A due Voci

Ambrogio Cozzi e Angelo Villa


 

Diana Athill

Da qualche parte verso la fine

Rizzoli, Milano 2010, pp. 192, € 9,90

 

Angelo Villa

Brutta, brutta bestia la vecchiaia! Poi, si possono prendere le parole e spingerle a gettarsi in una danza frenetica e vorticosa, come infervorate ballerine, possedute da chissà quale spirito indemoniato, ma la sostanza non cambia. Occorre, del resto, che le espressioni verbali aderiscano al fondo pietroso delle cose perché conservino una loro minima dignità, altrimenti si può dire tutto e il suo contrario, senza mai pagarne il pegno. E, invece, nella vecchiaia un pegno si è ben costretti a pagarlo, eccome! Uno per uno, da solo, pieni di acciacchi, davanti alla grande signora in nero che puntualmente ci attende. E’ questa una ragione sufficiente per essere tristi e malinconici, depressi anzitempo? Direi di no, perché si dovrebbe? Anche se ciò non può essere forzatamente motivo d’un eccessivo ottimismo… Più che quel che si para inevitabilmente dinnanzi, la nostra fine insomma, la vecchiaia ci costringe a tirare un impietoso bilancio di quel che è stata la nostra esistenza su questa terra. E’ un privilegio che la società contemporanea elargisce ormai a milioni di persone, per quanto, ovviamente, non a tutti. In vista dell’approssimarsi della propria scomparsa il tempo si dilata, si libera, si svuota e se il corpo non assilla con impedimenti e dolori, ognuno può chiedersi quel che è stato, cosa ha fatto e se quel che è riuscito a combinare sia risultato, più o meno, grosso modo, in sintonia con quel che auspicava. La vecchiaia non causa la saggezza, come si sente ripetere con gonfia retorica. Piuttosto, essa interpella un rapporto finanche violento, quasi insostenibile nella sua durezza, con la verità. La vecchiaia è una resa dei conti, ma non con la morte, quella arriva di suo. Inutile e faticoso, quand’anche comicamente patetico, il dannarsi l’anima per evitarla. La vecchiaia è una resa dei conti, ahimè, con la vita. E’ questo che appare ai più insopportabile. Se l’esistenza, quando risulta umanamente sostenibile, è un dono, ciò sollecita ciascuno a domandarsi su quale ne sia stato il suo utilizzo. Questione fondamentale, a mio modesto parere, declinabile lungo due linee essenziali. La prima riguarda quello che è stato il ritorno soggettivo, individuale del proprio spendersi: la soddisfazione che è stata ricavata nel prodigarsi per le mete cui uno singolarmente ambiva. E’ una cifra di piacere necessario con cui non credo che, quando non si è prodotto del male verso di sé o verso gli altri, ci si debba vergognare, nascondendosi dietro ipocriti moralismi, stili sacrificali. O, all’opposto, esibendosi in maniacali eccessi di un incontrollato godimento, tanto volgare quanto alla pari. La soddisfazione è una gioia gravida, in perenne attesa di partorire. Sogna, spera, ma le manca sempre qualcosa affinché possa realizzarsi. Ribeyro, un grande scrittore peruviano, schivo e appartato, in uno dei suoi romanzi fa domandare al suo protagonista: “Non ti preoccupa scrivere da trent’anni e aver raggiunto una fama così minuscola?”. La risposta è: “Certo. Mi piacerebbe scrivere altri trent’anni per essere completamente sconosciuto”. E’ così, davvero? Chissà? Joyce, tanto per citarne uno, non sarebbe d’accordo. Ma la misura, perché la soddisfazione duella costantemente con la misura, vorrebbe ucciderla, ma teme di compiere quell’atto per paura di ritrovarsi ciecamente in balia di se stessa, la misura, dicevo, non è per nulla oggettiva, dipende, come il colore dei capelli o la sfumatura di uno sguardo. La seconda linea, infine, attiene l’insieme di quel che si lascia: le tracce del passaggio della nostra vita. Accadono a questo proposito fenomeni paradossali, specie in relazione a quell’intreccio complesso e indissolubile, ma altrettanto misterioso, che viene a disporsi tra l’esistenza privata e quella pubblica. Ci sono persone che si sono rivelate assolutamente devastanti in una delle due e, nel contempo, incredibilmente positive e encomiabili nell’altra, a seconda. Il rapporto con i figli, da una parte, e il lavoro o, in molti casi, l’impegno sociale, dall’altra ne costituisce spesso una prova lampante. A un fallimento si pone in contrasto un successo. O viceversa. 

