TRA PRESENTE E FUTURO

Occorre chiedersi se e in che misura la relazione fra progetto, tempo biografico e identità che il differimento delle gratificazioni presuppone possa essere ancora considerata valida in un clima sociale, come quello contemporaneo, dove la compo­nente dell’incertezza tende a dominare, e dove i vissuti di contingenza lievitano.*


Il meccanismo definito “differimento delle gratificazioni” – la repressione de­gli impulsi edonistici, la determinazione a rinviare in là nel tempo la possibile soddisfazione che il presente può garantire in vista dei benefici che il futuro può garantire – è stato tradizionalmente alla base dei processi di socializzazione. Se consideriamo quella giovanile una fase biografica di preparazione alla vita adulta, il differimento delle gratificazioni appare come la chiave di volta per garantirne il successo. In questa prospettiva, infatti, è grazie alla capacità di vivere il presente in funzione del futuro, utilizzando il tempo quotidiano come essenziale strumento per la realizzazione dei progetti che il processo di transizione può avere esito positi­vo. Qui il presente non è soltanto un ponte tra il passato e il futuro, ma la dimen­sione che ‘prepara’ il futuro. Allo stesso modo il tempo di vita giovanile, grazie alla relazione positiva con il presente costruita intorno al divenire che esso prefigura, può essere rappresentato come un tempo di attesa attiva, una fase che deve con­sentire una transizione a sua volta positiva all’età adulta. L’identità personale, come conseguenza, si costruisce intorno ad una proiezione di sé in là nel tempo (Chi voglio diventare?) grazie alla quale non solo il passato ricava luce, ma viene anche tollerata l’eventuale frustrazione che può accompagnare le esperienze nel presente.

Se dunque il futuro è considerato come la dimensione depositaria del senso dell’agire; se è rappresentato come il tempo strategico nella definizione di sé, il veicolo attraverso il quale, in diretta congiunzione con il passato, prende forma la narrazione biografica, allora la posticipazione della gratificazione può essere accet­tata. In questa prospettiva, il futuro è lo spazio per la costruzione di un progetto di vita e, insieme, per la definizione di sé: progettando che cosa si farà in futuro si progetta anche, in parallelo, chi si sarà. In sostanza, la prospettiva biografica cui il differimento delle gratificazioni rinvia implica la presenza di un orizzonte temporale esteso, una forte capacità di autocontrollo, una condotta di vita in cui la programmazione del tempo risulta cruciale1. Il tempo quotidiano va accurata­mente investito e fatto fruttare in analogia al denaro, va programmato e il suo uso razionalizzato. Max Weber ha scritto pagine memorabili su questo specifico orien­tamento all’azione ne L’etica protestante e lo spirito del capitalismo2.

 

Continua ad accadere che questo meccanismo venga dato per scontato e che le nuove condizioni temporali dell’agire, benché evocate sovente nel discorso comune e anche nella comunicazione mediatica, non siano adeguatamente messe a tema nella riflessione sulle costruzioni biografiche giovanili3. Occorre chiedersi, ad esem­pio, se e in che misura la relazione fra progetto, tempo biografico e identità che il differimento delle gratificazioni presuppone possa essere ancora considerata valida in un clima sociale, come quello contemporaneo, dove la componente dell’incer­tezza tende a dominare, e dove i vissuti di contingenza lievitano4. Quando infatti l’incertezza aumenta oltre una certa soglia e si associa non solo all’idea del futuro, ma alla stessa realtà quotidiana mettendone in discussione la dimensione data-per­scontata, allora al ‘progetto di vita’ viene sottratta la sua propria base. Inoltre, là dove il mutamento, come accade ai nostri giorni, è straordinariamente accelerato e il dinamismo, la capacità di performance sono imperativi; dove l’immediatezza è un parametro per valutare la qualità di un’azione, investire sul futuro a lungo termine finisce per apparire tanto poco sensato quanto procrastinare la soddisfa­zione. Più che rinunciare alle gratificazioni che il presente può offrire conviene allora addestrarsi a ‘cogliere l’attimo’, non chiudere le porte all’imprevisto, disporsi mentalmente in termini positivi nei confronti di un’indeterminatezza che si carica di potenzialità.

