Scelti per voi

Annie Ernaux

Gli anni

L’orma editore, Roma 2015, pp. 276, € 16,00

Il nuovo romanzo di Annie Ernaux (dopo Il posto recensito su queste stesse pagine) si inserisce in una linea di continuità, in una autobiografia caratterizzata però dall’inversione tra il primo piano soggettivo e lo sfondo impersonale. Qui lo sfondo domina la narrazione caratterizzata dalle forme di vita sociale, dagli oggetti che segnano la vita quotidiana (“Con il walkman la musica penetrava per la prima volta il corpo, ci si poteva vivere dentro, murati dal mondo, Di tutte le novità il telefono cellulare era la più miracolosa, la più sconcertante”), dalla comparsa di una nuova società (“La società adesso aveva un nome, si chiamava Società dei consumi”), da incomprensioni che si trasmettono e attraversano le generazioni, ripetendosi e segnando nel loro ripetersi un tempo altro.

E questo del tempo è forse il tema centrale di un’autobiografia segnata dal noi invece che dall’io. Già attraverso l’uso dell’imperfetto rimarcato e insistente si delinea un universo narrativo in cui la vita continua a scorrere come se i personaggi divenissero sfondo invece che protagonisti: “Non si pensava a valutare la propria posizione rispetto ai discorsi politici o a quanto accadeva nel mondo […]. Più eravamo immersi in ciò che dicevamo essere la realtà – il lavoro, la famiglia – più provavamo una sensazione di irrealtà. […] Noi che fino ad allora ci eravamo schierati solo blandamente dalla parte dei lavoratori, che compravamo cose senza desiderarle davvero, ci riconoscevamo negli studenti poco più giovani che lanciavano sampietrini contro i poliziotti. Eravamo passati all’anno 2000. A parte i fuochi d’artificio e un’ordinaria euforia urbana non era successo nulla di rilevante. […] Nulla cambiava, era solo strano dover scrivere un 2 al posto dell’1.

Riflessione sul tempo che lacera la supposta relazione di continuità tra la bambina, la ragazza e la donna perché la distanza che il tempo ha introdotto porta a questa dolorosa consapevolezza, insieme alla necessità di dare a posteriori un’interpretazione degli eventi. Qui il futuro anteriore si salda con l’imperfetto in cui il tempo sfuma, segnando una sorta di insistenza degli eventi nell’oggi, un’ombra che si prolunga su un tempo altro ritrovando una discontinuità temporale nella ripetizione e nella costruzione di senso.

Nel rapporto tra la politica intesa come possibilità di scelte e la tecnica intesa come accadimenti sovraordinati sui quali la possibilità di influenza è minima, è la seconda ad irrompere prepotente nel quotidiano, modificando gesti e percezioni.

L’unico fattore davanti al quale non ci si può che arrendere è l’avvento della società dei consumi, “un fatto assodato una certezza sulla quale, che si fosse contro o a favore, non c’era bisogno di tornare a discutere” con “la tendenza generale di spendere, di appropriarsi in maniera risoluta delle cose e dei beni non necessari”, tenendo ben presente che “gli ideali del Maggio si convertivano in oggetti e in intrattenimento”.

Grazie alle cose le persone potevano contare su un’esistenza migliore […] Dei timidi e di chi non accondiscendeva all’allegria diffusa si diceva, ha dei complessi. Era l’inizio della società del divertimento. Non ci si capacitava di tutto il tempo risparmiato grazie al minestrone in busta, alla pentola a pressione, alla maionese in tubetto […]. Ci si meravigliava delle invenzioni che in un istante cancellavano secoli di gesti e sforzi. […] Solo i fatti mostrati in televisione davano accesso alla realtà. Tutti avevano un televisore a colori. […] Ci straniva il pensiero che, con i DVD e altri supporti, le generazioni successive avrebbero saputo tutto della nostra vita quotidiana più intima, dei nostri gesti, di come mangiavamo, parlavamo e facevamo l’amore, tutto sui nostri mobili e la nostra biancheria.

