Editoriale – Il mestiere di vivere: alternanza scuola lavoro

Maria Piacente

Succede che quello che il più delle volte è solo una buona dose di buon senso si riveli, o si possa rivelare, come una scoperta  particolarmente acuta e raffinata. Ciò ha a che fare, per lo meno a mio parere, col fatto che di norma siamo stati abituati a comprendere le cose del mondo attraverso una concezione binaria: nero/bianco, maschio/femmina, vecchio/giovane e così via. A soffrirne siamo noi per primi e la nostra naturale creatività, così una visione più complessa e articolata del mondo viene penalizzata a scapito del nostro pensiero laterale.
Così, quando ci capita di pensare, praticare ed esperire qualcosa di inedito pensiamo di stare operando una rivoluzione copernicana.
Il fatto è che ci barcameniamo sempre in un fragile equilibrio dentro il quale occorre cercare e trovare la stabilità che ci consente di raggiungere i nostri obiettivi. Su come la scuola sia un contesto importante nel quale si formano, o si dovrebbero formare i nostri ragazzi
e le nostre ragazze per affrontare le loro vite, sappiamo tanto e tanto è stato scritto e disquisito intorno all’argomento. E del resto, quasi
quotidianamente, o comunque molto spesso, veniamo informati di quello che succede dentro la scuola e dello stato delle relazioni che lì
si intrattengono: ragazzi che vengono mobbizzati dai loro compagni bulli, insegnanti che vengono picchiati dai loro allievi… E’ vero, questi
sono casi limite, però…
Insomma, la scuola è una palestra di vita, si potrebbe dire, in tutte le sue accezioni! Gli insegnanti non possono insegnare solo spiegando
le loro materie con cura, nel loro insegnare e nel loro spiegare devono tenere dentro la vita reale, la vita vera e concreta, il senso dello stare
al mondo. Sì, devono anche insegnare il senso dello stare al mondo e dunque sporcarsi, inevitabilmente, le mani e la testa. Devono essi
stessi imparare a fare gli equilibristi e cercare in tutti i modi di trasmetterne l’insegnamento ai loro ragazzi. Perché cosa chiede la vita?
Chiede proprio questo!
Allora ben venga una legge come quella della Buona Scuola, che nei periodi dell’alternanza mostra ai ragazzi e alle ragazze cosa succede
nel mondo lavorativo di tutti i giorni: un assaggio di un “fuori scuola” dove è possibile cominciare a sperimentare contenuti e relazioni in
un’ottica nuova, diversa, ma anche collegata all’interno del contesto scolastico se lì si è lavorato bene: occorre continuità, tenere un dentro e un fuori costante e riprendere le esperienze dell’alternanza all’interno della scuola. Scuola “aperta” aggiungo, scuola con pochi banchi, scuola dove si possa raccontare di sé, dove nelle narrazioni sia possibile cogliere aspetti di fragilità da condividere insieme agli altri e alle altre. Scuola aperta dove è possibile parlare di emozioni e sentimenti e lì che si imparano un po’ a conoscere, si cominciano a prendere le misure e poi se ne parla a casa. Una casa che non deve, dovrebbe, essere un altro mondo, ma uno dei possibili mondi dove la vita può essere almeno accettabile o, magari, strepitosa!
Di recente si è parlato di alternanza scuola e lavoro anche con il Presidente della Repubblica Mattarella, che ha accolto al Quirinale studenti impegnati in questa dimensione. Egli ha sottolineato come questa esperienza mette al centro, tra le altre cose: la consapevolezza
di se stessi.
E Conosci te stesso! è l’esortazione già inscritta nella Grecia antica nel tempio di Apollo a Delfi.
Conosci chi sei e i tuoi propri limiti, allenati a farlo dentro e fuori la scuola.