 

In questo orizzonte temporale compresso, il significato stesso dell’età giovanile si trasforma. Chi la vive tende ad apprezzarla più per quello che può offrire nel presente piuttosto che per il tempo futuro che essa virtualmente dischiude. Come conseguen­za, i desideri e le esigenze si strutturano intorno al presente: la ‘buona vita’ non è più basata su impegni di lunga durata, l’idea di stabilità perde di valore5.

 

Per comprendere in modo adeguato la profondità di queste trasformazioni, concentrerò qui la mia attenzione in primo luogo sugli accenti e i tratti semantici nuovi che caratterizzano la dimensione del futuro, avendo cura di chiarire prelimi­narmente le modificazioni di significato che hanno investito la concezione dell’av­venire nella traiettoria verso la modernità. In un secondo momento, mi soffermerò sulle trasformazioni contemporanee nel modo di concettualizzare il corso di vita giovanile e il progetto biografico. Utilizzando anche i risultati di una recente ricerca condotta in Italia sulla relazione tra giovani e temporalità a cui ho personalmente preso parte6, rifletterò infine sulle nuove forme di progettualità giovanile, frutto della crisi sia della concezione della gioventù come fase di transizione all’età adulta sia del meccanismo del differimento delle gratificazioni che ne è alla base.

 

Futuro e coscienza del tempo

 

Gli orientamenti temporali sociali possono essere considerati un indicatore del­le differenti “epoche cognitive” dell’umanità, dei diversi modelli del mondo che si susseguono nel corso del processo di civilizzazione. Come Norbert Elias ha chiari­to7, la coscienza temporale, il modo di concepire e di vivere il tempo non è né un dato biologico né un dato metafisico. Si tratta, piuttosto, di una dimensione sociale che muta con il succedersi delle generazioni, in accordo al loro diverso habitus, alle diverse condizioni di sviluppo delle società in cui esse si trovano a vivere. La capaci­tà di temporalizzare, in accordo a questa interpretazione, sarebbe l’esito di un lun­go e faticoso percorso evolutivo, su scala plurisecolare, che procede dal concreto in direzione dell’astratto. Più le società si differenziano, in altre parole, più i concetti temporali tendono all’astrazione, ad un più alto grado di sintesi concettuale.

 

In questo processo, anche il modo di interpretare e di correlare il passato, il presente e il futuro appare come una variabile. Esso si trasforma, secondo Elias, sulla base di un’analoga tendenza, in base alla quale il baricentro dell’attenzione si sposta dalla concretezza del presente ad una dimensione, come quella del futuro, non immediatamente sperimentabile, solo immaginaria, ma capace di esercitare una forte influenza su tutte le attività.

 

In epoca moderna è in effetti il futuro a diventare il nuovo centro della prassi umana, la posta in gioco, il rischio e la sfida con cui confrontarsi8. Per la prima volta, con la modernità, vengono meno istanze extra-storiche a cui deputare la sua creazione: il futuro è sottoposto al dominio umano, dipende interamente dall’agire dei soggetti. Lo stesso accade per la storia. L’uno e l’altra vanno costruiti e proget­tati. In questa cornice, il progresso (mondano) prende il posto della perfezione (spirituale).

 

In accordo al profondo ottimismo dell’ideologia del progresso, un’ideologia che ha permeato in modo massiccio, dalla metà del Settecento alla metà circa del Novecento, la vita dell’Occidente, il controllo sull’avvenire è dato per scontato. Il tempo aperto, irreversibile del futuro procede, senza incertezze, in direzione di un indiscusso miglioramento. E’ da questo tempo aperto alla ‘novità’ e all’innovazione che origina la nuova identità temporale delle società occidentali.

 

L’attenzione converge ora sull’autonomia dell’individuo: non più la sua posi­zione ascritta, come nelle società pre-moderne, ma la sua capacità di progettazione personale diventa fonte primaria di identità e principio organizzatore della biografia. Il futuro si delinea qui come un orizzonte temporale influenzabile soggettiva­mente, come uno spazio di sperimentazione. Il divario fra “ciò che accade e ciò che si può fare”, l’esigenza di colmarlo è del resto, come è stato sottolineato, alla base dell’idea stessa di individuo moderno9.

 

A partire dal secondo dopoguerra, e con una progressiva accelerazione, questo vissuto di incertezza si trasforma in vero e proprio atteggiamento difensivo. Il fu­turo inizia ad essere più temuto che vagheggiato; il suo pensiero finisce spesso per essere esorcizzato. L’espressione ‘crisi dell’avvenire’ sintetizza bene questo diffuso malessere10.