Ecco, in definitiva, cosa forse ci domanda la vecchiaia, un attimo prima di togliere il disturbo. Diana Athill ha scritto un memoir, leggero e godibile su quest’ultima età della vita. E’ nata nel ’17, quindi fate voi i conti, e ha lavorato nell’editoria con autori del calibro di Philip Roth, V.S. Naipaul e Margaret Atwood. Alice Munro, di cui coltivo laica venerazione ha scritto che leggere questo libro è stata per lei una vera festa. E’ un giudizio eccessivo, a parer mio. Ciò non toglie che “Da qualche parte verso la fine”, questo è il titolo, costituisca una indagine coraggiosa, condotta con animo sereno e lucido, della propria anzianità. Diana Athill si racconta, si concede alla pagina, come se non avesse più nulla da perdere. I suoi amori, la sua passione per la scrittura, il non aver vissuto l’esperienza della maternità. Nel testo, la sua vita scorre, si dispiega, come se fosse centellinata a posteriori, non senza che su di essa si riverberi l’ombra di uno stile meditato, calibrato. Quasi compassato o, comunque, dai colori tenui e caldi, come se si trattasse di un acquerello. Può darsi che le cose non siano sempre andate così o che lei bluffi con il lettore per ingannare se stessa. In ogni caso, Diana ci consegna l’immagine di una vita che sta per spegnersi, priva di rancore, rabbie o furori giovanilisti. Neruda avrebbe detto: confesso che ho vissuto. L’esistenza di Diana è stata sicuramente meno avventurosa di quella del poeta cileno. Ma chi se ne importa, ogni vita vale per sé… Ogni vita domanda d’essere vissuta, la morte, e non il paradiso, possono attendere. Consiglio conclusivo: fatevi il vostro bilancio, se siete giovani, se avete questa fortuna, chiamatelo pure oroscopo!

 

Ambrogio Cozzi

Il testo di Diana Athill è un testo sulla vecchiaia, un tema per certi versi rimosso, anche se “siamo riusciti a prolungare a tal punto la fase di decadimento che spesso essa dura più di quella dello sviluppo, e dunque vale la pena riflettere su ciò che la contraddistingue e su come gestirla. Sono stati scritti libri su libri sulla giovinezza e ancor più sulle complesse e ardue esperienze legate alla procreazione, ma non c’è granché sull’invecchiamento”.

Il testo è però su una vecchiaia per tanti versi fortunata, dove le ferite del corpo sono limitate, in fondo come diceva Montanelli “Non è così brutta la vecchiaia… sin quando si riesce ad andare al gabinetto da soli”. Qui Montanelli evidenziava bene come la perdita di capacità, il tradimento del corpo, potesse cambiare radicalmente la prospettiva dell’invecchiamento sereno, provocando una sorta di disgusto di sé, un rifiuto del corpo e dell’aiuto, una vergogna nel ricevere aiuto, come ben racconta Tolstoj ne “La morte di Ivan Illich”. Data però l’assenza di questi aspetti nella vecchiaia della Athill, altri aspetti vengono in primo piano, la dilatazione dei tempi all’interno di un tempo che si accorcia, la perdita dell’energia vitale nel quotidiano: “Ogni tanto capita un giorno in cui ti sembra di tornare in forze e di essere di nuovo normale, ma non dura mai a lungo. Bisogna semplicemente rassegnarsi a fare di meno – o meglio, a prendersi più pause che in passato, qualsiasi cosa si stia facendo”. I rimpianti e la sensazione che i giochi siano fatti “Un rimpianto ne tira dietro un altro, anche se per fortuna meno vergognoso. Non aver mai trovato il coraggio di sfuggire alla limitatezza della mia vita… Non che non abbia conosciuto l’insofferenza all’idea di avere una sola vita a disposizione. Gran parte delle mie letture le ho fatte proprio per il piacere di calarmi dentro ad altre vite, e un discreto numero delle mie storie d’amore sono nate per lo stesso motivo...”.

