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Scelti per voi


Richard David Precht

L’arte di non essere egoisti. Perché vorremmo tanto essere buoni e cosa ci impedisce di farlo

Garzanti, Milano 2012, pp. 514, € 28,00

 

“L'uomo è buono, è la gente che è bastarda”. È questa celebre frase del drammaturgo ottocentesco Nestroy ad aprire il libro L’arte di non essere egoisti di Richard David Precht, un giovane filosofo, scrittore e giornalista tedesco formatosi all’Università di Colonia e collaboratore di quasi tutte le più importanti testate e reti televisive tedesche.

Il libro, a prima vista imponente con le sue cinquecento pagine, si pone un fine tutt’altro che semplice; rispondere a domande quali: «Che cosa sappiamo nel XXI secolo della natura morale dell'uomo? […] Quando agiamo moralmente e quando no? Perché non siamo tutti buoni come vorremmo? Come potremmo cambiare la nostra società per renderla “migliore” a lungo termine?».

La risposta di Precht si sviluppa raccogliendo nel testo materiale proveniente da discipline diverse, dalla sociobiologia alla filosofia, dall’empirismo inglese alle scienze cognitive, il tutto con un solo imperativo: evitare il settorialismo e la parcellizzazione del sapere così da poter presentare il concetto di morale nel modo meno particolare e limitato possibile.

Il volume è diviso in tre parti. La prima, partendo da Platone e Aristotele, passando da Hobbes e Huxley e arrivando agli studi di neuroscienze sui primati, pone l’attenzione su alcuni punti critici dell'idea di Bene come l’impossibilità di darne una definizione precisa o come la difficoltà di scegliere tra tanti buoni propositi quale sia il migliore. Il bene, sostiene Precht, non è un'idea assoluta, non esiste al di là delle persone e la stessa morale non è qualcosa di separabile dall'uomo. La capacità morale è, infatti, innata e si sviluppa influenzata dall'educazione e dalla società fino a raggiungere il livello di un elaborato senso di giustizia. L'essere umano agisce sì in base al proprio interesse, ma ciò non vuol dire che sia uno spietato egoista anzi il più delle volte il suo interesse coincide con l'avere fiducia, affetto e amore e il benessere che si prova nell'essere buoni. Ma se ciò è vero, perché, allora nel mondo esiste così tanto male?

Perché non esistono solo cose belle nella natura morale umana, ma anche cose brutte ed è a esse che è dedicata la seconda parte del libro. Nonostante le nostre “armi razionali” siano in grado di formulare massime universali e ci spingano a voler essere buoni, esserlo veramente è un compito molto arduo. Ciò, è dovuto soprattutto al fatto che i comportamenti altrui influenzano il nostro modo di pensare e comportarci e al fatto che mostriamo totale disinteresse per quei problemi che vanno al di là della nostra sfera morale perlopiù limitata alla comunità in cui viviamo.

A questo si aggiungono, nella terza parte del libro, il nostro morboso attaccamento al denaro, il dilagante consumismo e la competizione economica che hanno provocato un progressivo peggioramento della coesione sociale. Come fare in una tale situazione a riportare le virtù morali all’interno della società? Il filosofo tedesco sembra avere le idee molto chiare a riguardo fornendo al lettore soluzioni non solo teoriche, ma anche pratiche.

Chi pensa di trovarsi di fronte al solito incomprensibile saggio di filosofia si sbaglia di grosso. I massimi sistemi di etica teorica vengono affrontati da Precht con un linguaggio sobrio e comprensibile adatto al grande pubblico e non necessariamente ristretto agli addetti ai lavori.

Fanno sorridere le descrizioni di Platone come l'inventore dei talk show, di Socrate come “un vagabondo senza arte né parte, un senzatetto, […] dall'ingegno sopraffino” e di Aristotele come “un uomo che andò a riprendersi l'etica in cielo per radicarla nel cuore umano”.