 

Rischi globali e crisi del futuro

 

Nella modernità contemporanea questo nuovo sentimento del futuro si consoli­da. E’ questa infatti l’epoca dei rischi globali11: crisi ambientale, terrorismo interna­zionale, minacce economiche di tipo planetario, nuove modalità di diseguaglianza sociale, a partire dalla povertà crescente di aree sempre più vaste del pianeta e, ad essa intrecciate, nuove forme di sottoccupazione e precarizzazione del lavoro dai riflessi devastanti sul piano esistenziale. In questo scenario incerto e globalizzato c’è sempre meno spazio per principi come la sicurezza, la controllabilità e, soprattutto, il miglioramento costante che hanno concorso a disegnare il profilo sociale della ‘prima’ modernità. A differenza di questa modernità, che può essere considerata espressione del progetto illuminista di superamento dell’idea di limite – di ogni limite, a partire da quelli legati alla conoscenza - la modernità contemporanea ci obbliga a confrontarci con l’irrealizzabilità dell’idea di controllo12. Se il futuro cui guarda la prima modernità è il futuro aperto, il futuro della nostra modernità è il futuro indeterminato e indeterminabile, governato dal rischio.

 

Soffermiamoci brevemente su questa dimensione, che si rivela di importanza strategica per comprendere la portata dei mutamenti intervenuti nell’interpreta­zione e nel vissuto del futuro. Il rischio appare, in questo scenario, più come esito della perdita di relazione fra intenzione e risultato, fra razionalità strumentale e controllo piuttosto che, nell’accezione scientifica comune, come relazione fra un evento e la probabilità che esso si verifichi. Mentre per una lunga fase sociale con il termine rischio veniva sostanzialmente concettualizzata una modalità di calcolo di conseguenze non prevedibili, nella modernità dei nostri giorni la riflessione sui rischi impone strumentazioni concettuali di altro tipo. Questi rischi non appaiono infatti governabili attraverso i metodi della razionalità strumentale; sono rischi di portata globale, umanamente prodotti, di difficile prevenzione e dunque partico­larmente minacciosi. Da terra promessa, l’avvenire si trasforma in uno scenario a tinte fosche, quando non apertamente minacciose.

 

Nuove forme di temporalizzazione

 

Se intendiamo, con il termine temporalizzazione, quella prospettiva in base alla quale passato e futuro, esperienze e aspettative, debbono essere continuamente rap­portate le une alle altre e coordinate sempre di nuovo, non è difficile rendersi conto che in un’epoca di crisi del futuro la capacità di temporalizzare tende a frammen­tarsi. Analizzando i riflessi temporali delle condizioni di incertezza contemporanea afferma ad esempio Zygmunt Bauman13: “In passato, i periodi di tempo ricevevano il proprio significato dall’anticipazione di nuovi segmenti, ancora a venire, del continu­um temporale; ora ci si aspetta che traggano il proprio senso per così dire dall’interno: che si giustifichino senza alcun riferimento al futuro, o con riferimenti soltanto super­ficiali. Gli intervalli di tempo sono disposti l’uno accanto all’altro piuttosto che in una progressione logica; non c’è una logica preordinata nel loro succedersi; possono cambiare posto facilmente, senza trasgredire alcuna regola ferrea: i settori del continuum tempo­rale sono in teoria intercambiabili. Ogni singolo momento deve autolegittimarsi e deve offrire la massima soddisfazione personale”.

 

Questa polverizzazione dell’esperienza del tempo porta con sé un’attenzione speciale nei confronti del presente14. Ancora una volta, i giovani sono un termo­metro particolarmente sensibile di queste trasformazioni. Già a partire dagli anni Ottanta del Novecento le ricerche sul tempo dei giovani15 registrano, ad esempio, il passaggio dal futuro al presente, in particolare il ‘presente esteso’, come area di po­tenziale governo del tempo sociale e individuale. Con il termine ‘presente esteso’ si intende quello spazio temporale che bordeggia il presente, uno spazio che acquista crescente valore via via che l’accelerazione temporale si diffonde in tutti gli ambiti della vita sociale, favorita, tra l’altro, dalla velocità dei tempi tecnologici e dall’esi­genza di flessibilità che fa loro da corollario. Secondo Helga Nowotny, che ha ap­profondito questo concetto16, abolita la categoria ormai poco funzionale di futuro diventa necessario riformulare il concetto di presente, costituendolo come referen­te centrale degli orizzonti temporali contemporanei. In questa prospettiva, non più il futuro ma il presente più prossimo – quel lasso temporale sufficientemente breve da non sfuggire al dominio umano e sociale, ma anche sufficientemente ampio da consentire qualche forma di proiezione in là nel tempo – può diventare il nuovo tempo dell’azione. Nei quadri temporali di fine Novecento, in sostanza, il presente (ora più, ora meno esteso) appare come la sola dimensione temporale disponibile per la definizione delle scelte, un vero e proprio orizzonte esistenziale che, in un certo senso, include e sostituisce futuro e passato.

