Una sconfitta annunciata

Diritto alla salute mentale contro diritto alla tranquillità. Riflessioni a due voci

“Tu dei sapere che io fino nella prima gioventù, a poche esperienze, fui persuaso e chiaro della vanità della vita, e della stoltezza degli uomini (…) i quali tanto più si allontanano dalla felicità, quanto più la cercano (…) e disperato dei piaceri, come di cosa negata alla nostra specie, non mi proposi altra cura che di tenermi lontano dai patimenti (…).”     

G. Leopardi “Dialogo della natura e di un islandese”

La condotta mentalizzata dell’islandese non si contrappone, bensì può aiutare a capire gli agiti degli adolescenti come espressione privilegiata dei conflitti e delle angosce dell’individuo.

Qualche tempo fa alcuni autori avevano stabilito una relazione tra modalità del passaggio all’atto ed il tipo di personalità: differenziavano l’acting-out dei delinquenti, dei tossicomani o degli psicotici come passaggi all’atto irrazionali, impulsivi, ma anche imprevedibili e caotici, e l’acting-out dei soggetti nevrotici dove il passaggio all’atto è anche violento, irrazionale e impulsivo ma non è né imprevedibile né caotico. Più specificamente in adolescenza venivano evocate tre eventualità diagnostiche:

– le crisi adolescenziali nelle quali il passaggio all’atto occupa un posto privilegiato.

– le condotte gravi dell’adolescenza (tentativi di suicidio, tossicomanie, atti delinquenziali).

– la depressione, che si manifesta facilmente sotto forma di passaggio all’atto.

Verrebbe da pensare che in un Istituto Penale per Minorenni ci dovremmo trovare prevalentemente di fronte al secondo tipo (tossicomanie e atti delinquenziali). Non è così o, almeno da alcuni anni, non è più così.

Tenendo salva questa classificazione, riduttiva come tutte le classificazioni, occorre precisare che nella popolazione dei ragazzi rinchiusi c’è modo di soddisfare tutti e tre i criteri diagnostici, con il dovere di far fronte alla molteplicità di domande che una situazione di questo tipo propone. Domande non sempre in sintonia tra di loro o coerenti con i bisogni e i diritti fondamentali (alla salute) dei cittadini; si pensi, infatti, alle contraddizioni esistenti tra l’esigenza di presa in carico e di cura specialistica del disagio psico-sociale, e quella contenitiva ed emarginante della funzione repressivo-sanzionatoria.

Non sempre è possibile sistematicamente evidenziare una continuità tra grave disturbo psichico infantile e dell’adulto attraverso la fase adolescenziale; ci sono, d’altra parte, stati di grave disturbo psichico che insorgono in adolescenza, con un carattere apparentemente di rottura rispetto alla condizione anteriore, qui è la stessa fase adolescenziale che costituisce un “trauma” in sé, non superabile per alcuni soggetti.

Nella nostra popolazione di riferimento sono presenti entrambe le situazioni, con un’evidente maggior problematicità di coloro che fanno “esordire” il loro disagio in adolescenza.

In effetti, c’è da supporre che il cammino di chi fin dalla prima infanzia ha avuto modo di manifestare i propri problemi, sia stato in qualche modo già seguito da qualcuno. Nonostante l’intervento dei Servizi, però, succede che un minore che ha manifestato disturbi della condotta a partire dalla primissima infanzia (ci sono bambini che fin dalle materne vengono “identificati” come potenziali clienti di un carcere minorile), possa, in effetti, arrivare a commettere un reato per il quale è prevista una pena detentiva. Succede. E’ sicuramente la somma d’insuccessi, l’epilogo di una serie di errori, ma può essere anche l’esito di una storia sulla quale non si è potuto incidere altrimenti.

E “dentro” si ricomincia, si fanno ipotesi su dove “mettere le mani”, dove si sono incontrati ostacoli, quali risorse personali e familiari residuali sono eventualmente sfruttabili, per incontrare magari nuovi insuccessi; però si riparte.

Quando ci si trova di fronte a un ragazzo con disagio psichico evidente, esploso improvvisamente o almeno improvvisamente venuto alla conoscenza del mondo esterno, tra gli operatori si diffonde rapidamente
e preliminarmente una sensazione d’impotenza, e con questo stato d’animo si innescano improbabili processi di “presa in carico” istituzionale.

