intransigenza nel rifiuto del fariseismo, comunque mascherato; la volontà d’azione e di dedizione; il coraggio di sognare in grande; la coscienza del dovere che abbiamo come uomini, di cambiare il mondo in meglio, senza accontentarci dei mediocri cambiamenti di scena che lasciano tutto com’era prima: il coraggio di dire di no quand’è necessario, anche se dire di sì è più comodo, di non fare come gli altri, anche se per questo bisogna pagare un prezzo”1. Con passione e da genitori che condividono una concezione di genitorialità come atteggiamento favorevole alle generazioni che via via appaiono, cui offrire accoglienza, protezione ed esercitare responsabilità verso di loro. (Come dire: posso avere 10 figli e non preoccuparmi della distruzione delle risorse energetiche e non sono genitrice, non conosco genitorialità; posso avere una cura ansiosa del mio bambino e credere di avere fatto ciò che devo se lo tutelo dalle insidie del mondo, e non faccio niente. Se mi addestro ad un rapporto adultie-bambinei, che sia sereno, fondato sull’idea che non si deve abusare dell’infanzia (in nessun senso, neanche proteggendola troppo, tenendola in gabbie dorate, o solo allevandola o solo nutrendola e vestendola, ma lasciandola sola) posso dirmi genitore o genitrice). Tutti gli adulti hanno quindi una funzione di genitorialità: la famiglia borghese, nucleare, intimistica, fondata sulla proprietà privata del figlio non risponde perciò più alle esigenze di una società mobile e complessa.

Partendo da queste premesse abbiamo cercato di leggere tra le righe della legge delega che propone un’architettura degli ordinamenti scolastici assai simile a quella vigente e quindi rassicura nella continuità. La novità con cui la riforma si segnala ai più è la possibilità di scegliere da parte delle famiglie la frequenza anticipata dei bambini rispetto alla date consacrate dalla tradizione pedagogica italiana: 3 e 6 anni.

 Molto si è detto sulle orde di genitori che avrebbero reclamato la possibilità di anticipare l’ingresso a scuola dei figli. Abbiamo tutti saputo leggere nella richiesta di un ingresso più precoce nella scuola d’infanzia una domanda sociale disattesa, piuttosto che una riflessione sul tipo di scuola che si ambisce a frequentare. Ma tutto questo non tranquillizza e non basta. Un bisogno ancorché indotto, assume spessore, rilevanza, fa da rumore di sfondo, diviene cultura dei più.

Né può consolare chi è ostile ad ogni precocismo, sapere che numerosi, molti genitori rifiutano aprioristicamente l’idea dell’anticipo (e mi riferisco in particolare a quello dei cinque anni e mezzo per la scuola elementare): è, infatti, un rifiuto che spesso prescinde dai tempi del bambino, ma favoleggia di un’infanzia perduta, quella dell’adulto.  E’, infatti, un tentativo dida adulti che rimovendo altri problemi, vogliono leggere l’infanzia come un’età protetta dalle sgradevoli necessità dell’età adulta in cui è ancora consentito baloccarsi con la costruzione di realtà immaginarie.

 Basterebbe leggere tra le parole che l’idea d’anticipo trascina a grappolo con sé, per capire come, ciò che serpeggia dietro quest’ipotesi di scuola, è un modello di società che incarna valori che non condividiamo. Si anticipa, infatti, rispetto ad un obiettivo da raggiungere: rispetto ad esso si corre; chi non anticipa, chi non ha un piccolo vantaggio, fosse solo temporale, rischia di non arrivare primo o tra i primi.

La cultura della solidarietà, della condivisione su cui la scuola italiana si fonda, viene messa in crisi dalla apparente liberalità della scelta lasciata ad adulti che difficilmente resisteranno alla seduzione di garantire al proprio figlio un piccolo vantaggio, ancorché solo temporale.   Ma ancora e di più, quella che emerge è una scuola che accetta l’esistente come dato irreversibile, che fa propria la cultura della società dei consumi che riguarda, infatti, piuttosto il dimenticare che non l’imparare. Con una variante, però, che ai molti fautori dell’anticipo sfugge: la società dei consumi non può prevedere un punto d’arrivo, una meta, tesa com’è a ridurre il tempo della soddisfazione del desiderio all’essenziale.

Elogio della lentezza? Non solo..