 

In questo contesto appare chiara la consunzione cui è sottoposta l’idea stessa di progetto – possiamo definire qui il progetto come una forma di selezione, soggetti­vamente costruita, fra i molteplici “futuri virtuali” disponibili, capace di distillare, dalle fantasie e dai desideri che li sostanziano, obiettivi perseguibili, dotati di una chiara cifra temporale17. Ma si può ancora parlare di biografia in senso proprio in assenza di progetto? La prima modernità ha delineato uno scenario in cui non solo i due termini si presuppongono a vicenda, ma progetto collettivo e progetto individuale rappresentano due facce della medesima medaglia. Gli obiettivi del progetto collettivo - libertà, democrazia, uguaglianza, benessere economico - ap­paiono come le condizioni base per la realizzazione del progetto individuale. Le biografie, a loro volta, si strutturano intorno a questa coincidenza. La modernità contemporanea tende a cancellare, con l’idea di continuità temporale, anche quella di progetto. Ci troviamo così di fronte a costruzioni biografiche di carattere inedi­to, esterne a forme progettuali tradizionalmente intese.

 

Una nuova semantica del futuro

 

I riflessi di questi processi sui modelli di azione, sui modi di interpretare la realtà, sugli stili di vita e i modi di definizione dell’identità possono essere facil­mente intuiti. In accordo al tema affrontato in questa sede, vorrei in particolare richiamare l’attenzione sul ruolo che questi mutamenti giocano nel rimettere a tema la stessa fase di vita giovanile. Per definizione, infatti, quest’ultima ha una doppia connessione con il tempo: da un lato è considerata una condizione tempo­ranea, destinata a venir meno con lo scorrere del tempo; dall’altro, come abbiamo ampiamente sottolineato, i giovani sono socialmente richiesti di costruire forme di relazione positiva tra il proprio tempo di vita e il tempo sociale. Questa relazione si sostanziava, fino a qualche decennio fa (per i soggetti di sesso maschile), in fasi biografiche lineari e ben riconoscibili: dapprima la preparazione al lavoro attraver­so la formazione scolastica; poi l’esercizio del lavoro remunerato, sorgente centrale di identità e contrassegno indiscusso dell’età adulta; infine il ritiro dal lavoro18.

 

Oggi questa traiettoria biografica, capace di garantire una traiettoria prevedi­bile per l’ingresso nella vita adulta, costituisce non più la regola, ma l’eccezione. Per i giovani il processo di de-istituzionalizzazione del corso di vita, che trascina con sé anche la fine del concetto di ‘biografia normale’, comporta il venir meno di un aspetto sin qui determinante nella riflessione sulla condizione giovanile: l’identificazione della gioventù con un insieme di tappe, socialmente normate, che conducono progressivamente verso il mondo adulto. Queste tappe, abitualmente sintetizzate attraverso il termine ‘transizione’ identificavano la fase di vita giovanile con un ‘attraversamento’ guidato di passaggi di status. Qui la relazione tra indi­viduo ed istituzioni era garantita dall’intreccio tra tempo di vita e tempo sociale, sulla base di una sequenza lineare ben riconoscibile. Si diventava adulti in senso pieno una volta coperto quel percorso che prevedeva, in rapida successione, ‘tappe’ quali la conclusione degli studi, l’inserimento nel mondo del lavoro, l’abbandono della casa dei genitori per una soluzione abitativa indipendente, la costruzione di un nucleo familiare autonomo e la nascita dei figli19. Oggi, sebbene questi eventi siano destinati prima o poi a verificarsi, è venuto meno tanto il loro ordine e la loro irreversibilità quanto la cornice sociale che ne garantiva il senso complessivo.