Che dire allora di questo testo? Niente di meno che un esperimento ben riuscito di come la filosofia possa mescolarsi nella società tra noi “comuni mortali” per indicarci il cammino verso il Bene nella convinzione che “chi ci considera cattivi per natura […] si preclude la strada per educarci ad essere migliori”.

 

Serena Bignamini

 

 

Ramona Parenzan

Babel Hotel. Vite migranti nel condominio più controverso d'Italia

Infinito Edizioni, Castel Gandolfo (RM) 2011, pp. 192, € 17,00

 

Leggere Babel Hotel vuol dire prendere coscienza di una realtà che cerchiamo di ignorare, ma che è più vicina di quanto non immaginiamo. Ogni giorno ci imbattiamo in individui, che chiamiamo immigrati, extracomunitari o genericamente marocchini, senza considerare la loro reale provenienza. Chiusi nella nostra indifferenza e nella presunzione di trovarci a casa nostra, in un mondo civile ed evoluto, non intendiamo aprirci ad uomini che consideriamo privi di cultura e arretrati, anche se ci preoccupiamo di negare d’essere razzisti.

Noi ci rifiutiamo di conoscere questi migranti, la loro storia, i loro bisogni e ci lasciamo guidare dai pregiudizi che li dipingono come delinquenti, incivili, sporchi e privi di valori. Così sono visti gli abitanti dell’Hotel House, una costruzione enorme che accoglie circa tremila persone provenienti dai luoghi più disparati della terra, che sono riuscite a creare una sorta di convivenza civile nel rispetto delle diverse abitudini di vita.

Certo la mescolanza di etnie e idiomi diversi evoca la confusione e la difficoltà di comprendersi, simboleggiate dalla Torre di Babele di biblica memoria, ma se, superando i pregiudizi e la diffidenza da cui l’Hotel House è avvolto, ci addentriamo in quello che gli abitanti di Porto Recanati definiscono con gli epiteti più offensivi, quali gigante di cemento, mostro, isola, ci accorgiamo che i diciassette piani che lo compongono brulicano di una umanità viva, uomini, donne, bambini, animati da sogni e speranze, determinati a realizzarli in una terra che hanno imparato ad amare sin da quando hanno deciso di lasciare il paese natio per raggiungere quella che ai loro occhi appariva come il mitico “Eldorado” o l’America.

I protagonisti dei racconti di Babel Hotel sono ispirati a persone reali che, si possono incontrare nell’Hotel House e che vivono la loro vita dedite ai lavori più umili, che gli Italiani rifiutano di svolgere e, pur attraverso le mille rinunce a cui si sottopongono, continuano a coltivare i loro sogni.

Tra questi potremmo trovare Lerato Mokhine, una cantante hip hop sudafricana portata in Italia all’età di sedici anni, autrice di due CD e di un libro non ancora pubblicato. Viene arrestata nel corso di un’operazione di polizia in seguito ad una denuncia di ignoti. Portata su un velivolo da trasporto con una trentina di donne e bambini, sogna una partita di basket tra gli ospiti dell’Hotel House e il resto dell’Italia iniziata da due millenni, alla quale assistono i nomi più importanti della lotta per i diritti umani.

Potremmo incontrare il senegalese che ha affrontato le peripezie del viaggio verso la libertà e, dopo dieci giorni dal suo arrivo, trova lavoro in un cantiere edile. Deluso dalla scarsa paga ricevuta, decide di studiare per uscire dall’ignoranza e combattere l’ingiustizia, ma, a causa di un incidente sul lavoro, che gli causa la perdita di un braccio, perde, con la possibilità di ricominciare un’altra vita e lavorare, la dignità.

Kiki, una ragazza senegalese di sedici anni, da poco arrivata in Italia, rimpiange la sua terra, i parenti lasciati là, e ha difficoltà di inserimento nella realtà scolastica, ma non può gridare il suo odio per l’Italia.

Sono alcuni dei personaggi che popolano l’Hotel House, accomunati da identiche storie di sofferenza, di miseria, di guerra, che si sentono a proprio agio solo all’interno di questo condominio, nonostante l’evidente stato di degrado e di abbandono in cui l’edificio è lasciato dal Comune e dagli Organi competenti, in quanto solo qui si riappropriano della loro identità, di cui si sentono defraudati in una società che non li vede, non li considera come uomini, ma degli invisibili.

