A due voci

Tomas Tranströmer

Il grande mistero.

Crocetti, Milano 2011, pp. 80, € 9,50.


Tomas Tranströmer

Il grande mistero.

Crocetti, Milano 2011, pp. 80, € 9,50.

 

Lo confesso, non so, non credo di esser capace di costruirmi un’idea sufficientemente motivata del valore di una poesia rispetto a un’altra. Mi risulta decisamente più facile con un romanzo o con un saggio. O, anche, con una canzone o con un film. Poi, ovviamente, posso sbagliarmi e prendere lucciole per lanterne ma quantomeno un’intuizione complessiva di quel che ritengo possa avere secondo la mia opinabile sensibilità una sua importanza riesco a riconoscerlo. Però, nonostante ciò fatico a resistere al suo fascino, anche quando, e mi capita spesso, leggo e francamente non sempre capisco. Anzi, mi sembra proprio di non comprendere. Mi chiedo, perché di questo non ne sono affatto sicuro, se ciò si leghi in qualche modo all’interesse che deriva dal mio lavoro, dalla prassi clinica, dall’attenzione all’ascolto della parola del paziente. Nell’incertezza, trovo conforto all’ombra dei giganti: sia Freud che Lacan sono stati sempre sensibili alla poesia. Il primo, il padre della psicoanalisi, appassionato di Shakespeare e Goethe, amico di Rilke, ha paragonato in un celebre saggio il gioco del bambino al lavoro del poeta. Il secondo ha intrattenuto con la poesia un rapporto ancor più intenso e complesso, prestando un’attenzione maniacale al suo stile, tanto nella scrittura quanto nella suo insegnamento verbale. Lui stesso, per primo, non disdegnava di identificarsi a un poeta, impegnato com’era a destreggiarsi con il versante letterale delle rappresentazioni simboliche ben più che con i suoi significati. I suoi geniali neologismi ne sono una prova tangibile. Va da sé, tuttavia, che la poesia, così come la psicoanalisi, non possa ridursi solo a questo. In genere, è l’aspetto fecondo che l’opera letteraria pone debitamente in risalto e che stimola la ricettività di un lettore. Una parola ben scelta carica di un suo potere evocativo ne sollecita altre oppure rinvia a una caterva di immagini che ad essa si legano. Il significante arriva o apre inaspettati varchi nella mente (o nell’inconscio?) di chi si accosta a un brano poetico laddove, al contrario, il significato o il senso si arrestano. La ricezione che la lettura di una poesia domanda è un esercizio alquanto vicino a quell’associazione libera che il paziente compie sul lettino dell’analista. Perché stupirsene, al fondo?

Sussiste, tuttavia, un rapporto meno visitato della parola poetica, quello cioè che la stessa intrattiene non con altre parole o echi che, di conseguenza, attiva, ma con una dimensione che apparentemente sembra negarla: il silenzio. Non intendo con questo il mutismo o l’inibizione, ma più precisamente ciò che fa da sfondo al dire medesimo, quando è veridico, e che, come una calamita, pare richiamarlo quasi nostalgicamente verso profondità ancora più autentiche e necessarie. Luoghi intimi e inaccessibili o, forse, evidenze soverchianti e annichilenti dove il tacere sembra il modo più coerente e onesto per dire qualcosa che nessuna parola riesce effettivamente a rappresentare.

E’ questo un silenzio particolare che ciascuno incontra in taluni momenti della sua esistenza o di fronte a certe esperienze che lo lasciano attonito, è un figlio riconosciuto della simbolizzazione medesima che abdica in tal caso al suo ruolo, come se si ritirasse umilmente davanti a qualcosa più grande di lei. Compito della poesia, e talvolta della stessa psicoanalisi, è condurre i suoi cultori a far sentire i brividi che una tale vertigine può causare, una piccola ascesi o, a seconda, il precipitare in  un abisso che la risonanza di taluni termini induce. Magari anche a partire dal ricorso privilegiato a un vocabolo come, per l’appunto, quello di… silenzio.