 

Prima ancora che dalla sequenzialità, linearità e rapida successione delle singole tappe, questa cornice di senso era frutto del valore simbolico che, nel loro insieme, esse rivestivano nella vita dell’individuo giovane. Per loro tramite, infatti, mentre trovava conferma il carattere ‘a termine’ della fase di vita giovanile, potevano entrare in positiva congiunzione i due poli dell’autonomia (interiore) e dell’indipendenza (sociale). La gioventù concepita come fase di transizione, in una parola, permetteva di pensare il rapporto tra identità individuale e identità sociale come a quello tra due dimensioni non solo complementari, ma sovrapposte in modo praticamente perfetto. La certificazione della raggiunta autonomia interiore era garantita dal progressivo passaggio a gradi sempre maggiori di indipendenza, resi possibili dalla relazione con istituzioni sociali sufficientemente credibili e non frammentate.

 

Oggi lo scenario generale è mutato. Le istituzioni sociali continuano a scandire i tempi del quotidiano, ma è venuta meno la loro capacità di garantire ai soggetti una dimensione fondamentale nella costruzione dell’individualità: il senso di con­tinuità biografica. Come si è detto, nella ‘società del rischio mondiale’ una traiet­toria socialmente normata verso l’età adulta si è smarrita20. Il punto di arrivo di questa traiettoria, a sua volta, è incerto non meno degli itinerari per raggiungerlo. La continuità biografica diventa allora frutto della capacità individuale di costruire e ricostruire sempre di nuovo cornici di senso, sempre nuove narrazioni nonostante la cornice temporale presentificata.

 

L’obbligo all’‘individualizzazione’ delle biografie – alla ricerca delle soluzione biografiche più adatte per risolvere le contraddizioni sistemiche del momento – ca­ratterizza, come conseguenza, la fase storica in cui viviamo21. Questo implica una nuova enfasi sull’auto-determinazione, sull’autonomia e sulla scelta (senza cancel­lare, ovviamente, i solchi profondi tracciati dalle differenze di classe, di apparte­nenza etnica e, su un piano forse meno appariscente ma non meno potente, quelle di genere). Per i giovani, tutto ciò si traduce nella conquista di nuovi percorsi di libertà e spazi di sperimentazione, ma anche nella perdita del carattere dato per scontato di una relazione positiva con il tempo sociale.

 

Se è vero che l’allungamento della fase giovanile di vita ne costituisce certamen­te oggi l’aspetto più appariscente, la trasformazione decisiva consiste tuttavia nel venir meno della possibilità di ancorare le esperienze che i giovani compiono - in questa fase, come sappiamo, esse si susseguono con un’intensità esistenziale e un ritmo quasi irripetibile - al mondo delle istituzioni sociali e politiche. La crisi del futuro, e del progetto, che abbiamo preso in considerazione in queste pagine è diretta espressione di questa difficoltà.

 

I giovani di fronte al futuro nella ‘società del rischio’

 

Al centro di questa crisi, per i giovani, c’è la deconnessione tra traiettorie di vita, ruoli sociali e legami con l’universo delle istituzioni capaci di dare forma stabile all’identità. Così, ad esempio, si può entrare nel mercato del lavoro, uscirne poco dopo e ancora rientrarvi senza poter identificare in questi ingressi una progressione verso l’assunzione dei ruoli adulti; o, per quel che riguarda gli studi universitari, interromperli, riprenderli e poi concluderli senza che l’acquisizione di credenziali educative superiori rappresenti una vera e propria ‘svolta’ sul piano biografico, un empowerment capace di aprire la via a situazioni esistenziali di segno nuovo: non solo sotto il profilo della stabilità del lavoro ma anche, ad esempio nell’Europa mediterranea, per quel che riguarda la scelta di vivere soli o con un partner, oppure di costruire un proprio nucleo familiare. In una parola, l’autonomia esistenziale si dissocia dall’acquisizione della indipendenza sociale ed economica.

 

E’ tuttavia essenziale non limitare la riflessione esclusivamente agli aspetti di perdita, di riduzione delle possibilità di azione, associati ai processi di ridefinizione temporale della modernità contemporanea. Esiste infatti anche un diverso versante di questi stessi processi, una faccia in luce che occorre analizzare con altrettanta attenzione. Su di essa sono disegnate le strategie che i soggetti costruiscono per fare fronte a queste trasformazioni e, fin dove possibile, controllarle. Come anche la recente ricerca sui mutamenti dei modi di vivere la relazione con il tempo da parte dei giovani – ricordata in apertura di queste riflessioni – ha messo in luce22, l’esito di questi importanti processi di ri-strutturazione della relazione tra giovani, tempo biografico e tempo sociale non si riduce all’assolutizzazione del presente immedia­to o alla glorificazione del qui-e-ora. Le identità non si declinano esclusivamente al presente. Diversi giovani sembrano ad esempio impegnati nella ricerca di modalità di relazione nuove tra il processo di creazione personale che al futuro è comunque associato e le condizioni di incertezza specifiche in cui esso è oggi vissuto.

