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Scelti per voi


Andrei Makine

Il libro dei brevi amori eterni

Einaudi, Torino 2012, pp. 176, € 14,00

 

In lingua inglese vi è una distinzione tra history e story, quasi a significare una mancata coincidenza tra lo scorrere del tempo collettivo e gli eventi che lo scandiscono e il significato che questi eventi assumono nella vita quotidiana, una difficoltà insomma a dire che cosa ha creato le scansioni del tempo, i suoi intervalli. Questa differenza in italiano viene resa attraverso una pluralizzazione tra storia e storie, dove la Storia. Ma che cosa resiste alla Storia e sopravvive nella memoria dell’altro, di chi attraversa la Storia? Domanda a cui gli stessi storici di professione hanno cercato di rispondere, attraverso la Oral history, un approccio che cercava di intrecciare storia e storie, incontrando così la dimensione del ricordo. Ricordo che spesso sfuggiva alla ricostruzione degli eventi che la storia aveva prodotto, dove gli eventi venivano piegati alla ricerca di una coerenza interna, dove le immagini si confondevano, rifacendosi ad un’iconografia che non coincideva con la memoria fotografica degli eventi stessi, li rielaborava facendo ricorso ad altre immagini che potessero meglio rendere conto delle emozioni di cui gli avvenimenti erano intrisi.

Makine ci dice che l’amore, magari breve, magari colto in un attimo, lascia un’impronta, un segno nell’esistenza di chi lo vive, procede parallelo e impalpabile rispetto alla Storia che invece procede seminando torti e ingiustizie, senza lasciare scampo e tregue nel suo incedere. E’ come se quell’attimo, quel tempo breve bucasse la linearità di una storia consegnata ai documenti, segnata da grandi avvenimenti che segmentano il tempo, senza render conto di quel che accade nel soggetto che la attraversa e vive nella storia. Quell’attimo è un segno nella vita dell’individuo, un punto di svolta che illumina la comprensione della storia, che la fa precipitare nelle storie con una immediatezza e di ritorno ci restituisce un senso rispetto alla storia, agli avvenimenti che ci coinvolgono collettivamente e che risultano illuminati in modo differente, una lama di luce che cambia la prospettiva della Storia.

Otto capitoli e otto momenti della vita di un uomo, dall'infanzia passata in un orfanotrofio russo negli anni Sessanta, all'età adulta, quando il sistema in cui inizialmente aveva creduto si dissolve. E in ciascuna di queste narrazioni è l'amore di o per una donna a risvegliare un frammento di coscienza: la giovane senza nome che sulle tribune per il corteo dell'anniversario della Rivoluzione d'ottobre piange sommessamente il compagno morto in un sottomarino, incrina la fiducia del giovane in quelle meticolose e vacue messinscena, contrappone al rumore di quelle sfilate un silenzio ben più assordante, dove le parole della propaganda risuonano prive di senso. Maja, la nipote della «donna che ha visto Lenin», gli svela la brutalità del leader bolscevico, straccia il velo che copre le miserie quotidiane. Vika, che vive con la madre accanto alla fabbrica in cui il padre è costretto ai lavori forzati, gli apre gli occhi sul carattere repressivo del regime, con quella mano tesa che non riesce a raccogliere il fagotto che rotola a terra tra l’indifferenza delle guardie. Leonora, con la quale il narratore ormai adulto vede un film occidentale in cui la chiave di una camera d'albergo strappa gli applausi, in cui alla smania erotica fatta di amplessi sudaticci (per lasciarci alle spalle i beccamorti di un’ideologia pietrificata dovevamo correre, con le ali di equilibristi sulla fune, da un amore all’altro, da un piacere effimero al successivo”) si contrappongono i gesti amorevoli di una coppia di anziani coniugi, contrappunto alla volgarità e al grigiore dell’epoca brezneviana. Jorka, il compagno di giochi mutilato dall'esplosione di una granata, che coglie dei fragili bucaneve da regalare «a qualcuno» e pochi giorni dopo si avvia verso il bosco ancora disseminato di mine, quasi a tornare attraverso il luogo al tempo dove la vita si è spezzata. Kira, che in un enorme e improduttivo frutteto si sforza di spiegare gli alti ideali dell'arte e della lotta al regime, in un luogo dove la grandiosità coincide con la sterilità, poiché il frutteto generato dal furore ideologico è disertato dalle api. E infine quella donna grassa e volgare, espressione al contempo della vecchia e della nuova Russia: in gioventù era stata il grande amore di Dmitrij Ress, il dissidente, il «poeta» che anche nei lunghi anni trascorsi in un gulag non smise mai di amarla, che è ancora fermo a quel volto colto nella giovinezza, che contrappone alla corsa sfrenata ad arricchirsi di chi in tempo ha saputo tradire. E qui nella figura finale di Ress il libro si chiude su un martire della “rivolta contro un mondo in cui l’odio è la regola e l’amore una strana anomalia”.

