IL RITARDO MENTALE

Alcune considerazioni alla luce dell’insegnamento della psicoanalisi. Possiamo a ragione ritenere l’insufficienza mentale un enorme arcipelago in cui le isole che ne fanno parte assumono gli aspetti e le conformazioni più svariate; una sorta di grande costellazione nella quale le stelle brillano differentemente le une dalle altre pur appartenendo allo stesso insieme.


Non è semplice definire precisamente in cosa consista l’insufficienza mentale. Il concetto di insufficienza mentale, infatti, è un concetto di profonda complessità ed ambiguità; estremamente chiaro se preso sul versante più superficiale di generica misurazione delle competenze intellettive rispetto ad una norma condivisa, estremamente complicato se considerato nella eterogeneità di forme cliniche che comprende.

Possiamo a ragione ritenere l’insufficienza mentale un enorme arcipelago in cui le isole che ne fanno parte assumono gli aspetti e le conformazioni più svariate; una sorta di grande costellazione nella quale le stelle brillano differentemente le une dalle altre pur appartenendo allo stesso insieme. Ciò che fa da comune denominatore alla diversità delle configurazioni cliniche concerne la compromissione del comportamento adattativo, ovvero la capacità del soggetto di saper fare adeguatamente i conti con tutto ciò che la quotidianità offre; a tale elemento invariabile corrisponde la straordinaria proliferazione ed eterogeneità dei quadri clinici, diversi tra loro per gravità, per possibilità di recupero, per età di insorgenza, per localizzazione dell’eventuale danno cerebrale, per strutture di personalità nelle quali si innestano, e così via. Abbiamo, così, da un lato la molteplicità delle manifestazioni psicopatologiche, dall’altro la costanza della presenza nel soggetto dell’incapacità (più o meno accentuata) di agire per uno scopo, ovvero di risolvere problemi nuovi mediante l’utilizzo di apprendimenti e strategie acquisite, a causa dell’assenza o del progressivo irrigidimento della possibilità di approdare ad un pensiero capace di adattarsi all’inaspettato.

Se tentiamo, tuttavia, di precisare la natura di questo nucleo di fondo, incistato nella sua immutabilità a fronte della variabilità fenomenica dell’insufficienza mentale, troviamo che esso si coagula intorno a quello che potremo definire un difettoso funzionamento del sistema simbolico; detto in altri termini, pur variando il disturbo specifico che caratterizza la singola forma di insufficienza mentale (differenziata dalle altre per la prevalenza, ad esempio di disturbi del linguaggio o della prattoagnosia o della attenzione e della memoria, e così via) ciò che resta inalterato nell’insieme considerato riguarda il rapporto del tutto particolare che il soggetto instaura con il sistema simbolico.

 

Il sistema simbolico

 

Occorre a questo punto fare una necessaria precisazione: il sistema simbolico è, nella teoria psicoanalitica, qualcosa che eccede il registro simbolico così come è inteso dalla neuropsicologia, qualcosa di diverso dall’insieme delle funzioni simboliche che essa studia (le cosiddette funzioni corticali superiori). Possiamo dire che il simbolico, per la psicoanalisi, non va confuso con il cognitivo, non va ridotto o sovrapposto all’intellettivo. Per essere ancora più chiari, il cognitivo e l’intellettivo possono svilupparsi nel soggetto a condizione che egli sia ben installato nel sistema simbolico; dunque l’acquisizione di capacità intellettive è uno degli esiti della primordiale iscrizione del soggetto nell’universo simbolico, uno degli effetti possibili di un suo adeguato posizionamento nel mondo che lo accoglie. L’utilizzo del significante, il medium attraverso il quale il soggetto può rapportarsi al mondo, è il frutto dell’azione del sistema simbolico; la sua strutturazione rappresenta, infatti, la risultante del lavoro che l’Altro esercita sul vivente, ovvero la sua introduzione nell’universo del senso, del senso che apre alle possibilità della legge, dell’ordine e del sapere. Il sapere, per essere ancora più espliciti, è un prodotto, un effetto del significante in quanto il suo sviluppo necessita l’inserimento del soggetto nel registro simbolico; in tal senso, solo l’operazione regolatrice del desiderio è in grado di strappare il vivente dal regno del fuori significato nel quale viene alla luce, dalla dimensione puramente biologica che connota la sua venuta al mondo, per proiettarlo nella comunità umana della condivisione e dello scambio. La capacità dell’umano di fare i conti con la realtà, di adattarsi e di adeguarsi alle esigenze dell’Altro, di rendersi duttile ed agile nel rispondere alle sue richieste – in sostanza, la sua intelligenza - presuppone, pertanto, l’acquisizione di un sapere che solo l’iscrizione del soggetto nel simbolico può assicurare.