Alcune pagine degli Anni parlano di passioni politiche (il Sessantotto, l’elezione di Mitterrand), ma Ernaux non perde mai il proprio realismo, cioè il proprio scetticismo verso le speranze utopiche di cambiamento, e la consapevolezza che, in condizioni normali, fra la vita privata e gli eventi pubblici c’è un’assoluta separazione: “Tra ciò che accade nel mondo e ciò che accade a lei non c’è alcun punto di intersezione. Due serie parallele, una astratta di informazioni ricevute e subito dimenticate, l’altra di piani fissi. […] Non c’era alcun rapporto tra l’occupazione quotidiana di ciascuno e quello che era successo a New York, se non che eravamo stati vivi nello stesso momento di quei tremila esseri umani che stavano per morire ma lo ignoravano fino a un quarto d’ora prima.”

La scansione del tempo retrospettivo è sostenuta dalle fotografie, che avendo fermato quel tempo, avendolo ipostatizzato nell’istante diventano protagoniste di una storia e di un immaginario personale, impersonale e collettivo al contempo, che a partire dall’autrice si estende all’umanità intera, “non si può non parlare degli altri scrivendo di sé”.

Abbiamo solo la nostra storia ed essa non ci appartiene” recita la citazione posta in esergo e tratta dall’opera di Ortega y Gasset, una definizione della storia che fa emergere la complessità di tale sfida, che rischia in ogni momento di scontrarsi contro l’oblio, vanificando quel tentativo di catturare le immagini di quel “tempo in cui non saremo mai più”.

La memoria allora diviene l’unico argine contro l’oblio “come il desiderio sessuale, la memoria non si ferma mai. Appaia i morti ai vivi, gli esseri reali a quelli immaginari, il sogno alla storia”.

L’esistenza di un singolo che si snoda attraverso l’esistenza di altri, altri che da sfondo divengono il noi di una generazione, che oggi scopre quanto i gradi di libertà non fossero infiniti, quanto i legami abbiano costruito destini comuni pur nelle differenze e il progetto diviene quello di “unificare la molteplicità di quelle immagini di sé, separate, non accordate tra loro, tramite il filo di un racconto, quello della sua esistenza, dalla nascita durante la Seconda guerra mondiale fino a oggi.

Una narrazione che sfida l’oblio ma ci fa pur sempre i conti, consegnando alla memoria frammenti di ciò che sarà stato, dove il tempo pur passando perdura lasciando le sue tracce sui soggetti che siamo. Un lavoro difficoltoso e doloroso perché induce continuamente a riflettere su ciò che potrebbe essere stato senza ancoraggi certi, ritrovando oggi le impronte di uno ieri che ci segna (o segnava?).

Ambrogio Cozzi

 

 

Sandra Burchi

Ripartire da casa. Lavori e reti dallo spazio domestico

Franco Angeli, Milano 2014, pp. 159, 19,55 euro

La narrazione e l’interpretazione di dieci storie esemplari offrono i contenuti principali di questo testo: storie di donne lavoratrici tra i 29 e i 49 anni, appartenenti a quella lunga generazione di sperimentatrici prima della flessibilità e poi della precarietà come condizione di quasi normalità. Donne fortemente orientate al lavoro e in grado non solo di affrontare le nuove complessità professionali ma di rendersi protagoniste di percorsi innovativi, di scegliere una marginalità voluta, il lavoro svolto a casa, un ritorno al luogo del privato imprevedibile solo alcuni anni fa, se si pensa a quanto è costata alle donne l’uscita dalle mura domestiche, con tutto il valore concreto e simbolico per il nostro sesso di ore e giornate passate fuori, a scuola, all’università, sul lavoro. Eppure queste donne, con i loro racconti non paiono esprimere il sentimento che questo ritorno a casa significhi una sconfitta. Né rimpianti né lamenti, ma percorsi di vita e lavoro che creano nuove connessioni tra i luoghi della domesticità e della professione, tra questi e lo spazio virtuale del web.