Sbaglieremmo perciò a vedere il testo come un’antologia di amori impossibili, gli incontri sono l’occasione anche per aprirsi sulla Storia, storia di un’educazione politica sullo sfondo di un regime tanto oppressivo quanto ottuso. Makine è capace di mostrarci anche le analogie tra la propaganda e l’ottusità del regime e la dissidenza dell’intelligentja, entrambi governati e guidati dalla volontà di omologare, entrambi accomunati dai confini rigidi dell’appartenenza, senza rendersi conto della loro solidarietà di fondo, della riduzione di ogni domanda di senso al silenzio. allora l’accesso alla verità deve sfuggire all’ideologia, non passa attraverso essa, ma attraverso lo sguardo amoroso.

Intuivo che la verità non stava né dalla loro parte né nel campo opposto, tra i contestatori. Mi appariva semplice e luminosa come quella giornata di febbraio, sotto gli alberi appesantiti dalla neve. La bellezza umile del volto femminile dalle palpebre abbassate rendeva ridicole le tribune e chi le occupava, e la pretesa degli uomini di ergersi a profeti della Storia. La verità era espressa dal silenzio di quella donna, dalla sua solitudine, dal suo amore così grande che perfino il bambino sconosciuto che scendeva i gradini ne era rimasto abbagliato per sempre.

In questo quadro allora l’amore si pone come un punto di sovversione, un incontro al quale non ci si può sottrarre, attraverso il quale si assumono nuove prospettive e nonostante la precarietà della vita, quei momenti rimangono come incancellabili, dove ogni incontro rappresenta un’intuizione che lega la storia personale a quella della Russia. Un’intuizione che assume a volte valore a posteriori, in un tempo altro che le dota di significato e illumina gli eventi in altro modo, replicando gli incontri nel tempo e configurando il tempo di un’altra storia:

Mi ci vollero molti anni anche per imparare a riconoscere, dietro una breve storia di tenerezza adolescenziale, la felicità luminosa che la mia amica e sua madre mi avevano trasmesso con tanta discrezione. Mi ricordavo certo della loro ospitalità, della dolcezza con cui avevano attorniato il giovane ragazzo selvatico che ero, un essere indurito dalla brutalità e dalla violenza. Con l’età, mi rendevo sempre più conto che la pace che grazie a loro regnava in un luogo così desolato, sì, quella serenità indifferente alla bruttezza e alla volgarità del mondo, era una forma di resistenza, forse perfino più efficace dei sussurri di protesta che avrei udito negli ambienti intellettuali di Leningrado o di Mosca. La rivolta di quelle due donne non era appariscente…

 

Ambrogio Cozzi

 

 

Grazia Giurato

Ancora ci credo

La Tecnica della Scuola, Catania 2012, pp.153

 

I libri. Santo cielo, i libri... Perché si scrivono? Perché fare torto alla natura, ai boschi della Finlandia o alle foreste dell'Amazzonia solo per togliersi il piacere di scrivere e pubblicare? Perché farlo se non sei Dostoevskij o Proust, Leopardi o Joyce? Già: perché ha scritto questo libro – agile, fragile – Grazia Giurato? Posto in questi termini, l'interrogativo può produrre solo un sentimento di imbarazzo. Anzi, finisce per avere un suono sgradevolmente ricattatorio. Perché nessuno mai potrebbe rispondere “sì, sono io il nuovo Dostoevskij” e sentirsi dunque a posto con la coscienza per avere compensato l'umanità, una volta di più colpita nel suo ecosistema, con un nuovo, prezioso gioiello di letteratura e spiritualità.