Ma perché questo avvenga, è necessario che si instauri il significante da cui, come afferma Lacan, tutti gli altri significanti dipendono e discendono: il significante del fallo, cioè la rappresentazione che viene a testimoniare della presenza del desiderio dell’Altro. E’ a partire dall’istituzione di questo significante originario che il mondo si significantizza, che il reale diventa realtà; in questa logica, l’umanizzazione della realtà si compie a partire dall’iscrizione del fallo, nell’esistenza del soggetto, come il significante dei significanti1, come, cioè, una sorta di codice d’ingresso, di password segreta che, una volta inserita, sistematizza ed ordina tutti i dati che precedentemente risultavano essere nel caos e nell’imprevedibilità.

L’entrata in funzione del significante del fallo, la sua iscrizione nell’esistenza dell’essere vivente si configura come l’introduzione originaria nell’universo del senso che si genera nel contatto del bambino con l’Altro, la madre in primo luogo, con il suo amore e con il suo desiderio, contatto che lo spinge ad interrogarsi sulla logica che sostiene tale rapporto, sul posto che egli occupa nel desiderio dell’Altro, su ciò che l’Altro cerca in lui e su ciò che l’Altro desidera al di là di lui.

E’ nell’atto interpretativo che il bambino compirà per tentare di comprendere il funzionamento di questo primo scambio con l’Altro che risiede l’esordio inaugurale del processo di simbolizzazione che l’essere vivente attuerà, da quel momento in poi, nei confronti del mondo. In altre parole, perché si avvii la facoltà dell’umano di intervenire simbolicamente sulle cose, è necessario questo primo incontro con l’enigma del desiderio dell’Altro (che si manifesta primordialmente nell’alternanza della presenza-assenza della madre) che costringe il vivente ad abbozzare la prima risposta di senso alla propria esistenza.

La simbolizzazione del mondo, la sua conoscibilità, la sua prevedibilità, la sua malleabilità all’azione del soggetto dipende, allora, da un’operazione primordiale nella quale il soggetto arriva ad interrogarsi su cosa l’Altro desideri in lui, da lui e al di là di lui; l’interpretazione che ne deriva – interpretazione definita da Lacan fallica proprio perché spinge il soggetto a cercare di essere il fallo dell’Altro, ovvero a cercare di essere l’oggetto che si suppone corrisponda alla mancanza dell’Altro, a quella mancanza che causa il suo desiderio e che provoca la nostalgia materna – è il seme di ogni attività simbolica futura, dal momento che, da un lato consente al soggetto di attribuirsi un significato – essere il fallo dell’Altro – e di trovare così una consistenza seppure illusoria al suo essere, dall’altro dà origine alla catena significante che potrà srotolarsi dalla strutturazione del significante fallico in poi.

 

La lesione organica

 

Ora, cosa accade quando il bambino che viene al mondo presenta danni organici capaci di agire sul funzionamento cerebrale?

La malattia del corpo – la disfunzione di organi e sistemi – rappresenta in questo senso un dato di reale in grado di rovinare la possibilità di reciproca penetrazione tra il soggetto ed il suo Altro; ciò che si produce a livello neurologico si configura come una specie di attentato alle vie che normalmente assicurano la simultanea apertura del soggetto all’Altro e dell’Altro al soggetto. E’ questo un dato che non è possibile ignorare. Chiunque abbia esperienza clinica con persone affette da insufficienza mentale non può non comprendere il senso di questa riflessione. Se non si considera la variabile neuropatologica come presupposto irriducibile alla logica del significante, come fondamento capace di resistere all’azione del simbolico, si commette, a mio avviso, l’errore nel quale una psicoanalisi ingenua tende a cadere: quello della compulsione significante, del delirio di senso, dell’attribuzione di un valore simbolico ad ogni aspetto dell’esistenza.