Un elemento che li accomuna è infatti la perdita identitaria: l’identità dell’immigrato è definita in base alle apparenze e la loro immagine appare sfocata sia agli occhi degli autoctoni, che a quelli dei migranti stessi.

Appaiono come alieni all’interno della società italiana, privi persino del diritto di dissentire, che è prerogativa di chi è riuscito ad ottenere il riconoscimento della propria identità, come sogna Pedrafà, un uomo colto che ha affrontato un viaggio massacrante per giungere in Italia e, di fronte al degrado dell’Hotel House, non si perde d’animo, si rimbocca le maniche per fare dell’Hotel House un luogo collegato con il centro, ben organizzato, in cui si possono ascoltare echi di Paesi lontani.

Possiamo condividere questo sogno e auspicare che si creino in Italia e nel mondo realtà in cui ci si senta tutti cittadini con gli stessi diritti e doveri, indipendentemente dal Paese di provenienza, visto che la condizione umana è caratterizzata proprio dalla mobilità e la vita stessa può essere immaginata come un’esperienza migratoria continua.

 

Nicoletta Mandaradoni

 

 

Paolo Mottana

Piccolo manuale di controeducazione

Mimesis, Sesto San Giovanni (MI) 2012, pp. 122, € 12,00

 

Nostalgia e invidia: sono le parole chiave che nominano, dopo la lettura di questo atipico manuale, i sentimenti di chi, come me, ha attraversato stagioni dell'educazione, belle e fertili alcune, bruttine e deprimenti molte altre, compresa la presente.

Nostalgia per quei tempi in cui bambini che ha in mente l'autore davvero sono esistiti, davvero scorrazzavano per piazze, campetti e sterpaglie facendo delle loro giornate luogo e tempo dell'esperienza avventurosa del crescere.

Invidia per non aver saputo cogliere da educatore e pedagogista, con altrettanta sensibilità, quel che stava accadendo, tra un tentativo di riforma e l'altro, alla scuola e all'educazione, nella seconda metà dell'appena trascorso secolo breve.

Paolo Mottana traccia, con poche ma intense pagine, una sorta di foto senza veli di quel che è diventata la nostra scuola in termini di educatività, della vita quotidiana di bambini e ragazzi in termini di sostenibilità, degli insegnanti in termini di frustrazione e decadimento professionale.

Non vi sono, come lui stesso dice nel suo “barbarico incipit”, puntuali istruzioni su come salvare i bambini dall'educastrazione né su come scatenarli contro l'ortometria pedagogica, calcolata e disciplinata. Ma, certamente, si evidenzia la necessità di farlo, e presto, per dare senso ad una disciplina che non voglia limitarsi a officiare ieratici e consunti riti pedagogici. Si tratta anche di recuperare suggestioni antiche di vecchie battaglie, di valorizzarne di nuove, ancora in corso, nella direzione del ribaltamento e della rifondazione radicale della scuola; vi si riparla di Steiner e di Ilich, di Schérer e di Naranjo, contro “la bruttezza, la noia, la trascuratezza diffuse in ogni dove”.

Soprattutto viene stigmatizzato il continuo ricorso, in educazione, alle logiche sacrificali dei sacerdoti del martirio e della fatica; la domanda – semplice e terribile nella sua crudezza, nuova nello stile enunciativo, alieno da accademici e raffinati stilemi – che si fa e ci fa Mottana, può essere ricondotta, anche se con diversi e dissacranti accenti, a quella che, cento anni fa, nel 1912, nel suo Chiudiamo le scuole, pronunciava Giovanni Papini: “Ma cosa hanno mai fatto i ragazzi, gli adolescenti, i giovanotti che dai sei fino ai dieci, ai quindici, ai venti, ai ventiquattro anni chiudete tante ore del giorno nelle vostre bianche galere per far patire il loro corpo e magagnare il loro cervello?”.