Temo che sposare la tesi che i nostri bambini solo perché più abili e competenti a raccogliere le sollecitazioni delle nuove tecnologie, solo perché padroni di nuove categorie conoscitive il cui spessore e la cui sedimentazione sfugge a noi adulti cresciuti in un diverso universo logico, siano anche più precocemente maturi dal punto di vista sociale ed affettivo, ci faccia dimenticare che la scuola è il luogo per eccellenza delle relazioni; che si cresce insieme anche attraverso relazioni e discontinuità, che l’educazione è anche educazione emotiva. Abbiamo col tempo imparato che la scuola è valore in sé, che il tempo trascorso dentro di essa ha un peso che non si può misurare solo nel numero di contenuti appresi o di competenze acquisite, che il bilancio tra dare ed avere qui non regge, che il tempo “perso” ha un valore aggiunto che sfugge ad un calcolo squisitamente numerico ed aziendale: nella scuola le perdite si misurano altrimenti, sono tutti i ragazzi che perdiamo alla voglia di sapere, che lasciamo andare nel mondo incapaci di leggere i contesti in cui si muoveranno.

Profitti e perdite si misurano in tempi lunghi e non in bilanci annuali.

Apprendimento ed insegnamento non vivono di equazioni orarie: lo sanno gli insegnanti, ma lo sanno da tempo i genitori che la scuola pubblica frequentano e vedono le sue ombre, ma anche le sue tante luci. Se il nodo sta nella relazione insegnamento – apprendimento, è opportuno ricordare che il soggetto che viene affidato alla scuola dalla famiglia è un portatore di diritti (non è un minus): il diritto all’apprendimento, ma anche all’emozione al gioco, alla salute, alla differenza, ecc.

Il tema che emerge con forza è quindi quello del tempo, della sua percezione, della sua misurazione nell’immaginario dei più, del suo uso.

Sicuramente un tentativo di ripensare al tempo ed ai tempi che la scuola incrocia: quello degli insegnanti, quello della burocrazia, quello della politica e delle riforme, il tempo dell’apprendimento, quello del gioco, ma soprattutto quello dei bambini.

Bambini e preadolescenti che riteniamo di conseguenza in grado di decidere un proprio percorso di vita già a tredici anni quando, avendo anticipato, dovranno scegliere tra un percorso di istruzione o di formazione professionale. La scuola quindi come struttura  rigidamente geometrica che consente solo percorsi unilineari, poche pause, poche soste, mai andamenti a zig zag, quasi che il crescere sia una strada indicata una volta per tutte, per tutti e allo stesso modo: il successo dipende solo dalla rapidità con cui la si percorre, l’orientamento è ridotto ad una formula rituale che segna la fine dell’obbligo.

Questa la scuola della modernità? E’ necessario che i bambini prendano coscienza non attraverso le mille educazioni che la scuola intende fornire (educazione alla salute, stradale, etc.), ma imparando a decidere in condizioni di incertezza, recuperando il dubbio, la capacità di decidere con la propria testa. Il recupero di senso della scuola non può avvenire nella concorrenza con le altre agenzie formative o genericamente in opposizione col mondo esterno, ma solo con la valorizzazione del suo ordine, della sua non frammentarietà rispetto al mondo dell’informazione. Troppo spesso la scuola ha insegnato a distinguere gli oggetti, a separare le discipline, a disgiungere i problemi, ad eliminare tutto ciò che porta disordine o apparente contraddizione. Educare alla complessità e all’incertezza vuol dire considerare il pensiero creativo come capitale prezioso per l’individuo e la società, ridurre il rischio dell’omologazione delle coscienze che la società globalizzata sempre più impone.

Ma la scuola che la legge delega profila sembra non tener conto di tutto questo: segmenta, parcellizza in discipline molteplici ed in competenze rigorose, dimentica la collegialità di chi insegna, si dichiara anche scuola dell’eccellenza, ma apre le porte al sospetto che non sia più scuola dell’inclusione di tutti i bambini che in essa, e solo in essa, possono sperimentare l’uguaglianza delle opportunità.

Da sempre
abbiamo diffidato della modernità assunta tout court come valore, per tutte le ambiguità semantiche e gli stereotipi di cui è stata produttrice (essere all’altezza di una preparazione europea, anzi mondiale moltiplicando i saperi disciplinari necessari, spostando l’asse della discussione sul cosa imparare e non sul come….): la modernità dell’attuale riforma ci induce ad essere preoccupati. Del ben-essere delle future generazioni.

*Presidente Nazionale

del Coordinamento Genitori Democratici

www.genitoridemocratici.it

Note

1 G.Rodari  Educazione e passione “Il Giornale dei genitori” 1966