 

Il futuro viene dunque messo in relazione sia all’apertura potenziale - il futuro costituisce, oggi più che mai, lo spazio del divenire possibile - sia, al contempo, a un’indeterminazione associata sempre più frequentemente all’insicurezza. Dentro la virtualità che, per definizione, caratterizza l’avvenire (ciò che è in potenza, ma non in atto), si delinea, in altre parole, un intreccio peculiare tra l’ ‘anarchia del futuro’ , per utilizzare l’espressione di Elizabeth Grosz23, e l’esitazione, l’ansia, il de­siderio, ora più, ora meno sotterraneo, di sostituire al progetto il sogno. Di fronte alla crescita di questi tratti ambivalenti del futuro, appare fondamentale la capa­cità di ciascuno/di ciascuna di elaborare strategie cognitive in grado di garantire il controllo sul tempo di vita nonostante l’aumento della contingenza: ad esempio sviluppando l’abilità di mantenere una direzione o una traiettoria anche se la desti­nazione finale non può essere anticipata.

 

In una recente ricerca condotta tra giovani francesi e spagnoli dove un analogo orientamento biografico è emerso, esso è stato efficacemente definito “strategia dell’indeterminazione”24. Con questo termine si è inteso sottolineare la crescente capacità dei giovani con maggiori risorse riflessive (ad esempio gli studenti) di leg­gere l’incertezza del futuro come moltiplicazione delle possibilità virtuali, e l’impre­vedibilità che all’avvenire si associa come potenzialità aggiuntiva invece che limite dell’azione. In altre parole, di fronte ad un futuro sempre meno ricongiungibile al presente attraverso una linea ideale che li unisce potenziandone reciprocamente il senso, una quota di giovani - forse non maggioritaria, ma certo culturalmente trai­nante - elabora risposte capaci di neutralizzare il timore paralizzante dell’avvenire.

 

In modo analogo, una parte dei nostri intervistati, ragazze e ragazzi nella mede­sima misura, esprime in modo netto la tendenza ad aprirsi in positivo all’impreve­dibilità, mettendo anticipatamente in conto la possibilità di cambiamenti di rotta anche repentini, di risposte da costruire in ‘tempo reale’, via via che le ‘occasioni’ si presentano. Il training alla velocità che i ritmi sociali impongono viene, in questo caso, ‘sfruttato’ al meglio: essere veloci diventa un atout, permette in positivo di ‘cogliere l’attimo’, di avviare una sperimentazione che può avere favorevoli ricadute sul tempo di vita nella sua interezza. Per questi giovani, l’incertezza del futuro significa allora disponibilità all’incon­tro con l’accidentale, con il fortuito – il ‘caso’ di cui molti tra i nostri intervistati e le nostre intervistate appaiono estimatori. Qui il controllo sul tempo biografico non si identifica con la capacità di portare avanti progetti specifici neutralizzando gli eventuali imprevisti che si incontrano sul cammino. Piuttosto, controllo equi­vale alla volontà di raggiungere gli obiettivi generali che ci si è posti - gran parte dei giovani, pur in assenza di veri e propri progetti esistenziali, possiede uno o più obiettivi di ampio respiro collocati nel futuro: per quel che riguarda il lavoro, la vita privata o, piuttosto, la ‘cura di sé’ à la Foucault25. L’aspetto innovativo di questa nuova costruzione biografica – che ha al proprio centro la tensione verso un ‘futuro senza progetto’ - è la capacità di accettare la frammentazione e l’incertezza dell’ambiente come dato non eliminabile, da trasformare in risorsa grazie ad un esercizio costante di consapevolezza e riflessività.