Non a caso lo stile è volutamente caustico e le parole, intenzionalmente graffianti, non concedono sconti: barbari, incendi, braci, pervertita, strali, contumelie, livorosi, ossessioni, ubbìe, borborigmi, dispendio. Ma anche, sul versante di una riscossa possibile, iniziazioni e restituzioni, espansioni e liberazioni, esuberanza, sgorgare, scaturire per arrivare a definire, con estrema e inusuale efficacia, il compito controeducativo: “occorre ripensare lo spazio, il tessuto fisico dell'esperienza giovanile, sgomberarlo, liberarlo, disseminarlo di opportunità di nuovo cimento, di nuova sperimentazione”.

Questo libro si può amarlo come tutte le cose che hanno il pregio della chiarezza o odiarlo, magari per la stessa ragione, perché ti toglie ogni alibi! Certamente non si può ignorarlo: può essere un seme o una bomba, dipende da chi lo legge. Per mio conto sono curioso di sapere se la palude del paludato sapere ne sarà scossa o se riuscirà ad ingoiare ed omologare anche questo grido di amore per l'educazione. Un'ultima chiosa merita il suo Post-sfizio. Oracoli e ascendenti. Non è una bibliografia quella che ha scritto Paolo Mottana, è qualcosa di più: vi sono, piuttosto, raccontati e descritti – con le loro opere e in un simpatico rovesciamento del loro ruolo di mentori, alcuni inconsapevoli, altri suoi veri e diretti maestri – coloro che ne hanno ispirato, in varia misura, l'ermeneutica pedagogica, accompagnato le intuizioni fondative, condiviso tappe e percorsi del suo crescere professionale e scientifico. Da leggere, da studiare, questo manuale.

 

Salvatore Guida

 

 

Gail E. Dennison, Paul E. Dennison, Jerry V. Teplitz

Brain Gym® per l'impresa. Una fonte di energia immediata per il cervello per stare bene e lavorare meglio

InfinitiForm Edizioni, Pavia 2011, pp. 128, € 24.00

 

Durante gli anni '70 Paul E. Dennison, pedagogista americano, ha sviluppato una disciplina, la Kinesiologia Educativa, con l'obiettivo di migliorare l'apprendimento e le potenzialità di ognuno a scuola e al lavoro mediante l'integrazione e il riequilibrio degli emisferi cerebrali e dell’intero sistema corporeo, disciplina i cui studi sono ancora oggi in continua evoluzione presso l'EDU-K Foundation, in California. All'interno della Kinesiologia Educativa il Brain Gym® rappresenta un programma, basato su semplici movimenti corporei che attivano la mente, che ha ancora ampi margini di divulgazione nel nostro Paese. A diffondere una maggiore conoscenza di questo metodo, si dedica la società “InfinitiForm” di P. Salvi e di M. P. Casali, pedagogista e Brain Gym® Teacher, tramite corsi individuali e di gruppo nella sua sede di Pavia e nel resto d'Italia (vedi www.infinitiform.it).

La versione italiana di questo manuale di Paul E. Dennison, di sua moglie Gail E. Dennison e di Jerry V. Teplitz, tradotto da S. Loos, curato dalla stessa Casali e contenente dei bei disegni inediti di M. Brancaforte, rappresenta un ulteriore tassello nella divulgazione a tutto campo di questa pratica: il metodo e, naturalmente, buona parte degli esercizi che vengono descritti sono rivolti infatti ad un pubblico ben più vasto di quello dell'impresa, si potrebbe dire a tutti coloro che necessitano, come recita il sottotitolo, di “una fonte di energia immediata per il cervello per stare bene e lavorare meglio”. E chi non ne ha bisogno? Così viene illustrata la procedura per ri-accordarsi in 7 minuti, una semplice sequenza di attività di Brain Gym® che possono essere fatte ogni mattina. Scrivono Salvi e Casali nella nota a pag. 15: «Abbiamo scelto di tradurre “The Seven-Minute Tune-up” con ri-accordarsi perché [questa espressione] vuol dire predisporre le nostre 'corde' per la musica che vogliamo o dobbiamo suonare, individualmente o 'in orchestra'. Vuol dire prendere atto che ci scordiamo di noi e continuiamo a suonare 'scordati': un invito a ri-cordarci di quello che siamo e che stiamo facendo nel presente, qui ed ora, per una lettura proficua del passato e una pianificazione attenta del futuro [...] Questo ri-accordarsi è un'opportunità per cominciare facilmente e con successo la giornata, assicurandoti che il tuo cervello – in realtà il tuo intero sistema – riceva il sangue, l'ossigeno e l'elettricità di cui hai bisogno. Eseguendo questo ciclo tutti i giorni ti sentirai meglio e decisamente più efficiente”.