L’ultimo premio Nobel è stato assegnato a un poeta svedese, guarda a caso, uno psicoterapeuta di professione: Tomas Tranströmer. Poche settimane prima, in Italia, era scomparso un grande poeta, Andrea Zanzotto, di cui la Mondadori nell’economica collana degli Oscar aveva appena editato un corposissimo volume contenente tutte le sue poesie. Anche Zanzotto era estremamente implicato nel discorso psicoanalitico e, specificamente, nello studio dell’opera di Lacan. Rubo da una sua composizione, due brevi strofe che restituiscono la percezione di questa “sagra del silenzio”, come lui la chiama. Solo un esempio, il finale di Assenzio: “Nell’ombra dell’autunno/il chiuso bosco odora”. Ecco un silenzio, quasi d’incanto, dove la natura entra in scena. Tranströrmer si spinge forse oltre. Nei suoi testi il silenzio diventa addirittura un significante chiave attorno a cui ruota la sua ricerca letteraria. Bene ha fatto l’editore Crocetti a pubblicare un’antologia della sua produzione con il titolo Poesia dal silenzio, poiché, in effetti, è da lì che il suo scrivere muove ed è lì che, chissà, ambisce ritornare. Come in Zanzotto, non è raro rinvenire dietro ad esso il richiamo alla natura, per quanto in Tranströmer pare di avvertire un accento forse più tragico, solitario, “nordico”. Come fosse un dramma di Ibsen o Strindberg, un film di Bergman. In Elegia, il poeta svedese annota: “il silenzio suona come una sveglia”. Affermazione singolare. Di solito, è abitudine pensare che siano le parole a svegliare, ma, a volte, il silenzio può disporre di una forza che nemmeno loro possiedono. Capita, anche in analisi. Un’opportunità che si spalanca. Così in un altro brano, Per vivi e morti, sempre Tranströmer scrive : “E’ come una preghiera al Vuoto. /E il Vuoto gira il suo volto verso noi e sussurra: «Non sono vuoto, sono aperto»”. Che aggiungere, ancora? Silence, please. Di questi tempi, ne abbiamo bisogno più di ogni altra cosa per capire chi siamo, cosa stiamo facendo e quale futuro vogliamo costruire: “La pietà induce d’un tratto alla confidenza. Lasciare/ il travestimento dell’io su questa spiaggia, dove la strada palpita e sprofonda, palpita/ e sprofonda”. Ne avremo il coraggio?

 

Angelo Villa

 

 

Diversi anni fa Hans Magnus Enzesberger raccontava un episodio “Sono passato poco fa nella macelleria qui all’angolo per comprare una bistecca. Il negozio è strapieno di gente, ma la moglie del macellaio, appena mi vede, posa il coltello sul bancone, va alla cassa, tira fuori un foglio di carta e mi chiede se è roba mia. Io do un’occhiata al testo e confesso immediatamente la mia colpevolezza. E’ la prima volta che la signora della macelleria mi lancia uno sguardo per così dire di fuoco. Fra i mormorii degli altri clienti viene in chiaro quanto segue.

Senza averne avuto il minimo sospetto, io sono intervenuto nella vita della figlia del macellaio che si sta preparando all’esame di maturità. L’insegnante di tedesco le ha messo davanti una poesia che avevo scritto molti anni fa con l’invito a mettere nero su bianco qualcosa in proposito. Risultato: un bel quattro, pianti e scenate a casa del macellaio, questi sguardi accusatori che mi trapassano letteralmente da parte a parte e, per concludere, una bistecca più dura del solito nel mio piatto”.

L’articolo proseguiva con argomentazioni contro il delirio interpretativo a senso unico “Combattete l’odioso vizio dell’interpretazione giusta! Non costringete mai persone indifese ad aprire bocca per ingoiare una poesia che non arrechi loro piacere! Esercitate nei confronti delle persone giovani che vi sono affidate la virtù della carità”.

Sarà perché a scuola ci propinavano commenti a poesie che spiegavano e dettagliavano, togliendo così il gusto della lettura, sarà perché a volte le interpretazioni giuste mi sembravano astruse e poco aderenti alle poesie, ma questa critica mi è sempre sembrata convincente, ma chiarendo ancora e seguendo Alfonso Berardinelli che era intervenuto in quel dibattito “Mettersi a leggere una poesia non è cosa da niente. L’atto può essere, in sé, frutto di automatismo o di chiara determinazioneIl luogo della lettura di poesia si apre dentro un sistema di relazioni dialettiche. Queste relazioni si annodano in un qui-e-ora di un lettore e di un testo… Sarebbe bene ascoltare la domanda silenziosa che la poesia ci rivolge: che cosa vuoi da me, perché mi cerchi, a che cosa ti servo?”.