Queste storie di donne si concentrano innanzitutto sul tema dello spazio, la casa appunto, che si trasforma, anzi viene trasformata in un luogo terzo, un luogo di sperimentazione per sé, ma che può divenire un percorso percorribile anche da altre. Un luogo di eccedenza rispetto alla domesticità, ma anche rispetto al tradizionale modo di interpretare il lavoro.

La scelta o l’obbligo di abitare la casa con la propria professione rompe i confini tra pubblico e privato, tra lavoro di produzione e lavoro di riproduzione, e si tratta di un processo ambivalente, che riserva luci e ombre, ma di cui le protagoniste delle storie paiono consapevoli. Credo che l’ambivalenza sia il registro da adottare nel contemporaneo, vivendola come una virtù, che le donne hanno appreso a praticare per non rinunciare a quella pluralità di percorsi che ha sempre caratterizzato le nostre vite. Ora questa ambivalenza si rende visibile ancor più in questi spazi domestici nei quali un computer, quaderni di appunti, libri, strategicamente collocati in uno o più luoghi della casa, o addirittura resi mobili secondo le diverse esigenze di altri abitanti o le diverse ore della giornata, indicano la presenza del lavoro, forse del lavorare diversamente (Laura Balbo) delle donne.

Questo nomadismo casalingo chiede una microprogettazione quotidiana, ha bisogno di crearsi un ambiente, una scenografia anche semplice, che indica però una rottura precisa con quanto lo spazio casalingo ha sempre significato per una donna. E si inserisce a questo punto un tema centrale, quello del riconoscimento: se lo spazio della casa diviene spazio ambivalente, come tale va riconosciuto e riconosciuto il lavoro professionale che vi si svolge e il suo valore. Soltanto in questo caso l’ambivalenza rappresenta non solo l’adeguarsi a una necessità per salvaguardare la molteplicità degli impegni, ma un’opportunità che dà senso alla pluralità esistenziale, dà corpo e consistenza alla sua potenziale ricchezza.

Le riflessioni raccolte nelle interviste si spostano poi sul tema del tempo. Le questioni sono molte e riguardano le strategie adottate nella difficoltà di trovare a casa un tempo lineare, continuo, per il proprio lavoro. Ma qui soccorre la nostra esperienza, le competenze che abbiamo sviluppato nel tempo e nei vissuti di pluralità e intrecci biografici. Ma soccorrono anche le nuove esperienze delle generazioni più giovani che sanno miscelare razionalità e ritualità, porsi dei limiti, inventarsi orari, pause, momenti di lavoro che sappiano preservarsi dall’invadenza di altre mansioni casalinghe e relazionali. Ripetere gesti che divengono abituali e sanno segnare alcune divisioni nel tempo e nella giornata crea senso di continuità, rassicura, offre la sensazione, reale, di sequenze precise, scandite, all’interno delle quali ci si concentra sul proprio lavoro.

Ma le ritualità quotidiane possono anche ricordare alle donne che lavorano in casa che hanno un corpo. Concedere attenzione al proprio corpo può salvare da quella assenza di corporeità che viene indotta dall’uso del computer e che determina anche la qualità delle relazioni che si intrattengono attaverso questo mezzo. Le intervistate parlano di vuoto emotivo, la comunicazione non in presenza può informare, raccontare a parole, ma non è in grado di creare empatia, condivisione o anche semplicemente comprensione degli stati d’animo. Si tratta di cose note, ma che appaiono particolarmente importanti per queste donne che vivono il tempo delle relazioni professionali prevalentemente come tempo di rapporti a distanza. Ma, osserva Sandra Burchi, il tempo degli altri, in famiglia o nei rapporti di lavoro, può dare la misura, un registro di priorità, che rende possibile, o necessario, dare spazio ai contatti diretti, anche nel lavoro,  ricordandosi così del proprio corpo e di quello degli altri, imparando a interrompere, a salvaguardarsi dalla fascinazione di un lavoro che fluisce e sembra possa proseguire ininterrotto.