Il libro contiene poi degli indici minuziosi e specifici delle “Aree di lavoro” e delle “Competenze” che guidano le attività di Brain Gym® con le quali si possono individuare le abilità che si intendono migliorare.

Il metodo Brain Gym® è e rimane comunque una pratica educativa ed auto-educativa: per questo la lettura del manuale mi sembra particolarmente consigliata a chi opera in questo settore, nel sociale, in quello delle relazioni umane.

 

Marco Taddei

 

 

Michela Marzano

Volevo essere una farfalla. Come l'anoressia mi ha insegnato a vivere

Mondadori, Milano 2011, pp. 208, € 17,50

 

Di ritorno da Milano, passo alla stazione da Feltrinelli e, invece di curiosare tra la saggistica psicopedagogica, sociale, politica, vado alla sezione narrativa e novità e mi colpiscono questo titolo, Volevo essere una farfalla, e l’autrice, Michela Marzano, una filosofa ex normalista, docente a Paris Descartes, autrice di saggi di filosofia, morale, sociopolitica, quindi non una scrittrice a tutto tondo.

E sono stato premiato! Tre ore di viaggio, tre ore di lettura intensa, appassionante, interessata e veloce! Era tempo che non leggevo un romanzo con tanto interesse! Ma il libro che ho acquistato, più per impulso che per scelta ragionata, in effetti non è un romanzo! Non è un’autobiografia, non sono memorie, non è una ricerca sociologica, non è un saggio, non è uno scritto di autoanalisi… eppure è tutte queste cose insieme, una chiave narrativa assolutamente originale e nel contempo assolutamente avvincente!

Il “come l’anoressia mi ha insegnato a vivere”, che compare in copertina, non giustifica affatto il libro né ne costituisce l’hard core! Non è un libro sull’anoressia, questa è solo l’aspetto esteriore di un male profondo che è di una bambina, di una ragazza, che vuole solo vivere, comprendere, gioire e crescere in una situazione in cui un padre, severo docente universitario, e una madre amorevole non sono affatto la ragione scatenante di ciò che la affligge. È la fatica di vivere, o meglio la fatica di voler capire tutto, afferrare tutto che aggredisce e attanaglia la piccola Michela, il conflitto tra un dover essere atteso e perseguito con ostinazione e un essere fragile, indifeso, forse insufficientemente protetto da un calore famigliare, che in effetti non le manca.

Di qui si snoda tutta la sua vita che non è un racconto lineare e puntuale, cronologicamente condotto: si tratta di una serie di flash come “confessioni” rese sul lettino dell’analista, che si susseguono come in una serie di foto e di videoclip, sostenute e “commentate” da spunti di analisi sempre puntuali e sottili.

Michela costruisce la sua storia con criteri atemporali perché non è lo scorrere del tempo che caratterizza il suo crescere e maturarsi! È come se la variabile essere, il dipanarsi dell’essere, ammortizzasse la variabile tempo: è l’inquietudine costante e insoddisfatta di Michela bambina, giovinetta, adulta, studentessa, professore, filosofo, che tesse il filo della narrazione, una sorta di diario che, però, non afferisce al susseguirsi dei giorni, ma è scandito per dolori e gioie, pensieri di morte e inni alla vita.