Ma il testo è percorso dall’intreccio tra caso e scelta che si snoda lungo l’esistenza, dove i rimpianti trovano una collocazione rispetto al tempo, sono scelte fatte in un tempo preciso, in cui non si sapeva, in cui il tempo precipitava verso l’urgenza di una scelta, il rimpianto viene a trovarsi collocato non già in ciò che poteva essere e non è stato, ma ricerca nell’oggi le ragioni di una scelta, cerca nell’oggi una dimensione che permetta “l’addomesticamento del mistero”, mistero che percorre tutte le esistenze nella loro unicità, che cerca i fili che legano al passato, un passato che coinvolge chi ci ha generato, quasi alla ricerca di una ragione che sfugge. Se i giochi sono fatti se ne cercano le regole che li hanno segretamente tramati, ritrovando per un verso un’assenza di regole, e per l’altro le origini delle regole nel passato, negli incontri che hanno segnato l’esistenza.

Si veda il capitolo sulla cura, soprattutto nella dimensione riportata alla cultura, quindi ad una scelta, per tanti versi svincolata da ogni presupposta naturalità, la cura verso la madre tratteggiata in poche parole: “La persona anziana non è più in grado di adeguarsi ai bisogni e ai gusti altrui, e tu sei lì affinché lei possa assecondare i propri…Fintanto che rimase in buona salute fu un vero piacere vedere mia madre contenta e appagata e sapere che lo era ancora di più grazie alla mia presenza” Ma la cura si declina poi in gesti minimi, in attenzioni sottili, rivolte a rumori o suoni rivelatori di una presenza, una presenza che ci svela l’utilità/necessità della nostra, che ci rimanda ad un colloquio senza parole, dove forse la parola non riesce più ad arrivare. “Conoscevo molto bene i suoi movimenti: il modo in cui quasi sempre si trascinava al bagno verso le quattro di mattina (solo l’emergenza più grave riusciva a farle utilizzare la comoda che l’avevo convinta a tenere in stanza), il modo in cui iniziava la lenta procedura di lavaggio e vestizione verso le sei e mezza. Se non sentivo questi suoni, era perché me li ero persi o c’era qualcosa che non andava? Dovevo alzarmi e controllare…”.

La cura non è però l’azione pacificata e rasserenante, è anche la dimensione della paura di quel che potrebbe accadere, dell’avvicinarsi dell’ineluttabile, della possibilità che il corpo sia ridotto a cosa separandosi dalla vita, della presentificazione di una sorta di ineluttabilità e inutilità per l’altro “...il modo in cui, settimana dopo settimana, la vedevo diventare più vecchia, più indifesa e più spossata da quelle tremende vertigini… mi spaventava”. Ma la vita ritrova un senso nel ricordo, il ricordo di chi rimane, di chi conserva tracce della nostra presenza, così l’amore per il giardinaggio della madre ritorna nei gesti della figlia, in quell’ultima frase che riprende l’incipit del testo. Anche il ricordo è segnato dalle rielaborazioni, non è solo registrazione è rielaborazione del passato dove la colpa si insedia come dimensione della propria storia rispetto alle relazioni con coloro che abbiamo perso “e già lo sguardo che riservo al mio amico ignaro ha in sé, sospetto, un pizzico di segreta ma impaziente sguaiatezza”. 

Ma il libro non si rifugia nella nostalgia, così come evita un giovanilismo di maniera rivolgendosi al futuro, dove rispetto alla cura della madre scrive: “Come gemelli siamesi, uno che non vorrebbe mai vederla morire, l’altro spaventato al pensiero di una vita rinnovata… Nessuna delle due può vincere, quindi zitte e preparatevi a fare quello che verrà dopo”, “perché la sorte di ciascuno non dipende soltanto da ciò che è fuori di noi”.

Scrive “non si deve per forza concludere un libro sulla vecchiaia con un piagnisteo, ma di certo è impossibile concluderlo con un colpo di scena”. Possiamo allora chiudere con un’altra grande vecchia, l’Elizabeth Costello di Coetzee che dice: «Io dico solo quel che intendo dire. Sono una donna anziana. Non ho più il tempo di dire cose che non intendo dire».

 

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