Cinema

di Paolo Sorrentino
Youth. La giovinezza

Italia 2015
Produzione: Indigo Film in coproduzione con Bis Films, Pathé, C-Films e Medusa Film
Distribuzione: Medusa Film
Durata: 118 minuti

 Paura di finire?
A CHI: a chi sta intorno alla vecchiaia per età, per mentalità, per professione.

PERCHÈ: per farsi inondare da incantevoli sequenze che parlano la lingua del severo eppure morbido limite imposto all’umano dal tempo inarrestabile.

IL FILM: Inutile girarci troppo intorno: questo è un film sulla vecchiaia e i suoi corollari. La giovinezza è di chi ha scelto e inquadrato le immagini che avvolgono con la loro viva bellezza e con lo spettacolare gioco di luci e di musiche la pelle sottile e segnata dalle rughe dei due protagonisti, due anziani interpreti dell’arte: un musicista e un regista cinematografico. Il punto è che la spinta a fuggire la vecchiaia è troppo galoppante nel nostro immaginario per darci il coraggio di andare al cinema a vedere un film intitolato “Oldness”; la vecchiaia è tabù, suona male come titolo di un film. E così, a seguito della seduzione imposta dal titolo, ci si trova testimoni della narrazione della storia, anzi di una storia di una certa vecchiaia; si tratta di coloro che possono permettersi di trascorrere una lussuosa ed elegante estate in un centro benessere sulle Alpi svizzere dove il ragionare sulla pesantezza e la leggerezza dell’essere e non essere più giovani è dominante. Quindi qui non abbiamo il ritratto sociale e realistico di una categoria ordinata per età in modo generalizzato; qui ci troviamo di fronte ad una raffigurazione in chiave filosofica del senso della vecchiaia e della sua controparte, la giovinezza, ad opera di due benestanti e intelligenti artisti.

Il potere evocativo delle riprese che sostano nell’acqua, che ne catturano il fluire, la sua trasparenza e l’umidità, il suo effetto rigenerante dove i corpi si intingono come pennelli, si bagnano, si immergono, si dilatano, il potere di bellezza delle immagini è capace di stamparsi negli occhi. La poesia dell’amore per la propria professione spinge il musicista a simulare la direzione di un’orchestra nel bel mezzo di un pascolo di mucche, i languidi ricordi del prima fanno da cornice ai laconici scambi di pensiero che il musicista ha con l’amico di una vita, il regista imperterrito, e ciò che si dicono è elegantemente vero: i dispetti della prostata, la vista accecata, il sonno ridotto all’osso, la memoria che se la svigna. La decrescita e il deperimento sono i cambiamenti più impellenti da affrontare per quelli non più giovani. Poi, certo, la giovinezza è anche una categoria dello spirito che spinge ad avere un orizzonte, che fa intravedere il futuro e la speranza, perfetta sconosciuta di chi non vede che il passato, accecato come è da uno strato fitto di nostalgia. I due protagonisti mettono in moto due percorsi trasformativi opposti in reazione alla vecchiaia: uno la fugge irreversibilmente, l’altro ne diventa amico.

Da vedere per imparare a fare i conti con il coraggio dei limiti umani che la vecchiaia ricorda continuamente e per assaporare la gigantesca bellezza dei posti ritratti, di quei prati infinitamente verdi, di quei fiori selvaggiamente gialli che, diversamente da noi umani, non hanno paura di finire.

 

 

di Vuk Rsumovic
Figlio di nessuno

Serbia 2014
Produzione: Art & Popcorn, BaBoon Production, Kinorama
Distribuzione: Cineclub Internazionale
Durata: 97 minuti

Meglio l’animale …
A CHI: a chi insegna, a chi studia (dai 14 anni in poi), a chi ama la pedagogia.

PERCHÉ: per assaggiare una storia, incredibilmente vera, che ha per protagonista un bambino allevato da un lupo e poi trasportato nel mondo degli umani. E per chiedersi: meglio gli uomini o i lupi?

IL FILM: Brutalmente scaraventati nel ventre di un bosco fitto di rami del colore della terra, i nostri occhi vorrebbero chiudersi ma non ci riescono: un sordo colpo di fucile trapassa un lupo, di fianco al suo corpo è steso quello impolverato e spettinato di un ragazzino. Siamo nella Bosnia della guerra, dove l’umore degli abitanti è della stessa tinta plumbea del cielo, dove l’animo è incattivito, le tasche sono vuote, gli sguardi spenti. Il figlio del lupo viene portato in un orfanotrofio, il suo comportamento è fonte di angoscia, digrigna i denti, raspa il pavimento con le dita, ringhia, accovacciato mangia il cibo con la bocca, non cerca relazioni, evita i suoi simili. Ma chi sono, poi, i suoi simili? Quelli di cui ha il corpo o quelli di cui ha assimilato il comportamento? Le inquadrature restituiscono un panorama di esperienze non raccontabili in cui a farla da padrone è il pensiero visivo, suscitato da immagini recitate benissimo da un interprete della specie umana che di umano ha ben poco, ma l’addomesticamento avviene e ne osserviamo i dettagli come con il vetrino al telescopio; il lento cambio di postura, i suoni trasformati in linguaggio, le smorfie ricomposte in espressioni controllate del viso rendono Haris, questo il suo nome, un bambino di nove anni quasi accettabile. L’incontro con un compagno di sfortune lo porta alla superficie del baratro di confusione in cui era sprofondato, il suo nuovo amico gli regala i suoi giochi, gli pettina i capelli, dà un senso ai suoi giorni. Ma le storie di regolare disperazione sono fatte da gente che si fa male, che fa male a chi è intorno, perché non può essere diversamente. Con delicatissima venatura viene pennellato il ritratto di un altro buon selvaggio ma, questa volta, nessun buon voto viene assegnato alla capacità educativa di dar forma, anzi. Qui impariamo a osservare trasformazioni eccezionali di un bambino animalizzato che un po’ per forza e un po’ anche per amore viene portato ad assumere i connotati di un umano senza pietà. Il ritorno al bosco di origine sarà una boccata di ossigeno per lui e per noi, ma il ritorno, ovviamente, porta con sé i segni dell’irriconoscibile: niente di ciò che era uguale è ancora uguale… Da vedere per accomodarsi a pochi centimetri da un bambino dal potere mimetico prorompente, senza sorriso, di una intensità corporea stupefacente e con occhi trascinanti che fanno vedere l’anima, quella dell’animale più che dell’umano. Complimenti!