A due voci

Zlatan Ibrahimovic, David Lagercrantz

Io, Ibra

Rizzoli, Milano 2011, pp. 296, € 18,50


Zlatan Ibrahimovic, David Lagercrantz

Io, Ibra

Rizzoli, Milano 2011, pp. 296, € 18,50

 

No, non sono impazzito, almeno spero, né ho abdicato all’amore per la buona letteratura. E’ stata un’attrazione fatale, incontenibile. E, aggiungo, inspiegabile. Avevo letto una recensione positiva sul “Corsera” e non ho resistito, era il via libera che mi mancava. Vedevo quel libro che mi strizzava l’occhio dalle vetrine di tutte le librerie davanti alle quali mi capitava di passare e dentro di me una voce insisteva e ripeteva: “dai, dai, coraggio, compralo…”. Poi, una certa vergogna mi assaliva, e così non riuscivo mai a fare il passo decisivo. Mi sembrava di compiere un atto che mal avrebbe fatto i conti col mio ingombrante e asfissiante Super-io. Così, biecamente approfittando del compleanno, ho lasciato intendere che quel libro, ebbene sì, mi sarebbe piaciuto averlo in dono in modo da potermelo leggere con calma. Senza, ovviamente, aver fatto il gesto di acquistarlo. Miseria delle miserie, a questo (sic!) sono ridotto, e così, come previsto, è andato. Appena avuto tra le mani, però, non mi sono nemmeno sforzato di darmi un’aria vagamente intellettuale e mi sono immerso nella lettura, come se assaporassi un piacere proibito. E, il mio istinto, alla faccia del mio moralismo insopportabile, ha avuto ragione. Il libro è appassionante, umanamente toccante, insomma bello. Che vi piaccia il calcio o meno. Personalmente, io stesso, se può consolare, non è che me ne intenda granché o che sia un tifoso agguerrito e competente.

Già, non l’ho ancora detto, sto parlando dell’autobiografia di Zlatan Ibrahimovic, grande e potente astro del calcio contemporaneo, ottimamente scritta dal giornalista svedese David Lagercrantz, dal titolo Io, Ibra. In un’intervista, apparsa sul “Corsera” del 2 gennaio di quest’anno il giornalista chiede a Ibra: “La sua autobiografia ha avuto grande successo. Se l’aspettava?”. Risposta dell’attaccante (ora) milanista: “Per me è stata una sorpresa. Ho detto le cose che volevo dire, credo sia un libro onesto”. Rilancia ancora l’intervistatore: “Per alcuni si tratta invece di un brutto messaggio lanciato ai giovani”. Ibra, di rimando, non si smentisce e liquida la provocazione a modo suo, in maniera secca e orgogliosa: “Evidentemente non siamo tutti uguali”. E, in effetti, a parer mio, ha ragione.

Con Tranströmer, l’ultima volta, eravamo andati in Svezia, la patria di Bergman e di Strindberg, ma anche di Liedholm o Nordhal, ora ci ritorniamo. E’ lì, infatti, che incomincia la storia di Zlatan, per quanto in una zona emarginata, lontana da quell’immaginario che abitualmente si è soliti sviluppare quando si accenna ai Paesi scandinavi. Ibra cresce in un quartiere periferico di Malmö: Rosengard. Si dica quel che si vuole ma il motto che, a caratteri cubitali, è posto all’inizio del libro è semplicemente geniale: “Si può togliere il ragazzo dal ghetto ma non il ghetto dal ragazzo”. Se gli operatori sociali lo facessero proprio, sarebbe un grande, grandissimo passo in avanti nell’accoglienza di minori in difficoltà!

Certo, qualcuno obietterà: sì, d’accordo, le periferie si assomigliano un po’ tutte, ma Malmö non è il Bronx o, peggio ancora, Kinshasa o le favelas di una metropoli brasiliana. Ma, rispondo, il ghetto è dentro, più di quanto lo stesso Ibra riesca a darsene ragione. Fosse altrimenti sarebbe tutta un’altra storia, e Ibra non sarebbe Ibra. Lui, in effetti, sul ghetto insiste parecchio. Come se il ghetto fosse la causa delle sue vicissitudini e non invece l’effetto di una situazione familiare devastante. I genitori del giocatore si separano quando lui ha appena due anni. Il padre d’origine bosniaca è un uomo consumato dalla nostalgia, dalla rabbia e dall’alcool. La madre sembra una donna, a sua volta, non poco problematica e anaffettiva… Insomma, vivere, o meglio, sopravvivere in un simile contesto non è facile. Mancano i soldi anche per i bisogni più elementari, così come i sentimenti o le parole per sentirsi a proprio agio con sé stessi. L’infanzia e l’adolescenza di Ibra sono quelle di un minore disadattato. Corre i suoi rischi, si perde nelle sue trasgressioni. A scuola, i docenti tentano di affiancargli un’insegnante di sostegno. Lui sembra un equilibrista in bilico tra arroganza e insicurezza. E’ solo, terribilmente solo. Confida nel suo Io e nella sua determinazione. In fondo ha un unico desiderio al quale si vota con ferrea determinazione: diventare un fuoriclasse del calcio. Come Ronaldo, come Romario…