Lacan ci insegna che così non è. Il reale del corpo, sebbene una sua parte risulti significantizzabile, resta in sostanza fuori dall’orbita del senso, escluso da una sua possibile totale metaforizzazione. La malattia del corpo evidenzia chiaramente questo aspetto recalcitrante ad un tentativo di bonifica simbolica della dimensione biologica; se è vero, infatti, che alcune affezioni del corpo trovano in una interpretazione significante una convincente lettura del proprio legame con la questione psichica che le sostiene, è altrettanto vero che i fenomeni del corpo più elementari – quelli che generano le patologie più devastanti – si svolgono secondo un processo estraneo a qualsiasi logica simbolica, insensibili ad ogni tentativo di metaforizzazione. Il dolore del dente, dice Freud, riduce l’uomo al dente dolente. Il dolore spazza via la retorica del significante e fa sentire al soggetto l’inconsistenza del sembiante. Il reale esplode frantumando la corazza simbolica con la quale l’essere umano tenta di difendersi dal suo minaccioso dominio.

L’impossibilità di evacuare ‘l’eccesso di godimento’ che, viceversa, si incista nel corpo sotto forma di incalzante pressione dello stimolo insoddisfatto, rappresenta il sottofondo della condizione di lesione del sistema nervoso; il disfunzionamento dell’apparato cerebrale comporta, infatti, un’inevitabile alterazione dell’economia psichica che non può regolarsi attraverso l’azione del principio di piacere, ovvero mediante l’eliminazione dello stato di tensione. L’invasione del reale nel corpo corrisponde, in questi casi, ad una sorta di innesco reiterato e continuo di una bomba capace di far saltare in aria l’equilibrio del soggetto; una replica senza fine di un evento traumatico La lesione cerebrale infantile è , proprio in tal senso, traumatica.

Dobbiamo, allora, chiederci cosa succede quando una patologia organica colpisce il sistema nervoso centrale, il cui compito è quello di “padroneggiare gli stimoli”2, ovvero eliminare o ridurre al minimo il loro potere disturbante per l’organismo. Possiamo genericamente affermare che uno degli effetti di tale situazione patologica consiste nella difficoltà da parte del bambino di armonizzare le risposte (motorie, emotive, comportamentali, ecc.) allo stimolo.

Mi interessa evidenziare il fatto che il mancato accordo della risposta allo stimolo ha degli effetti clamorosi nell’economia psichica dell’essere vivente. Pensiamo, ad esempio, ad un deficit di produzione del riflesso delle labbra3 o del riflesso dei punti cardinali4 la cui azione combinata permette al bambino, in condizioni normali, di raggiungere – per via ‘innata’ – il capezzolo materno e di ottenere, così, il decremento dello stato di dispiacere dovuto alla sensazione di fame; ebbene, se una lesione corticale inibisce tale attività riflessa, il bambino non sarà in possesso del dispositivo di base necessario all’alimentazione neonatale e, soprattutto, alla liberazione dall’invadente stimolo della fame. Il mancato orientamento del capo e delle labbra verso il seno materno potrà essere scambiato dalla madre per assenza di appetito e lasciare il bambino nello spiacevole stato di pressione dello stimolo. Pensiamo, ancora, al fenomeno del dolore, indotto, ad esempio dalle cure medico-infermieristiche, a cui è generalmente soggetto il neonato cerebroleso; un dolore di cui non è possibile aver alcun tipo di riscontro oggettivo, ma di cui è ragionevole supporre la presenza in relazione alla necessaria ed intensa – ma non sempre premurosa – manipolazione del corpo che, se non altro, determina un sovraccarico di tensione spiacevole. Il bambino si trova, in questi casi, in una situazione di ingorgo di eccitazione, in una condizione di ammasso indistinto di stimoli che innalzano il livello di tensione, impossibilitata a scaricarsi.

La pressione ingovernabile dello stimolo appare, così, sotto forma di un dispiacere che è interno all’apparato psichico. Il vissuto di angoscia, di cancellazione di sé, di auto-evaporazione è legato proprio al trovarsi oggetto di ‘ondate’ pulsionali non trattabili, al sentirsi oggetto di un ‘godimento del corpo’ che non conosce limite e che si abbatte sul bambino lasciandolo tramortito ed impotente. Sarà fondamentale, a questo livello, l’azione dell’Altro; la prematurazione dell’infante, infatti, raddoppiata dalla presenza di una patologia cerebrale che ne potenzia lo stato di originaria inermità, deve potersi incontrare con la ‘benevolenza’ dell’Altro, pronto a porgersi come oggetto e strumento di piacere, perché la violenza dello stimolo si stemperi in una pressione tollerabile e superabile. La cura amorevole dell’Altro, il suo saper accogliere e riconoscere il neonato attraverso un desiderio unico e particolare, il suo saper attribuire un senso ed una soluzione al mondo psichico indistinto del bambino, tutto ciò rappresenta il primo ignaro ed inconsapevole trattamento simbolico che il genitore effettua sull’universo psichico del proprio figlio, dominato dalla tracotanza del reale che lo incalza.

