Editoriale - Maria Piacente - Della crisi

Della crisi


Della crisi

 

Oggi da più parti si sente parlare di crisi, crisi in senso lato: crisi dei valori, crisi economica, crisi sociale, crisi della famiglia, crisi della coppia, sia di quelle datate dagli anni e ancora di più delle nuove coppie, crisi nelle e delle relazioni.

Liquidità, polverizzazione, vaporizzazione, incertezze, demotivazione, perdite di identità e così via sembrano le parole chiave di questo nostro mondo occidentale.

Nessuno degli ambiti prima indicati ne sembra immune e tutti si affannano a parlarne, a interrogarne contesti e circostanze cercando di dare delle spiegazioni e delle risposte ai tantissimi perché che avvolgono la parola “crisi” che di per sé non ha necessariamente un significato negativo.

In effetti le “crisi” dovrebbero aiutare a crescere; anche sul piano psicologico e fisico abbiamo tutti e tutte sperimentato questo stato, questo rito di transizione: quanta frustrazione per il brutto anatroccolo prima di diventare cigno!

Ma la sensazione che provo (oddio, sto invecchiando?) è che è diventato difficilissimo di questi tempi interrogare le difficoltà dello stare al mondo senza individuare immediatamente qualcosa o qualcuno a cui dare la colpa. Insomma che quell'esercizio legato alla ricerca della verità sia ormai caduto un po' in disuso e che la virtù del coraggio è sempre di più merce rara. Ogni giorno sentiamo discorsi o leggiamo sui giornali della crisi o delle crisi con le quali dovremmo convivere, dei limiti che ciascuno di noi è tenuto ad accettare. Insomma svariati punti di vista che nell'imbarbarimento generale vorrebbero parlarci di pari opportunità, di giustizia e di cittadinanza per tutti gli individui.  Ci sembra, per questo, di potere accedere a luoghi e contesti che vorremmo abitare, dove pensiamo potrebbe fare capolino la nostra singolare soggettività, ma in particolare oggi, come dice Salvatore Natoli (in L'edificazione di sé, istruzioni sulla vita interiore, Laterza 2010,) “Oggi a prevalere è  l'impersonalità della serie. La nostra è una società dell'addestramento., non certo delle virtù, vale a dire della coltivazione della propria singolare eccellenza. Certo, le virtù possono anche essere non richieste, ma vicende recenti – e si può dire la storia in generale – stanno lì a mostrare che laddove mancano le virtù, le società tendono alla lunga a scomporsi, a disfarsi. O, comunque, si riducono a una condizione in cui non è bello vivere”.

Credo che sia diventato ormai improcrastinabile per chi desidera davvero lasciare un segno del suo passaggio, agire in prima persona con la responsabilità, l'eticità che stare al mondo comporta. Allora Educare al tempo della crisi può diventare un'opportunità di crescita reale e quindi gli adulti dovrebbero fare propria quell'assunzione di responsabilità che si nutre della testimonianza umile e sincera di ciascuno e di ciascuna, dentro e fuori dai contesti espressamente educativi o scolastici, Assunzione di responsabilità a tutti i livelli sociali, ambientali, politici. Non possiamo più storcere il naso e sentirci al di sopra delle parti. Noi siamo dentro le parti e questo agire deve coinvolgere tutti i passaggi d'età; giovani e meno giovani, dovremmo prendere in mano la nostra vita e tentare di tessere con il nostro lavoro e le nostre sapienze un mondo più umano, prima di tutto da vivere.

Primum vivere nell'incertezza. La sfida femminista nel cuore della politica è stato il titolo del convengo di Paestum che tra molte altre cose ha rimesso al centro il tema della giusta  rappresentanza femminile nell'ambito politico per aiutare ad operare un cambiamento radicale nel nostro Paese, per tracciare qualche percorso e uscire da questa crisi. Altre sfide sono quelle portate avanti da chi, pur parlando di crisi e scarsa educatività, recuperando suggestioni antiche di vecchie istanze di distruzione della scuola, alla Ilich per intendersi, professa invece, come fa Paolo Mottana nel suo Piccolo manuale di controeducazione, una sincera fiducia in una riscossa possibile: Occorre ripensare lo spazio, il tessuto fisico dell'esperienza giovanile, sgomberarlo, liberarlo, disseminarlo di opportunità di nuovo cimento, di nuova sperimentazione”.

Occorre, in altre parole, smettere gli abiti di improbabili Cassandre e cimentarsi a vivere, educare, imparare, agire, anche, come dicevano i nonni, rimboccandosi le maniche, quelle che intorpidiscono e rallentano azioni e pensieri.

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