 

Va subito sottolineato che coloro che esprimono questa strategia temporale appa­iono specialmente ricchi di risorse – culturali, sociali e economiche. Se i soggetti do­minanti della nostra epoca sono coloro che si differenziano in virtù della capacità di fare buon uso, a fini di potere, della velocità e della mobilità, questi giovani sembrano inserirsi sulla loro scia. Chi invece possiede risorse sociali e culturali scarse sembra soprattutto patire la perdita del futuro progressivo e della progettualità tradizionale della prima modernità. Per questi giovani, il futuro, fuori controllo, può essere sol­tanto azzerato, cancellato per far posto a un presente privo di fascino. Nel loro caso, come ha descritto bene Robert Castel riflettendo sull’individualismo contempora­neo, siamo di fronte a una forma di individualismo ‘per difetto’: qui l’individuo non possiede i supporti necessari per costruire la propria autonomia, ed è schiacciato su un’identità senza spessore temporale26. L’accelerazione sociale diventa allora, in modo palese, fonte di esclusione sociale, si traduce in una staticità patita.

 

La maggior parte dei giovani, ragazzi e ragazze, in risposta alle condizioni so­ciali di forte insicurezza e di rischio trova soprattutto rifugio in progetti a breve e brevissimo termine, che prendono come area temporale di riferimento il ‘presente esteso’. Essi reagiscono al ‘tempo corto’ della società dell’accelerazione con una pro­gettualità sui generis, che si esprime su archi temporali minimi e, anche per questo, appare decisamente duttile. In alcuni casi essa sembra configurarsi essenzialmente come reazione all’inquietudine che l’idea stessa del futuro evoca; in altri, assume la caratteristica di forme progettuali improntate alla concretezza – per lo più legate al portare positivamente a termine le attività già avviate – capaci di dare risposta sia al bisogno di padronanza sul tempo biografico in un ambiente veloce e incerto sia alla pressione sociale per risultati a breve termine. In quest’ultimo caso, la tipo­logia dei ‘progetti corti’ appare come una sorta di ‘terza via’ fra la speciale capacità di gestione della complessità propria del primo tipo di orientamento biografico preso in considerazione, capace di relazionarsi al futuro senza formulare progetti, e il riferimento esclusivo al presente di chi non riesce a costruire reazioni ade­guate alla crescita di indeterminazione dell’avvenire. Questa ‘strategia della via di mezzo’ appare specialmente attraente perché, mentre non impedisce del tutto una proiezione nel futuro attraverso il progetto, risulta in sintonia con l’orientamento duttile reso necessario da un’epoca in cui i processi di mutamento sono rapidi e spesso imprevedibili.

 

In conclusione: in un tempo in cui il futuro a medio-lungo termine non può essere messo a tema senza suscitare preoccupazione e spesso un sentimento di vero e proprio timore, un metodo di azione fondato sul ‘valutare di volta in volta’, sul ‘quando mi si aprono delle porte cercare di non chiuderle’, sul ‘cogliere le occa­sioni appena si presentano’ può rappresentare una strategia razionale per trasfor­mare l’imprevedibilità in una chance di vita, per trasformare l’opacità del futuro in un’opportunità per il presente. Per disporsi in positivo verso il divenire. Se, in questo scenario, il meccanismo del differimento delle gratificazioni conferma la propria inadeguatezza come standard di riferimento per l’agire sociale, un numero crescente di giovani appare tuttavia capace di sostituirlo con modelli di azione costruiti intorno a nuove forme di disciplina temporale (ad esempio per periodo brevi, ma intensi, ‘a termine’), di programmazione e di controllo attento del tempo quotidiano.

 

**Docente di Sociologia della Cultura  Facoltà di Scienze della Formazione  Università degli Studi di Milano Bicocca

 

 

 

 

 

NOTE

 

* Una diversa versione di questo articolo è stata pubblicata in La società degli individui, n.25, 2006.

 

1 A. Cavalli, ‘La gioventù: condizione o processo?’, Rassegna Italiana di Sociologia, n. 4, 1980.

2 M. Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo, Firenze, Sansoni, 1965 (ed. or. 1922).

3 Mi permetto di rinviare, a questo riguardo, a C. Leccardi, ‘Facing Uncertainty. Temporality and Biographies in the New Century’, Young. Nordic Journal of Youth Research, vol. 13, n. 2, 2005.

4 Vedi M. Rampazi (a cura di), L’incertezza quotidiana. Politica, lavoro, relazioni nella società del rischio, Milano, Guerini, 2002 oltre all’ormai classico Z. Bauman, La società dell’incertezza, Bologna, il Mulino, 1999.