Può darsi che con la retorica del “macho”, del “bad boy” Ibra ci marci un po’. Un modo per rovesciare, capovolgendolo, quel destino di esclusione che i genitori parevano inconsciamente avergli preparato, come un vestito cucito su misura. Per il tramite, infatti, di quest’auto-rappresentazione lui scova una strategia per separarsi dall’eredità distruttiva che gli avevano assegnato e trovare una via per accedere con successo al mondo adulto. A volte pare un Capitan Fracassa, un marchese del Grillo in versione calcistica. Vi ricordate di quel famoso “Io so’ io e voi non siete un c…!”. Più o meno, è questo il biglietto da visita con cui Ibra il “folle”, tamarro quel che basta, si presenta ai suoi compagni di squadra. Spacconate? Strutturale incapacità di rapportarsi con l’altro? Fate un po’ voi. Il libro racconta la storia di uno che ce l’ha fatta e che non nasconde i suoi errori, le sue debolezze. Non è un insieme di episodi esaltanti, ad uso e consumo dei fan, o peggio ancora edificanti. Dal testo però trasuda una cocciutaggine esemplare, encomiabile. Quella di chi sbaglia, ma va avanti; quella di chi non si arrende alla prima difficoltà o al primo sbaglio, perché crede a quel che sta facendo e ha ben chiaro dove vuole arrivare. E così prosegue deciso, anche continuando magari a compiere passi falsi. Sempre uguale a sé stesso, è il suo merito e anche il suo limite: “Sono cresciuto con questo stile, va’ a farti fottere e via dicendo. Mi trovo a mio agio con questo modo di parlare da duro…”. Un libro, insomma, politicamente scorretto, ma avvincente e, perché no?, istruttivo, coraggioso. Capace, insomma, di insegnare qualcosa ai tanti, ragazzi e non solo, che si piangono costantemente addosso, che si lamentano perché la vita non gli ha dato abbastanza… Certo, il libro va letto con un briciolo d’accortezza e soprattutto d’ironia. Il piacere è assicurato. Ibra dixit: “Volevo sempre azione, azione, come per tenere vivo lo show, ecco, e perciò facevo un sacco di cazzate: mi feci delle ciocche bionde nei capelli e… mi fidanzai”, questa è la vita, baby. Pare abbiano già acquistato i diritti per farne un film. Sono aperte le scommesse su chi interpreterà il suo ruolo… Lui, Ibra, per il momento, ha detto che non è disponibile… Mai dire mai con un tipo del genere!

 

Angelo Villa

 

 

Si può evitare di subire l’origine come una condanna? Ci si può sottrarre alle condizioni che segnano la nascita e l’infanzia e non doverle subire come se fossero le stimmate di una condanna transgenerazionale? L’impegno può portare ad intravedere e praticare vie d’uscita?

Sono domande che hanno trovato risposte differenti nella letteratura, con esiti diversi, da chi pagava un prezzo troppo alto, sino a sconfinare nella perdita di sé, a chi mostrava di potercela fare, il romanzo ha costruito un’intera galleria di figure che indicavano la via della salvezza e quella della perdizione. Un tratto le accomunava entrambe: erano tentativi di risposta per uscire dal ristagno della storia come destino già segnato e assegnato alla nascita. Per un verso risposte depressive che nel fallimento raffiguravano l’inutilità della via d’uscita, per l’altro le rappresentazioni vincenti stavano ad indicare la necessità/possibilità di prendere in mano la propria storia, di non consegnarsi inermi ad una storia scritta da altri.

La necessità di fare i conti con le origini l’ho sentita trapelare o gridare in forma manifesta quando ho lavorato con soggetti tossicodipendenti: l’origine e le colpe dei genitori spesso divenivano alibi per le scelte o le mancate scelte dei figli, altri dovevano accollarsi le colpe e le responsabilità che arrivavano sino al presente, quasi che la storia fosse già scritta dall’inizio, che non ci fosse posto per un proprio inizio, perché nel libro della vita il destino alla nascita aveva già determinato ogni esito possibile.

Questo libro è invece il racconto di come sia possibile sottrarsi alla maledizione delle origini, è un invito a provarci, a mettersi in gioco. È un libro che scorre via tranquillamente, seguendo i passi di colui che è definito uno degli attaccanti più forti e completi del mondo. Si impara a capire il suo carattere scontroso, da bad boy. Si conosce la sua infanzia, la sua difficile famiglia, il rapporto di odio-amore con il padre, ora suo primo grande fan. Attraverso il racconto della sua vita si rivelano i lati oscuri del calcio, con l’uso delle persone solo per un nome e per una certa cifra. Si capisce che questo giocatore, tra i più pagati del mondo, non è “nato già fatto”, ma si è creato da solo, è diventato una star partendo da un quartiere suburbano di Malmö e in cui è meglio non fare troppo i furbi, soprattutto se si è figli di immigrati dei Balcani e inseriti in una famiglia con qualche problema in più rispetto alla media; come imparare a giocare puntando sulla tecnica per riscattarsi e lasciare tutti a bocca aperta al campetto dietro casa; come infischiarsene di ogni gerarchia che non sia quella della bravura, per cui non c’è vecchia gloria che tenga, tutti si devono sottomettere al carisma di Ibra.