Almeno lì non farà danni!” è il leitmotiv che accompagna l’invio di tali ragazzi nel circuito e nell’Istituto Penale per i Minorenni, come se questa fosse una motivazione valida e non una fragile scusa autoassolvente. Limitare i danni non vuol dire limitare il danno. I minori con una problematica psichiatrica mettono in crisi più degli altri la struttura e, forse, l’idea stessa dell’Istituto Penale. L’incompatibilità che è spesso sullo sfondo è già un gradino oltre l’inutilità. L’attenzione è portata sul reato, che in questi casi va ancora più spesso ad identificarsi con il sintomo. Cominciamo a cautelarci: custodia cautelare sembra quasi un neologismo clinico, un sinonimo potrebbe essere cura preventiva, dipende dalle interpretazioni.

Si inizia con un potenziamento della custodia, non si sa mai. Nello stesso tempo si dovrebbe favorire la relazione del soggetto in questione con gli altri ragazzi inseriti nel suo gruppo e con adulti di riferimento. Si capisce subito che potenziare la custodia e favorire le relazioni interpersonali in un ragazzo detenuto di diciassette anni è già un’impresa, farlo con un ragazzo con un’ideazione paranoica diventa ancora più difficile. Si aggiunga una perizia psichiatrica volta non già ad impostare una prognosi ed una terapia, bensì a stabilire la capacità di intendere e di volere rispetto al reato e l’eventuale compatibilità con una situazione detentiva. Si aggiunga ancora l’utilizzo di vantaggi secondari da parte del ragazzo stesso, quali un trattamento di riguardo rispetto all’assolvimento di particolari compiti all’interno dell’Istituto Penale (es. gli “obblighi” delle attività), sono elementi di grossa turbativa per la vita di gruppo, su cui si innescano tensioni di difficile gestibilità.

Sembra proprio che i soggetti con problematica psichiatrica, portando all’esasperazione, mettano in crisi le modalità operative e l’idea stessa di Carcere Minorile. Ci si attiva lo stesso, si modifica il trattamento, si cambia in corsa, si aggiusta, si corregge il tiro. Si ricorre, per fortuna rarissimamente, a strumenti estremi come il Trattamento Sanitario Obbligatorio. Dal carcere al reparto di psichiatria!

E’ un paradosso fare un TSO dal carcere? E’ una dichiarazione di resa? E’ un estremo tentativo di cura? E’ un modo per evitare guai peggiori? (ancora!).

Un altro problema: per poter permettere al soggetto in questione, a chi si occupa di lui, a chi si relaziona con lui, di sperimentare tutti i percorsi possibili, l’intervento terapeutico viene ad essere rinforzato sul versante del sostegno psicologico e delle indicazioni pedagogiche e comportamentali, e tenuto sui limiti strettamente necessari l’intervento farmacologico. Quindi c’è un di più che viene investito a livello di risorse umane e ciò è determinato dal permanere di questi ragazzi in Istituto per un periodo ben più lungo del previsto e, spesso, del sopportabile.

E dopo?

E prima?

Non è una non-risposta, è semplicemente un’amplificazione della domanda: la fascia di età che ci interessa è in genere quella dei 16-18 anni, ma possiamo stringere ulteriormente: i diciassettenni. Chi si occupa di loro? I Servizi di Neuropsichiatria Infantile? Ormai è un po’ tardi. I Servizi di Psichiatria? Forse è un po’ presto, si comincia a 18.

Esiste, anche formalmente (le nuove linee normative sulla psichiatria, appunto, non prevedono un intervento specifico agli infraquattordicenni!), un problema: “a chi tocca?”. Ed è un problema vero; è forse possibile cercare di occuparsene insieme con modalità da studiare. Non una soluzione salomonica e superficiale, ma un tentativo di collaborazione che cerca di partire dai casi più difficili, proprio il contrario di un pasticcio confusionario. Partire da qui per creare situazioni di équipe tra strutture e “sistemi” che faticano a parlarsi. Occorrerà sicuramente una riflessione ulteriore sul passaggio dei casi non solo da una struttura all’altra, ma tra ambiti e logiche d’intervento completamente diverse, che in maniere differenti si occupano e “costruiscono” l’utente, rispondendo a mandati sociali contraddittori ed emergenziali; insomma un passaggio dall’illusione della prevenzione carceraria indifferenziata, alla promozione di una moderna etica della presa in carico del disagio psichico adolescenziale, che vede l’affermazione del principio minimo di attribuire ogni utente al suo servizio, attraverso processi di invio competenti ed efficaci.