Con le loro strategie queste donne sanno di collocarsi in una frattura del tempo, in un cambiamento radicale del lavoro e lo fanno senza nostalgie per un passato che non c’è più, mostrano di saper  vivere positivamente il cambiamento. Non elaborano un lutto e una perdita rispetto ai residui del passato, piuttosto vivono un sentimento di scontento, perché non si sentono riconosciute adeguatamente per quello che fanno e si sentono penalizzate dalle contraddizioni di un sistema che chiede loro responsabilità e innovazioni, ma non sa offrire supporto e occasioni di sviluppo a nuove autonomie e capacità. Queste donne non parlano di diritti, si sentono ormai lontane da un insieme di valori che definisce il lavoro un diritto, non ne comprendono neppure il significato. Sono e si sentono impegnate a vivere il presente, pur con i suoi contrasti, che riordinano nelle loro vite e nella ricerca di equilibri sostenibili. Vite che si collocano consapevolmente in uno spazio che appare ancora marginale, anche perché si sottrae il più possibile a norme e regole considerate ormai desuete. Marginale è il termine che Sandra Burchi usa nelle sue conclusioni, margine come luogo meno invaso da costrizioni ma anche come modo reale e positivo di vivere il cambiamento impersonando con le proprie scelte individuali il radicale cambio di scena, il nuovo palcoscenico con le possibilità, opportunità, fatiche, che offre.

Barbara Mapelli

 

 

Sveva Magaraggia

Essere giovani e diventare genitori. Esperienze a confronto

Carocci, Roma 2015, pp. 174, € 18,00

Il testo di Sveva Magaraggia è un interessante lettura che apre alla riflessione su una parte del mondo giovanile che spesso rimane ai margini nelle ricerche sul tema in Italia: i giovani che diventano genitori precocemente.

Il lavoro di ricerca che l’autrice propone cerca di indagare non tanto le motivazioni personali, sociali, culturali o “occasionali” che portano un giovane a diventare padre o madre, ma soprattutto quello spazio esperienziale e di vita che li vede, così come cita l’autrice, “sospesi tra due mondi, il mondo delle responsabilità di chi diventa genitore e il mondo giovanile, con i suoi riti comunicativi e di consumo: catapultati in un universo adulto, questi genitori giovani ne trasformano i confini, nonché il senso stesso”. Il focus è quindi la transizione all’età adulta: quanto il diventare genitori diventa fase dell’adultità? E se è vero come i giovani genitori vivono questo passaggio? Quali sono i nuovi modelli di transizione?

Per introdurre il tema Magaraggia fa propria una metafora proposta nel 1997 da Furlong e Cartmel in merito proprio ai cambiamenti dei modelli di transizione degli ultimi vent’anni e che risulta essere molto interessante per la sua capacità di sintesi.

Secondo gli studiosi i giovani in passato, terminati gli anni della scuola, salivano su un treno che aveva destinazioni dettate dalla classe sociale, dal genere o dall’etnia di appartenenza. Gli elementi che potevano influenzare e quindi modificare i percorsi erano unicamente legati alla scelta della stazione in cui scendere o eventualmente al passaggio da uno scompartimento di seconda classe ad uno di prima. Oggi invece i giovani hanno a disposizione la loro automobile che guidano personalmente. Aumenta quindi la possibilità di scelta dei percorsi, della velocità da utilizzare per intraprenderli, ma anche il rischio di prendere direzioni sbagliate. Il giovane è quindi obbligato a costruire e progettare un proprio itinerario, individualizzando sempre più sia la scelta sia la responsabilità della scelta stessa, ma senza poter contare su caratteristiche e potenza dell’automobile su cui viaggia autodeterminate. Si assiste quindi ad un aumento esponenziale della libertà di scelta, ma anche dell’incertezza di ciò che si affronterà.