Mi è tornato alla mente questo dibattito leggendo una dichiarazione di Tranströmer “Se ci si pensa, ogni lettore fa la propria traduzione di ogni poesia che lui/lei legge. Ogni lettore ha una propria lingua, un proprio ambiente, un proprio mondo fantastico. Perciò ogni lettore ha, per così dire, la sua poesia. Il testo è lo stesso ma le poesie sono differenti”. Mi è sembrato più che mai attuale, una ripresa di quel dibattito lontano da echi polemici, un parlare basso per rivendicare il ruolo del lettore, per rispettarlo rispettando la domanda di Berardinelli, per lasciarsi alle spalle la dimensione scolastica rigida del rapporto tra poesia e interpretazione della stessa a senso unico.

Ho sempre avuto il dubbio sul leggere le traduzioni, mi è sempre sembrato che andasse persa la musicalità che il poeta cerca nelle parole, un altro intervento di Tranströmer mi ha invece illuminato su questo aspetto “Permettetemi di abbozzare due modi di considerare una poesia. Voi potete intendere una poesia come un’espressione della vita e della lingua, qualcosa che è cresciuto in modo naturale nella lingua in cui è scritto… Impossibile da trasportare in un’altra lingua. Un altro e opposto modo di vedere è questo: la poesia così come è presentata è manifestazione di un’altra poesia, invisibile, scritta in una lingua che sta dietro alle lingue comuni. Allora anche la versione originale è una traduzione. Un trasposizione in inglese o in malayalam (lingua del Kerala) è semplicemente un nuovo tentativo della poesia invisibile di prendere forma”.

Il tentativo di cogliere questo invisibile lo si ritrova nei versi su parole e linguaggio “Stanco di tutto ciò che viene dalle parole, parole non linguaggio / Mi recai sull’isola innevata / Non ha parole la natura selvaggia / Le sue pagine non scritte si estendono in ogni direzione / Mi imbatto nelle orme di un cerbiatto / Linguaggio non parole.” Alle parole ridondanti, che coprono con il loro rumore il silenzio della natura, che impongono un ordine chiuso, contrappone la possibilità del silenzio, la ricerca di un linguaggio che dica del mondo e della nostra condizione. Non occorrono grandi salti teorici, è una dimensione che si coglie nel quotidiano (in questo molto vicino alla Szymbrovska), in ciò che ci è accanto e non trova voce, fuori di una lingua che “marcia al passo dei carnefici”. In questa prospettiva l’uso della metafora visiva crea immagini che vanno oltre tortuosità linguistiche incontrando accanto a sé qualcosa di essenziale, che dica di noi “Spengono la luce ma la sua bianca campana di vetro / Riluce ancora un istante prima di svanire del tutto / Come una pastiglia in un bicchiere di oscurità. I movimenti dell’amore si esauriscono e loro dormono / Ma i pensieri più segreti si incontrano / Come quando due colori si fondono / Sulla carta umida del disegno di un bimbo.

A volte l’intuizione cerca figure che si contrappongono per esprimere forse l’insufficienza delle parole, per cogliere nel contrasto qualcosa che oltrepassa la prima impressione, che crea un’immagine altra, un rimando ad un oltre. Una bevanda effervescente in bicchieri vuoti. Un altoparlante che diffonde silenzio. Un sentiero che ricresce ad ogni passo. Un libro che può essere letto solo al buio.

Vorrei chiudere con un episodio personale. Leggendo le poesie raccolte ne La lugubre gondola, ambientato a Venezia dopo la malattia che ha colpito Tranströmer e di cui voglio citare questi splendidi versi “Son trasportato dentro la mia ombra/come un violino/nella sua custodia nera”, mi sono imbattuto in quello che all’inizio ho giudicato un errore di stampa. Due pagine vuote e bianche nel libro. Al momento sono passato oltre. Ritornando a quelle pagine (traduzione con testo a fronte) ho notato a centro pagina un asterisco. Solo un asterisco che si duplicava sull’altra pagina, quella della traduzione. Sono stato colto di sorpresa, e la sorpresa si è trasformata in riflessione in domande “a cosa rimandava, perché non c’erano più parole?”

Forse anche questo è la poesia, la capacità di sorprenderci, di costringerci a fermarci, di coglierci impreparati rispetto a quel che accade, di introdurci al mistero di chi “scrive sulla sabbia”.

 

Ambrogio Cozzi

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