Per un superamento della prospettiva del “gioco a somma zero”

L’inserimento di minori con gravi problematiche psico-sociali, o addirittura accompagnati da diagnosi psichiatriche, all’interno delle strutture penali minorili rappresenta senza dubbio un evento che sollecita molti interrogativi e riaccende un dibattito mai sopito sulla fungibilità tra risposte di cura e d’internamento.

La collocazione eterotopica di questi ragazzi in contesti che certamente presentano, nella loro cultura organizzativa e nella fenomenologia quotidiana, molti aspetti di pura follia, ma che non sono scientemente progettati per “trattare” la patologia psichiatrica, rappresenta ad oggi una brutale forma di negazione istituzionale di alcuni diritti fondamentali di cittadini che appartengono alle fasce meno garantite e più esposte ai processi di controllo e reazione sociale.

La logica di questa tipologia di internamento è certamente insita in alcuni costrutti di senso comune che stanno informando gran parte dell’opinione pubblica, compresa quella parte specializzata che, chiamata alla definizione dei problemi ed alla individuazione delle possibili soluzioni, attiva antiche abitudini all’esclusione, alla separazione, alla negazione dell’individuo problematico e delle sue istanze, contraddittorie e disturbanti, di partecipazione e riconoscimento sociale.

A fronte di orientamenti socio-culturali ma anche tecnico-giuridici, che sembrano più inserirsi nella scia di un’indubbia evoluzione verso modelli di intolleranza e deresponsabilizzazione sociale, che contrasta con la realizzazione di  approcci moderni e sperimentali, in connessione con la rete dei servizi specializzati (o da specializzare), non è possibile rinunciare ad alcune riflessioni che in altri tempi, forse, sarebbero apparse ovvie:

a) sull’esigenza di un sistema di servizi minorili che operi come “dispositivo competente” per il riconoscimento, la definizione e la presa in carico dei problemi e dei bisogni individuali che, in questi casi, più che per la massa dei minori istituzionalizzati, dovrebbe ri-orientare l’approccio meramente punitivo verso logiche ed ambiti di cura, in una seria prospettiva terapeutica;

b) sulla necessità di una nuova politica e cultura giuridica maggiormente disposta a riconoscere e legittimare anche altre competenze, di carattere psico-sociale, nell’ambito del disagio adolescenziale, al punto da attenuare la percezione dell’indispensabilità ad intervenire sempre e comunque con strumenti tipici del proprio quadro tecnico-strumentale. Tanto più che, nella gran parte di questi casi, si tratta di minori a bassa soglia di pericolosità sociale;

c) sulla necessità dell’acquisizione da parte dei servizi della giustizia minorile, che svolgono ob torto collo ed in una maniera inevitabilmente inefficace una funzione compensativa rispetto alle difficoltà di incontro e di comunicazione con i servizi e le politiche territoriali, di una nuova, competente contrattualità nei confronti della magistratura, al fine di innescare un processo di co-definizione dei percorsi più adeguati al riconoscimento ed alla cura delle patologie individuali che si esprimono anche nelle azioni-reato;

d) sulla necessità che l’intero sistema dei servizi minorili, compresa la magistratura specializzata, agisca ed orienti tutta la propria autorevolezza tecnico-istituzionale per innescare processi di adeguamento della rete dei servizi territoriali  e delle sue logiche operative, chiamando sia il settore pubblico e sia gli ambiti più competenti del privato sociale ad una nuova progettualità, che ottimizzi il funzionamento delle risorse già esistenti e renda possibile la risposta più adeguata al diritto alla salute (mentale) di questi cittadini.

Sul versante più strettamente istituzionale-carcerario, nelle more di un cambiamento che per il momento si può solo invocare, c’è da sottolineare l’insorgenza, nel personale e nelle équipe psico-pedagogiche presenti negli istituti, di complesse strategie per la conservazione di un minimo senso di utilità del proprio intervento. Ognuno cerca pazientemente nella propria borsa degli attrezzi,
vecchi dispositivi strategico-relazionali per attenuare la sofferenza affettiva esperita nell’interazione con il ragazzo “psichiatrico”. Quest’esperienza si nutre dei fragili agganci emotivi e delle dotazioni, transitorie e contraddittorie, di un senso compiuto alla sequenza di avvenimenti interpersonali di cui si è spettatori e co-protagonisti. Un intervento che, alla lunga, mostra tutti i suoi limiti tecnico-operativi e rilancia invariabilmente vissuti e valutazioni frustranti che orientano l’operatore verso l’immancabile “sindrome da svuotamento”.