E’ un testo commovente quando parla del rapporto con il padre, dove Ibrahimovich cerca attraverso il proprio riscatto anche il riscatto del padre, un padre perennemente attaccato alla bottiglia, perso nei ricordi e nelle allucinazioni di una guerra assurda, che trova solo nella forza e nelle minacce una possibilità di proteggere il figlio, eppure capace di gesti che rimangono impressi: «Quando acquistammo un nuovo letto per me, all'Ikea, papà non poteva permettersi le spese di trasporto. La consegna a domicilio costava 500 corone extra o qualcosa del genere, perciò che cosa dovevamo fare? Semplice. Papà si trasformò in Superman: portò il letto sulla schiena per tutta la strada dall'Ikea a casa, un'autentica follia, chilometro dopo chilometro, e io lo seguivo con le testate. Non pesavano niente al confronto. Eppure non riuscivo a stargli dietro. "Fai con calma, papà. Fermati, ogni tanto". Ma lui procedeva come un carro armato. Aveva quello stile macho, e dovevate vederlo quando compariva con il suo fare da cowboy alle riunioni dei genitori a scuola. [...] Gli insegnanti di sicuro non osavano lamentarsi di me tanto quanto avrebbero voluto: "Con quel tipo dobbiamo andarci un po' cauti!"».

E’ partito da lì, dal quartiere di Rosengard all’estrema periferia di Malmö per costruire la sua leggenda, da «un paio di scarpette comprate per cinquantanove corone in un supermercato». Ovunque è andato si è portato dentro il desiderio di una rivincita «su chi lo guardava male perché non si metteva in fila con gli altri, sui genitori dei compagni che facevano raccolte di firme per cacciarlo dalle squadre, sugli allenatori sempre pronti a criticarlo».

La parte forse più noiosa è quando ci racconta delle partite e delle sue azioni di gioco, qui sembra di far scorrere una moviola senza immagini, francamente raccontava meglio il buon Nicolò Carosio ai tempi della radio, quando le cronache erano descrizioni in cui le parole cercavano di cogliere le immagini. Anche i ritratti dei vari allenatori lasciano un po’ a desiderare, si limitano a caricature che sembrano permettere a Ibrahimovich di togliersi delle piccole vendette. Dove il libro sembra riprendere alcune immagini di Osvaldo Soriano è solo nella descrizione di Mino Raiola, l’agente/faccendiere di Ibrahimovich: «Quando Thijis combinò un incontro per noi all’Hotel Okura di Amsterdam, indossai la mia bella giacca di pelle Gucci. Non avevo nessuna intenzione di fare di nuovo il buzzurro in tuta da ginnastica e di farmi fregare un’altra volta. Mi misi l’orologio d’oro e presi la Porsche. Per sicurezza parcheggiai proprio davanti all’albergo. [...] Avevamo un tavolo prenotato lì, ma non sapevo che tipo di persona cercare, immaginavo un tizio in completo gessato con un orologio d’oro ancora più grosso del mio. Ma che razza di individuo era quello che entrò dopo di me? In jeans T-shirt Nike e con quella pancia enorme, sembrava davvero uno dei Soprano» Il primo incontro con Mino Raiola. Non ricorda un po’ il Sucho di Soriano?

Certo non sono tutte rose e fiori, alcune sparate sono proprio da “zarrone”, rimane comunque che un tributo alle proprie origini lo si paga, ma avercene...

 

Ambrogio Cozzi

Pedagogika.it - XVIII - 2

EDUCAZIONE E VALORI: Siamo in un'epoca di grandi e repentini cambiamenti, il mutare delle condizioni complessive del nostro Paese, come di buona parte...

PEDAGOGIKA.IT - XVIII - 1

DOVE CRESCONO  BAMBINE E BAMBINI: Retoriche dell'infanzia e buoni sentimenti relegano i discorsi sull'educazionea stanchi riti appassiti sul...

PEDAGOGIKA.IT - XVII - 4

AMBIENTE E CAMBIA...MENTI:  Sono passati 50 anni da quando il libro della biologa Rachel Carson Primavera Silenziosa destò per la prima...

PEDAGOGIKA.IT - XVII - 3

LA FORMAZIONE ENTRA IN CAMPO: Ogni 4 anni il fenomeno delle Olimpiadi (e in parte delle Paralimpiadi) riporta alla luce e all'attenzione di miliardi di...

Stripes Cooperativa Sociale Onlus - Via Domenico Savio 6 - Rho (Mi) - T. +39 02 9316667 - F. +39 02 93507057 - stripes@pedagogia.it

Pedagogika.it: Registrazione al Tribunale: n. 187 del 29 marzo 1997 | ISSN: 1593-2259