Editoriale
Le Responsabilità

Maria Piacente

Si chiude un anno colmo di avvenimenti sociali, ambientali e politici di grande rilevanza, non solo per l’Italia e l’Europa, ma direi per il mondo intero. In America, da un anno, il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump esercita non senza stupore e tremori – titolo di un romanzo della nota scrittrice belga Amélie Nothomb, che ben si addice ai gesti del nuovo Presidente americano – esercita, dicevo, il suo mandato (per non dire impone) erigendo muri che vorrebbero toccare il cielo, imponendo divieti “promessi” nella sua campagna elettorale attraverso pericolose forme di populismo. Nessun pudore, nessun senso di responsabilità, far diventare ancora grande l’America vuol dire per Trump scacciare tutti quelli che sono d’intralcio, poco importa se fuggono da guerre o da massacri che magari l’America stessa ha provocato: la mancanza di senso, la gerarchia, il rigore, i dogmi, il sadismo, la cospirazione dei silenzi, l’umiliazione… tornano negli States più forti che mai.

E però, se guardiamo in casa nostra non c’è tanto da stare allegri. Tra non molto si andrà al voto e speriamo che ciascuno/a sappia riconoscere, lungi dai populismi, le verità e le post-verità. Non dobbiamo cadere nelle trappole, dobbiamo analizzare i fatti fino in fondo, altrimenti diventiamo parte di quell’opinione pubblica che si abitua subito alle post-verità e la verità diventa una variabile indipendente.

Stupori e tremori sono diventati i leitmotiv in tutti i telegiornali; ci stupiamo certo, diciamo che non è possibile, che di sicuro non succederà questo o quello… ma poi succede e l’atmosfera sociale e politica che respiriamo si fa sempre più pesante e sempre più difficile mostrando crepe dalle quali potrebbero davvero emergere mostruose verità.

Siamo tutti responsabili?

Ci siamo voluti interrogare e abbiamo voluto riflettere su queste questioni cercando di capire quando e perché si è indebolito il senso di responsabilità e, come studiosi nel campo dell’educazione, abbiamo cercato di riflettere sul perché e sul come si sia dileguato il rapporto tra educazione, responsabilità e futuro: che cosa ancora possiamo tenere e come e cosa possiamo testimoniare per il futuro delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi.

Di fronte alle baby gang, delle quali si parla sempre in occasione di episodi violenti, cosa possiamo pensare se non che qualcosa non è andato come doveva… Come e con chi sono cresciuti questi ragazzi? Che senso della vita è stato loro trasmesso se in una serata di novembre, complice la nebbiolina e un po’ di buio fuori da un McDonald’s nel milanese, tre ragazzi più o meno diciottenni che escono dal locale, dopo aver consumato il tipico panino, vengono presi di mira da altri tre, anche loro coetanei, e vengono picchiati? Uno degli aggressori ha in mano un cavatappi e procura un buco in testa a uno dei tre (non grave per fortuna). I tre ragazzi del McDonald’s cercano di ripararsi… non conoscono i loro aggressori, non li hanno mai visti prima, dicono “lasciateci stare”, rapidamente scappano altrove e per fortuna non vengono inseguiti…

Alla domanda “secondo voi perché vi hanno picchiati?”, la risposta è stata: non lo sappiamo, non li abbiamo mai visti… forse stavamo loro… antipatici!?

Una violenza gratuita praticata da baby gang? Praticata dai nuovi Millennials nichilisti?

Una nuova violenza praticata dall’indifferenza? Oppure una violenza che considera l’altro/a solo come inciampo, o come qualcuno che ha qualcosa di più o qualcosa di molto diverso e non invece un’alterità nella quale specchiarsi, vedersi e condividere l’umano del mondo?

Che cosa non hanno avuto questi ragazzi/aggressori, quali stili educativi li hanno forgiati?

Non sono stati condotti, non sono stati educati da genitori, insegnanti ed educatori che avevano la responsabilità di assumersi la crescita e la cura di queste giovani vite, che avevano la responsabilità di insegnare loro a vivere? Lo hanno fatto?

L’Educazione è in crisi? E come si è prodotta questa crisi dell’educazione?

In un recente saggio di Edgard Morin, Insegnare a vivere, manifesto per cambiare l’educazione l’autore sottolinea: “Non dobbiamo né possiamo isolare questa crisi dell’educazione da una crisi di civiltà della quale essa è una componente: degradazione delle solidarietà tradizionali (famiglia patriarcale, vicinato, lavoro), perdita o degradazione del SuperIo di appartenenza all’umanità. Individualismo la cui autonomia relativa è più egocentrica che responsabile, generalizzazione dei comportamenti incivili a cominciare dall’assenza del saluto e della cortesia… assenza generalizzata di legami, demoralizzazione o angosce del presente e del futuro. Viviamo una crisi di civiltà, una crisi di società, una crisi di democrazia…. una crisi dell’umanità. Abbandonata al corso scatenato dalle scienze, delle tecnologie, dell’economia in un mondo dominato da una finanza ubriaca di profitti e da conflitti incancreniti dai fanatismi cruenti”.

Dunque, vediamo quanto pesa la nostra responsabilità, in ogni campo. La parola responsabilità è assai complessa e per certi versi enigmatica. È considerata come la possibilità di prevedere gli effetti delle nostre azioni, dunque di modificarle e di correggerle in base alle previsioni. Si tratta in realtà sempre di scelte, scelte che noi compiamo sempre, anche quando pensiamo di non farlo. Anche in quel caso, appunto, abbiamo scelto di non fare qualcosa.

L’ultimo articolo di questo dossier è scritto da un nostro appassionato collaboratore, Giuseppe Ferraro, e ci apre un mondo sulle innumerevoli sfaccettature che la parola responsabilità porta con sé in rapporto alla relazione con se stessi, col gli altri, con il futuro e con il mondo.

Buona lettura e

Buon 2018!