Si tratta di 62 capitoletti, di 3 o 4 pagine ciascuno… e ciascuno ha la sua autonomia. Piccoli medaglioni, direi! E allora sono divagazioni? No! Ricordi? No! Commenti? No! Eppure sono tutte queste cose insieme… la sua vita, le sue gioie, i suoi dolori, i suoi studi, i suoi amori, i suoi interessi, la sua caparbietà nel conoscere e amare ogni cosa che fa con un’onestà profonda, sostenuta da curiosità, voglia di capire, di mettere ordine, di scazzi furenti a volte, e di grandi empiti di felicità.

Ma è la sua vita stessa che è un insieme di cammei, non c’è un inizio, non c’è una fine, soprattutto non c’è un fine… Ciò che conta e vive da bambina ha la stessa forza di ciò che sente da studentessa, da normalista, da docente universitaria, da ricercatrice, da filosofa…

Non è un romanzo perché non c’è una storia, un inizio, una fine, un fine, non c’è neanche una narrazione distesa, ma una serie infinita di eventi e di riflessioni. Il richiamo che Michela fa a Nelly Arcan, la putain suicida a soli 34 anni, dà il senso del travaglio lancinante di una donna, di un mondo al femminile di oggi, tuttora alla ricerca di un posto in una società forse ancora immatura per capirla e accoglierla. Michela ci ricorda che dopo Putain Nelly aveva scritto Folle, pazza: la paura di una donna non tanto di essere abbandonata, quanto di non essere, forse perché si è, se si è in due! E la disperazione assoluta ricordata in quarta di copertina dall’editore francese divenne una buona ricetta per vendere! E Michela sottolinea il cinismo di una società che strumentalizza tutto, anche la disperazione e la morte!

Imparare a vivere significa accettare l’attesa, la sospensione, l’incertezza. Integrare lentamente l’idea che, nonostante tutto, il vuoto che ci portiamo dentro non potrà mai essere del tutto colmato. Che ci sarà sempre qualcosa che ci manca. E che è proprio questa assenza che caratterizza il nostro rapporto con il tempo, con lo spazio, con l’amore… E che gli altri non sono ‘cattivi’ se non sono sempre lì, pronti a intervenire, pronti a fare qualcosa perché il vuoto faccia meno male”: una delle tante perle di saggezza con cui Michela ama chiosare le pagine del suo libro! Da non perdere!

 

Maurizio Tiriticco

 

 

The Black Keys

El Camino

Nonesuch, 2011, € 19,90

 

Tom Waits

Bad as me

Anti-, 2011, € 19,50

 

Vinicio Capossela

Marinai, profeti e balene

Atlantic, 2011, € 22,50

 

Steven Wilson

Grace for Drowning

K-scope, 2011, € 15,90

 

 

Ben più dei gatti che, di vite, si dice che abbiano appena sette, il rock ne possiede tante da garantirgli un indiscusso attributo, quello dell’immortalità. Non è del tutto sicuro che ciò comporti necessariamente un privilegio, forse la vita sogna anche di potersi concedere un meritato riposo, forse, ancora, ciò condanna un genere musicale a una ripetizione infinita, snervante, in definitiva noiosa… Ma poi che importa? E’ solo rock and roll, come cantavano i Rolling Stones. Meglio lasciar cader questioni eccessivamente oziose o cerebrali e arrendersi a una piacevole constatazione:

il rock non muore. Mai, almeno per il momento.