 

Ritardo mentale e desiderio dell’Altro

 

Al deficit delle funzioni corticali superiori – che non possono non lasciare una seppur minima traccia ostruttiva nel processo di normale sviluppo dell’universo simbolico – si deve aggiungere quanto la riflessione psicoanalitica ha messo in luce; il legame tra inibizione intellettiva e significante dell’Altro, tra inibizione intellettiva e desiderio dell’Altro. Alla patologia organica va infatti, frequentemente, a sommarsi la patologia del desiderio dell’Altro, dell’Altro genitoriale, in primo luogo dell’Altro materno. La brutalità dell’evento dell’handicap del figlio tramortisce e traumatizza il genitore generando in lui reazioni emotive intense e non sempre consapevoli. Qualunque sarà la elaborazione che il genitore – principalmente la madre – riuscirà a compiere, residuerà un “sottofondo di morte, di morte negata, travestito quasi sempre da amore sublime, talvolta da indifferenza patologica, talaltra da rifiuto cosciente; le idee di morte sono sempre presenti, anche se tutte le madri non possono prenderne coscienza.”5

Questo humus mortifero che si infiltra all’interno della relazione madre-bambino ritardato non può non generare effetti sul piano del desiderio; “nel caso del bambino con handicap, ciò che emerge come dato incontestabile è l’estrema povertà di attese genitoriali; il desiderio dell’Altro si trova strozzato in un regime di emergente e incessante necessità di accudimento che sembra non lasciare spazio per altro che non sia il sorvegliare lo sviluppo, il verificare l’adeguatezza dei comportamenti, il tarare la conformità della crescita cognitivo-intellettuale. L’attenzione dell’Altro sembra concentrarsi tutta su ciò che manca, sullo scarto delle prestazioni rispetto alla normalità, su ciò che il soggetto non può.”6 Il bambino affetto da lesione, il bambino ‘diverso’ da quello atteso, lede l’immagine narcisistica della madre. Anziché venire al mondo per riparare il senso di mancanza che affligge la madre scava in lei un’ulteriore voragine, precipitandola in un abisso di rivendicazione, colpa e vergogna.

Il rapporto con il figlio si colora di queste tonalità emotive alla cui origine c’è quello che solo alcune madri riescono a rendere consapevole e dire: l’odio per il neonato, l’odio per colui che è venuto al mondo tradendo ogni aspettativa, l’odio per colui che sarà in grado, a causa dei suoi problemi, di devastare la vita del genitore. Tale sentimento, il più delle volte inconscio, di rifiuto e di rigetto contrassegna il debutto della relazione della madre con il bambino; all’inizio è l’odio, all’inizio è la non accettazione. Fosse anche solo per un istante, fosse anche per la durata di un attimo, il primo significante con il quale il bambino con handicap entra in contatto è questo.

La madre, pressata dall’insostenibilità di un sentimento così riprovevole e moralmente inaccettabile, trasformerà successivamente l’odio in amore, il rifiuto in premura, l’aggressività in dedizione maniacale. Il bambino rimarrà così incagliato nell’esorbitanza del desiderio materno che tenterà di celare, scivolando in un estremismo di segno inverso ma di uguale potere devastante, l’esecrabilità della sua iniziale ostilità. L’effetto sarà quello di fissare il bambino in una posizione di oggetto, di oggetto di terapie, di assistenza, di soccorso continuo, oggetto di cui la madre si prenderà cura inscrivendolo all’interno della propria costruzione fantasmatica.

La gravidanza, che, sul piano della realtà, era stata interrotta dalla traumatica apparizione dell’evento inatteso, riprende fantasmaticamente per proiettarsi in un futuro senza termine. Approvata dal proprio Superio e dalla considerazione sociale del mondo che la circonda, la madre intraprende una nuova gestazione fagocitando nel proprio grembo il figlio vissuto come incapace di separarsi da lei.

