Editoriale
Di chi è la responsabilità?

Maria Piacente

Abbiamo messo a tema in questo numero della Rivista l’evidente crisi che il patto fiduciario tra scuola e famiglia sta ormai subendo da parecchi anni.
Già dall’età post-democristiana non era cambiato nulla ed ancora è così: niente buona scuola, così tanto acclamata, così tanto osteggiata… nel panorama europeo la nostra scuola sembra la peggiore.
Ma è davvero così?
La sensazione che si ha, anche leggendo i vari contributi che con impegno i nostri collaboratori ci hanno inoltrato è quella che la nostra attuale società liquida – che ha nel contempo creato una sorta di redinsificazione di legami che sono in continuo cambiamento e sempre più eterogenei – si sia in qualche modo “dimenticata”, lasciandoseli alle spalle, dei punti di riferimento certi.
Davanti all’evaporazione della figura paterna, allo sfilacciarsi continuo di regole, a volte considerate addirittura obsolete, scuola e famiglia, insegnanti e genitori si rimpallano le difficoltà educative mescolando in vari contesti la questione relativa alla responsabilità. L’assunzione di responsabilità è qualcosa di molto preciso e difficile da sopportare, oggi più che ieri, dal momento che sono cambiati radicalmente i modelli di vita delle famiglie e dei legami. Siamo passati dai perentori no! a giocarci il ruolo di ruffiani con i nostri figli, ad affiancarli, a volte in inutili e sterili battaglie contro gli insegnanti e i professori.
In questi tempi dove essere politically correct è diventato un imperativo, dire “pane al pane e vino al vino”, come si diceva una volta, potrebbe essere pericoloso, fuori moda… Allora l’ipocrisia avanza e non potendo dire davvero come stanno le cose, ostacola la comunicazione e la crescita democratica del nostro stare. Pare, tra l’altro, che in quasi tutti gli ambiti, dal lavoro alla famiglia, dall’immigrazione alla politica tutta, il politicamente corretto sia il must al quale aderire, si dice quello che gli altri vorrebbero sentirsi dire… pena il restare fuori da certi recinti.
Ma le ragazze ed i ragazzi che per fortuna non si sono ancora assoggettati al mercato… vogliono rapportarsi con franchezza e autenticità e osservano e guardano, ascoltano e pensano, con la mente con il cuore; nei loro dialoghi senti la voglia di scoprire, di capire di esserci fino infondo. A scuola qualcuno li traghetterà nel mondo della conoscenza: letteratura, scienze e matematica come storie che li aiuteranno, al meglio, a vivere la loro vita. Si, ma questo potrà accadere solo se verrà rimessa al centro la relazione maestro-allievo, solo se i professori si appassionano al loro lavoro e decidono di fare gli insegnanti perché amano “fare la buona scuola”. Solo se il Governo avrà il coraggio di perseguire senza tentennamenti l’obiettivo della Riforma della scuola con l’istituzione di percorsi formativi seri in grado di “formare” realmente i nostri docenti. Insegnanti formati, per l’appunto, per lasciare segni.
L’altro giorno stavamo festeggiando il compleanno di una nipote circondata dai tutti i suoi cugini, almeno cinque, due di quarta superiore di 16 anni e mezzo, due di prima superiore di 14 anni e mezzo uno, di 20 anni al secondo anno di università; li sento parlare di scuola e dei professori, in effetti sono proprio i primi giorni di scuola per loro… ad un certo punto mi avvicino per cercare di capire il perché di quel parlare fitto fitto e di tanta ilarità: parlavano dei loro professori e delle relative materie, di come erano bravi o non bravi a spiegare, di come erano simpatici o antipatici, di come si vestivano, di come alcuni ed alcune facevano i professorini tutti impettiti mentre altri erano li pronti a parlare e a vivere…
Erano giudicanti?
Si che lo erano, giudicanti, ma clementi allo stesso tempo con chi aveva testimoniato sapienza giustizia e clemenza. Eh si è così! Pochi, troppo pochi insegnano per passione, pochi trasmettono con i loro gesti il senso dello stare al mondo… si può insegnare se si detesta la vita? Si può essere genitori se non ci si vuole assumere le responsabilità educative che questo nuovo stato comporta?
E si può continuare a far rimbalzare le responsabilità nell’istruzione ed educazione dei figli dalla scuola alla famiglia e dalla famiglia alla scuola?
Nessun patto di fiducia e corresponsabilità tra scuola e famiglia può essere perseguito, nessuna megagalattica struttura tecnologica e avveniristica potrà mai migliorare davvero la scuola se il dibattito tra scuola e famiglia non sarà franco e sincero, se, come si diceva, non si persegue fino in fondo il concetto che la Riforma della Scuola è avere buoni professori.
In un articolo del Corriere di Nuccio Ordine di qualche giorno fa sull’istruzione in Italia, leggevo che nell’incipit del ringraziamento che Albert Camus aveva voluto fare al suo maestro di Algeri Louis Germain dopo aver ricevuto il Nobel nel 1957, così scriveva: “Caro Signor Germain… Mi hanno fatto un onore troppo grande che non ho né cercato, né sollecitato. Ma quando mi è giunta la notizia, il mio primo pensiero, dopo che per mia madre, è stato per lei. Senza di lei, senza quella mano affettuosa che lei tese a quel bambino povero che ero, senza il suo insegnamento e il suo esempio, non ci sarebbe stato nulla di tutto questo.”