Una conferma in tal senso viene dall’ottavo cd, il migliore a detta degli esperti più raffinati, di un duo di ragazzotti dell’Ohio che si fanno chiamare The Black Keys. Uno suona la chitarra, l’altro la batteria: in una parola, l’essenziale ridotto ai suoi minimi termini. Ovviamente, nell’incisione altri gli danno una mano, per quanto il suono degli strumenti dei due titolari della premiata ditta siano spesso in primo piano. Il titolo dell’album è El Camino. E’ rock, per l’appunto, ma per nulla scontato. Le undici canzoni sono davvero belle, vive. Sprizzano energie. Dispiace che il cd finisca,  troppo presto, ahimè, perché si vorrebbe continuasse ancora un po’… Ma è così. Tra i brani ascoltati mi ha impressionato “Little Black Submarine”, lirica e trascinante. Una canzone quasi divisa in due, tra una parte iniziale dolce, accattivante, stile ballata acustica, e una successiva dominata da un vertiginoso crescendo elettrico. Un brano che non può far a meno di ricordare la celebre “Stairway to heaven” dei Led Zeppelin. Brothers, il loro cd uscito nel 2010, ha venduto milioni copie e sbancato i grammys. E’ facile profezia ipotizzare che El Camino imbocchi la medesima strada, come recita opportunamente il titolo. Rock on, dunque.

Passo oltre. Ammetto che d’istinto ho (mentalmente) storto il naso quando mi è stato regalato l’ultimo cd di Tom Waits. Chi me lo stava regalando mi era troppo caro perché potessi obiettare o sollevare chissà quali perplessità. Nel mio intimo, liberando quella supponenza che non aspettava altro che di prender voce, mi ero, infatti, detto: “Tom, ormai, ha già dato tutto quel che poteva dare, sarà solo un cd inutile, rantoli rauchi più qualche sonorità strampalata, stereotipate prostitute e alcool a gogò… Solita roba, insomma… Non c’è più niente da aspettarsi del vecchio Tom (“sottile” gioco di parole per i lettori anglofili sul cognome dell’autore!!!)”. E invece no, alla faccia della mia solerte presunzione. Tom mi ha sorpreso e mi ha fregato! Bad as me è veramente bello, toccante. Quando la voce sofferta di Tom si inerpica lungo ballate come “Pay me” o “Last leaf” è il dolore del mondo, assurdo e incontenibile che prende voce, al di là di ogni ragione, di ogni utopia, di ogni chiacchera. Nessuno riesce a cantare in quel modo, sgraziato e pieno di grazia al contempo. Le parole vi arrivano dirette giù nell’anima. E’ l’angolo, in disparte nel mondo, quelle delle canzoni di Waits, che raccoglie la poesia, l’unica poesia di cui questo stesso mondo è capace. Grandioso, superbo. Grazie, di cuore.

Da Waits a Vinicio Capossela, il passo è breve. O, almeno, una volta era tale. Il nostro Vinicio lo scimmiottava parecchio. Ora, francamente, non so cosa abbia preso all’autore di “Che cos’è l’amor” ma passare da Tom a lui è come andare dall’Everest alla collinetta di san Siro. Non so, ripeto, non so quale supposizione maniacale l’abbia catturato e rapito, come fa il vento con gli aquiloni quando si rompe il filo che li tiene legati a una mano. E’ l’ombra del fantasma di Melville, lo scrittore di Moby Dick; come lascia credere il suo ultimo doppio (sic! E quindi doppio sic!) dal titolo: Marinai, profeti e balene. Me l’hanno regalato e sono riuscito a ascoltarlo una sola volta. Poi, francamente, non ne potevo più. La straziante pesantezza dell’album mi ha sopraffatto, peggio di una giornata trascorsa all’Asl a inserire dati nel computer. Il tono orante, supplicante, profetizzante di Vinicio mi è parso, soggettivamente, insopportabile. Avrei voluto stordirmi con un greatest hits di Little Tony, sparato a palla! Continuando, di tanto in tanto, ad abbassare il volume per chiedermi ad alta voce: “Ma, soprattutto, perché?”.

E, per finire, l’oggetto misterioso: questo, l’ho proprio comprato. Sapete quanta fatica ho nel resistere alle offerte che il mio pusher di fiducia mi propina. Come al solito, lui ha insistito, assicurandomi che il cd era un capolavoro e l’artista un genio. Da bravo boccalone ho accettato e ora non ne saprei dire di più. Non proprio capito... Un po’ ricorda Mike Oldfied, quello di Tabular bells, un po’ i Pink Floyd e boh. Se vi capita di ascoltarlo fatemi sapere un vostro parere, magari con un piccione viaggiatore o affidandolo a un pony express. Lui, il cantante e compositore, si chiama Steven Wilson. E il cd, mannaggia, anche questo doppio: Grace for Drowning. Mah, doppio mah.