Ma il “burn-out” in cui precipita l’intero dispositivo socio-tecnico del carcere minorile favorisce la fioritura di altre sintomatologie proto-professionali, tutte rilevanti come indicatori del livello di confusione percepita tra mandato formale tipico del servizio e attribuzioni informali aggiuntive ed improprie: la presa in carico e la gestione contenitiva (il trattamento psico-pedagogico in questi casi è relegato al ruolo di optional) dei casi psichiatrici.

Tra questi indicatori si annoverano senz’altro lo sviluppo di una percezione degli invii in carcere di questi ragazzi come un atto aggressivo nei confronti dei precari equilibri che governano la vita ed il lavoro all’interno del contesto; un’aggressione a 360 gradi, contro l’organizzazione, gli operatori, i ragazzi stessi e i loro diritti all’individuazione e alla cura delle gravi sofferenze psichiche che presentano.

Ma la percezione di un’aggressione reiterata e incurante degli esiti negativi prodotti nel sistema di appartenenza, favorisce anche un’attribuzione al sistema inviante di caratteristiche ostili, distanti dalle logiche e dai tentativi di funzionamento del servizio di arrivo; logica conseguenza di questo vissuto è lo sviluppo, da parte degli operatori minorili, di strategie difensive che, partendo dall’abbassamento della soglia delle aspettative positive di riconoscimento professionale e di rispetto dei confini del proprio mandato formale, iscrivono l’inviante nell’affollato club degli interlocutori inevitabili (al pari di improbabili genitori o improvvisate figure “sociali”) dai quali attendersi prevalentemente guai o, se va bene, incomprensioni.

Alla luce di questi processi che indubbiamente indeboliscono le potenzialità operative di quella che invece dovrebbe essere un’alleanza sistemica di tutte le professionalità e i servizi della giustizia minorile, emerge allora la necessità di una nuova interpretazione delle finalità della pena nei casi d’intervento su comportamenti-reato manifestamente orientati ad una funzione comunicativa di un grave disagio psico-sociale del reo, interpretazione in cui si possa tener presente che l’efficacia stessa della pena sta nel senso che si riesce ad attribuire interattivamente (tra operatore istituzionale e utente) a quell’esperienza ed alle sue modalità di realizzazione ed evoluzione.

Ma la realizzazione di una simile prospettiva d’intervento avrebbe bisogno di ulteriori passi avanti nell’impostazione e nella percezione della propria mission da parte dei diversi sottosistemi che compongono la rete, tecnicamente ancora inesistente o insufficiente, di quanti si occupano del disagio adolescenziale. Un’esigenza che si avverte su tutti i versanti:

– dei servizi della giustizia minorile, che continuano a mimetizzare  gravi limiti tecnico-organizzativi con la professione di malriposti entusiasmi operativi che, ciclicamente, si stemperano nella retorica dell’incomprensione o della mancata disponibilità degli interlocutori specializzati “esterni”;

– dei servizi del territorio, che non riescono a dotarsi di strumenti, anche  normativi, di aggancio con l’area della giustizia, per la presa in carico di un’utenza che non segue i percorsi canonici dell’espressione del bisogno – richiesta di aiuto-legittimazione e accettazione dell’intervento specialistico;

– della magistratura minorile, che interpreta una generica disponibilità o la mancanza di contrattualità tecnica dei servizi della giustizia minorile come potenzialità compensativa (e tranquillizzante) della mancata presa in carico preventiva da parte dei servizi “naturali” del territorio.

Complessivamente sembra ancora lungo il percorso da compiere verso una visione ecologica della problematica psichiatrico-adolescenzale, dove la lettura dei fenomeni emergenziali viene effettuata da una molteplicità di osservatori, ben collegati fra di loro, che riconoscono le reciproche competenze, l’utilità delle diverse chiavi interpretative e degli specifici dispositivi d’intervento. Una visione in grado di fondare i presupposti per un progetto contestuale (esito di una Conferenza dei Servizi?), ove si riesca ad ottimizzare l’incontro tra le norme (anche quelle giuridico-penali), le risorse locali ed i bisogni/diritti dei cittadini.

Un’impostazione in grado di superare definitivamente la logica del gioco a somma zero (“io vinco se tu perdi!”), quando si confrontano diritti del cittadino (quello alla tranquillità, ma anche quello alla salute mentale) e diritto penale.

*Criminologo,

Direttore della Scuola

di Formazione del Personale della Giustizia Minorile di

Castiglione delle Stiviere (MN).

**Neuropsichiatra infantile,

medico incaricato dell’I.P.M.

“C. Beccaria” di Milano.

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