I giovani quindi si ritrovano a viaggiare con vincoli e risorse dettate da aspetti lavorativi, sociali e culturali che influenzano il loro percorso di transizione verso l’età adulta.

Un secondo aspetto interessante della ricerca dell’autrice si rivolge al genere femminile e maschile proponendo una riflessione, non separatamente, ma in stretta connessione uno con l’altro, su come la transizione alla genitorialità venga affrontata, cercando di cogliere quindi se i ritmi si presentano differenti, coincidenti o addirittura confliggenti.

Il lavoro di ricerca proposto da Magaraggia ha utilizzato come strumento l’intervista narrativa che ha coinvolto quaranta soggetti (venti madri e venti padri) tra i 21 e i 37 anni genitori di bambini 0-3 anni. Gli intervistati sono stati suddivisi in tre fasce d’età: 20-26 anni, 27-33 anni e 34-37 anni così da poter cogliere nelle differenti fasce d’età da un lato l’esperienza del divenire genitori e dall’altro le diverse modalità di sperimentare la transizione all’età adulta.

Il complesso lavoro di ricerca svolto ha portato all’identificazione di quattro tipologie di genitori.

Fast tracker o madri e padri anticipatori – si tratta di soggetti che, dopo un percorso lineare e veloce, appunto fast track, mettono al mondo il primo figlio/a in netto anticipo rispetto all’età media italiana.

Slow tracker o madri e padri ritardatari – si tratta di soggetti che diventano genitori ben oltre l’età media e che quindi hanno alle spalle un percorso con ritmi lenti per l’accesso alle differenti tappe di vita. Si tratta di coppie tendenzialmente con un alto grado di istruzione che vogliono completare una vita di coppia con un figlio allarmati dall’orologio biologico che rimanda ad una scadenza prossima.

Madri e padri yoyo/Giovani madri e giovani padri – queste ultime due tipologie di genitori definiscono quei soggetti che, a differenza dei primi due, non hanno ancora superato tutte le cosiddette “tappe canoniche” che caratterizzano la transizione all’adultità prima di diventare genitori. Dalla ricerca emerge che spesso il non completamento di un percorso lineare si associa ad una mancata intenzionalità alla scelta di diventare genitori. Le giovani madri e i giovani padri hanno un’età inferiore alla media nazionale e si ritrovano a dover drasticamente modificare il loro progetto di transizione all’età adulta dopo aver scoperto di aspettare un figlio. Le madri e padri yoyo invece sono caratterizzati da un’età uguale o maggiore alla media nazionale e da un percorso non lineare di transizione all’età adulta. Si tratta di soggetti inseriti in percorsi formativi o professionali avviati che anche se vivono una situazione di non convivenza o stabilità “provano” a cercare una gravidanza oppure “scoprono” di aspettare un figlio e decidono comunque di portare avanti la gravidanza. Una delle caratteristiche che risulta comune in queste due ultime tipologie di genitori è il grande supporto che le famiglie d’origine danno loro almeno nei primi periodi.

La ricerca ha quindi permesso di indagare come le grandi trasformazioni che coinvolgono il passaggio dalla giovinezza all’età adulta si ripercuotono sulle modalità di percepirsi e di essere genitori. Ciò ha permesso di evidenziare questi mutamenti così da poter forse facilitare la comprensione dei comportamenti procreativi e quale significato i giovani attribuiscono a questa scelta. Si evince quindi come le decisioni e le scelte fatte dai giovani durante il processo di transizione all’età adulta influenzino la fecondità e l’assunzione di un possibile ruolo genitoriale.

Silvia Pinciroli