5 Cfr. H. Rosa, ‘Social Acceleration: Ethical and Political Consequences of a Desynchronized High- Speed Society’, in Constellations, vol. 10, n.1, 2003.

6 I risultati della ricerca sono pubblicati in F. Crespi (a cura di), Tempo vola, Bologna, il Mulino, 2005.

7 N. Elias, Saggio sul tempo, Bologna, il Mulino, 1986.

8 L’idea moderna di futuro alla quale siamo soliti riferirci – una dimensione separata dal presente e distinta dal passato, controllabile e pianificabile – nasce in epoca relativamente recente, a cavallo fra il XVII e il XVIII secolo, con l’affermarsi della concezione lineare del tempo nella regione cul­turale europea. Cfr. A. J. Gourevitch, Le temps come problème d’historire culturelle, in P. Ricoeur et al., Les cultures et le temps, Paris, Payot/Unesco, 1975.

9 Z. Bauman, Searching for a Centre that Holds, in M. Featherstone, S. Lash, R. Robertson (a cura di), Global Modernities, London, Sage, 1995.

10 Vedi K. Pomian, La crisi dell’avvenire, cit.

11 Cfr. U. Beck, World Risk Society, Cambridge, Polity Press, 1999.

12 C. Leccardi (a cura di), Limiti della modernità. Trasformazioni del mondo e della conoscenza, Roma, Carocci, 1999.

13 Z. Bauman, La solitudine del cittadino globale, Milano, Feltrinelli, 2000, p. 83.

14 S. Tabboni, Le radici quotidiane della rappresentazione del tempo storico, in M.C. Belloni ( a cura di), L’aporia del tempo, Milano, Angeli.

15 Vedi, per l’Italia, A. Cavalli (a cura di), Il tempo dei giovani, Bologna, il Mulino, 1985.

16 H. Nowotny, Tempo privato. Origine e struttura del concetto di tempo, Bologna, il Mulino, 1993.

17 Ho approfondito il tema del progetto nel volume Futuro breve, dedicato allo studio delle forme progettuali delle giovani donne. C. Leccardi, Futuro breve. Le giovani donne e il futuro, Torino, Rosenberg & Sellier, 1996.

18 Vedi M. Kohli, ‘Die Institutionalisierung des Lebenslauf. Historische Befunde und theoretische Argumente’, Kölner Zeitschrift für Soziologie und Sozialpsychologie, n. 37, 1987.

19 Vedi C. Buzzi, A. Cavalli e A. de Lillo, Giovani del nuovo secolo, Bologna, il Mulino, 2002.

20 La letteratura su questo aspetto è ormai vastissima. A titolo indicativo, cfr. J. Bynner, L. Chisholm L. e A. Furlong (eds.) Youth, Citizenship and Social Change in a European Context, Aldershot, Ashgate, 1997; A. Cavalli e O. Galland, (a cura di), Senza fretta di crescere L’ingresso difficile nella vita adulta, Napoli, Liguori, 1996; A. Furlong A. e F. Cartmel, Youth and Social Change. Indivi­dualization and Risk in Late Modernity, Buckingam-Philadelphia, Open University Press, 1997; C. Wallace e S. Kovatcheva, Youth in Society. The Construction and Deconstruction of Youth in East and West Europe, Houndmills - Basingstoke, Palgrave, 1998; J. Wyn e R. White, Rethinking Youth, London, Sage, 1997. Vedi anche C. Leccardi e E. Ruspini (eds.), A New Youth?, Aldershot, Ashgate, 2006. Per un’analisi dettagliata dei processi di trasformazione della condizione giovanile in Italia vedi i volumi curati dall’Istituto IARD negli ultimi vent’anni.

21 U. Beck e E. Beck-Gernsheim, Individualization. Institutionalized Individualism and its Social and Political Consequences, London, Sage, 2003.

22 Vedi, in particolare, C. Leccardi, I tempi di vita tra accelerazione e lentezza, in F. Crespi (a cura di), Tempo vola, Bologna, il Mulino, 2005.

23E. Grosz (ed.), Becomings. Explorations in Time, Memory and Futures, Ithaca and London, Cornell University Press, 1999.

24A. Lasen, Le temps des jeunes. Rythmes, durée et virtualités, Paris, L’Harmattan, 2001, p. 90.

25 M. Foucault, Le souci de soi, Paris, Gallimard, 1984. 26 R. Castel, Les métamorphoses de la question sociale, Paris, Fayard, 1995.

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