 

Angelo Villa

 

 

The Help

di Tate Taylor

Usa 2011

Produzione: Paramount Vantage, 1492 Pictures, DreamWorks Pictures, Harbinger Pictures, Imagenation Abu Dhabi FZ, Participant Media

Distribuzione: Walt Disney Pictures

 

Sapere è potere

“Non hai diritto a rilasciare i tuoi escrementi nelle stesse tubature in cui lo faccio io. Sei una negra pericolosa, difettosa, infetta. Va fuori in giardino dove ti ho fatto costruire un apposito water. Qui comando io, questa è casa mia. Io sono bella, bianca, bionda, giovane, ricca. Mi sento rivoluzionaria ad avere proposto una così raffinata soluzione per le signore educate della mia città: una casa con due bagni, uno interno per la famiglia e uno esterno per te, domestica nera. Tu ti devi lavare spesso le mani con il sapone e mangiare con le tue posate. I rischi di infezione si annidano per ogni dove. Tu stai dietro la mia figlia, le cambi i pannolini e le canti la ninna nanna: io, donna elegante e sposata, devo occuparmi del marito e delle amiche con cui gioco a carte; non mi macchio di certo le mani con le feci dei bebè, non perdo di certo il sonno dietro a sciocche cantilene notturne. Puah!”

Odioso appare il ritratto della donna bianca alto-borghese che viene presentato da questo film. Le belle signore americane con i bei vestiti nelle belle case sono impegnate nel nulla della loro vanità mentre le rotonde signore africane con i brutti vestiti sfangano tutto il giorno per abbellire le superfici dell’anima delle loro padrone. Molti sono i lavori sul tema razziale. Interessa molto che il contesto americano di quarant’anni fa torni alla ribalta proprio adesso. Perché ci riguarda molto da vicino, noi donne occidentali. Perché in questa storia sono messe in primo piano le donne che sfruttano e maltrattano altre donne, quelle che sembrano la feccia dell’umanità più bassa, un concentrato di categorie perdenti: povere, africane, poco istruite e femmine. Talmente è ridicolo il problema del gabinetto separato da procurare fastidio allo stomaco. Quasi iperbolico nelle sue sfaccettature: una domestica nera viene licenziata per avere inquinato le stesse tubature della padrona con i propri escrementi; che vergogna! Il film riporta su una superficie dai colori pastello un quadro sociale buio e tetro che quasi non si può vedere tanto è fosco. Donne nere con il grembiulino bianco servono donne bianche con l’abito di seta. Ma quando il gioco si fa duro le vittime reagiscono e raccontano le piaghe morali e politiche della upper class americana. E siccome ciò che cacci dalla porta rientra dalla finestra, ecco la sagace sequenza che mostra la domestica nera licenziata portare in dono alla sua ex padrona una torta fatta con suoi escrementi, quegli stessi escrementi che la signora perbene aveva snobbato, come a dire: cara padrone, se non vuoi la mia cacca nel tuo gabinetto, allora te la mangi tanto, malgrado la differenza di pelle, il colore della cacca è universale, no? E il primo piano del godimento orale della donna bianca che - ignara - assapora dal piatto quella pasta friabile di colore marrone è davvero esilarante.

Un quadro di potere tra donne di razze diverse montato secondo lo stile del vecchio Altman, con una ripresa alternata e distribuita in tante caselle colorate che incorniciano donne isteriche e velenose che parlano un linguaggio fatto di una specie di ironia noir ereditata dalla più giovane serie televisiva Desperate housewives. E se le vittime non vincono sulle carnefici, di certo si prendono una bella rivincita con un libro, The help, scritto a più mani e capace di togliere il sonno alle belle signore bianche. Perché ciò che di male si nasconde va detto e va saputo; riuscirci è una grande forma di potere. Da vedere per non dimenticare.

 

Cristiana La Capria

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