 
Conclusioni
 

Il danno cerebrale è, dunque, la presentificazione di un reale che si frappone tra il soggetto e il suo Altro, rendendo reciprocamente l’uno sordo alle istanze ed ai richiami dell’altro. Quello che è il normale scambio tra la madre e il figlio risulterà compromesso in misura proporzionale all’estensione ed alla gravità della lesione; e se, come visto, è da tale interazione originaria e dagli interrogativi che da essa discendono che deriva l’iscrizione del significante che significa tutti gli altri, allora possiamo considerare fondata l’idea che determinate lesioni cerebrali causino un deterioramento, quando non l’impossibile strutturazione, del rapporto del soggetto con il significante. Nelle forme più diverse in cui può presentarsi, l’esito funzionale conseguente al danno può disturbare, in questo modo, l’avvio del lavoro del simbolico di prosciugamento progressivo del reale del corpo.

E’, dunque, il difetto del rapporto del soggetto al significante a generare l’insufficienza mentale e non l’inverso; detto altrimenti, l’insufficienza mentale non è un dato primario – che si genererebbe direttamente in relazione alla lesione organica – ma l’effetto dell’inciampo che il soggetto incontra nel suo relazionarsi al significante, sia che esso avvenga a causa di lesioni cerebrali che, è opportuno specificare, in loro assenza. Infatti, l’osservazione clinica dello sviluppo infantile dimostra in maniera incontestabile come l’inibizione intellettiva – alla base della genesi dell’insufficienza mentale – possa prodursi anche in assenza di riscontro di evidenze organiche di carattere patologico; si tratta di quei casi di bambini ospedalizzati descritti da Spitz, si tratta, altresì, di quei casi di ritardo mentale lieve nei quali non emerge alcun tipo di legame con un substrato organico lesionato e che la clinica ci evidenzia.

Qualunque sia l’evento scatenante, è la problematica con il significante che induce l’attivazione di un processo che possiamo schematicamente tentare di descrivere come da schema 1.


Il fatto che l’insufficienza mentale si manifesti in casi nei quali è possibile risalire ad una causalità di tipo organico così come in casi nei quali non è possibile alcun riscontro di tipo strumentale che attesti una lesione cerebrale ci induce a pensare che entrambi i quadri clinici convergano su un meccanismo comune dal quale si sviluppa la patologia in questione; in altre parole, la produzione del medesimo effetto originato da due diverse causalità presuppone un passaggio intermedio comune, capace, appunto, di determinare l’identico esito.

L’ipotesi che propongo è che tale anello di congiunzione sia costituito dall’alterazione del rapporto del soggetto al significante, intesa sia come prodotto dell’ostacolo che il reale del corpo impone al normale rapporto madre-bambino – condizionandone, di conseguenza, la dinamica fallica – che come effetto di una condizione contaminata del desiderio dell’Altro – nel quale, analogamente, il soggetto fa fatica a trovare il proprio posto e a reperirsi fallicamente nella relazione con l’Altro. Tale alterazione del rapporto soggetto-significante produce una sorta di menomazione dell’utilizzo che il soggetto farà del significante stesso. La conseguenza di tale mutilazione è rappresentata dallo sviluppo di un deficit nell’acquisizione di un sapere (le cosiddette competenze cognitive, relazionali, motorie, ecc.) che, in misura più o meno marcata, si tradurrà nel quadro clinico dell’insufficienza mentale.

 
Note

1. “Perché è il significante destinato a designare nel loro insieme gli effetti di significato, in quanto il significante li condiziona per la sua presenza di significante.” - J. Lacan, La significazione del fallo, in Scritti, vol. II, Einaudi, Torino, 1974, pag. 687.

2. S. Freud, Pulsioni e loro destini, op. cit., pag. 16.

3. Il riflesso delle labbra è quello per cui il bambino, stimolato sulla cute intorno all’orifizio buccale, reagisce muovendo le labbra in direzione del luogo della stimolazione.

4. Il riflesso dei punti cardinali provoca la rotazione del capo verso il lato stimolato, ovvero la zona a lato della bocca.

5. M. Mannoni, Il bambino ritardato e la madre, op. cit., pag. 26.

6. F. Lolli, L’ingorgo del corpo. Insufficienza mentale e psicoanalisi, Franco Angeli, Milano, 2004, pag. 40.

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