Scrivere può essere un gesto di arroganza. Può tradire l'ambizione di spiegare il mondo così come nessuno lo ha mai spiegato. O di offrire potenza di romanzo o a soavità di poesia a un'epoca impoverita nella bellezza e nelle arti. Poi però c'è Grazia. Che scrive senza arroganza. Ci sono le donne come lei che cercano solo di ricomporre storie lunghe e difficili, percorse dalla dignità di chi non piega mai la schiena e se è costretta a farlo giura dentro di sé che non dovrà accadere mai più. Né a lei né a quelle come lei. Scrivere diventa allora un modo per offrirsi con discrezione e al tempo stesso con un'ombra di orgoglio. Mi avete conosciuta così. Molto o poco abbiamo condiviso, ma forse questo episodio non lo sapevate. Forse questo retroscena che mi sta inchiodato nell'anima o nelle retine degli occhi non lo conoscevate. Perché non ve l'ho mai raccontato per timidezza. O per sovrappormi ai vostri racconti, alle vostre confessioni. Perché volevo ascoltarvi perché parlo tanto – e Grazia parla tanto – ma c'è sempre un momento in cui mi fermo. Un momento in cui capisco che voi avete più bisogno di me di parlare. Oppure ho taciuto di me e del mio passato, delle immagini che più mi inquietavano, anche del bene che ho fatto a una donna o a una famiglia sconosciuta, perché cose diverse urgevano. Altro che le mie paturnie, le mie emozioni private. Dovevamo difendere Catania e la Sicilia dagli sfregi della mafia e dei cavalieri del lavoro, ve li ricordate vero?, li applaudivano in tanti poi è finita come è finita. Quella storia che non si può seppellire, con un giornalista a fare da vittima sacrificale per una città intera. E che doveva fare, Grazia, mettersi a raccontare allora del padre scomparso dopo la battaglia del Don, la madre bella e schiacciata con il viso contro il cuscino e donne giovani e anziane a popolare una casa e a far mestieri di donna sempre per compiacere un “lui”, qualunque ne fosse la provenienza?

E fossero solo Catania e la Sicilia... L'Italia addirittura si è dovuta difendere, avviata – irreversibilmente, sembrava – a perdere onore e giustizia A settant'anni e più grazia di è dovuta mettere a marciare e a manifestare in strada. “Dovuta”, poi...

Dovuta niente, lo ha voluto fare, perché per molte altre, anche più giovani di lei di generazioni, non c'era proprio alcun dovere. Con un fazzoletto colorato intorno ai capelli grigi a chiedere legge uguale per tutti o pace nel mondo per i viali di Roma. E che avrebbe dovuto fare? Mettersi allora a raccontare storie di stupri lontani, incesti terribili, donne uccise quasi davanti a lei, tanto son mafiose, insomma gli incubi e le prove della sua vita? O narrare della sua fede conquistata nel confronto aspro e inesauribile con le cose e con gli uomini? O di don Piro e don Resca? Non poteva. Perché Grazia, matura e ormai anziana ragazzina aveva altro da fare.

Poi, a un certo punto, chissà in che minuto, ha pensato che però qualche traccia fosse giusto lasciarla. O magari ha deciso che la doveva lasciare. Anche se non era agitata dalle passioni e dalla letteraria, sovrumana potenza di Dostoevskij. Tracce, sassolini bianchi di una Pollicina adulta. Vita di una donna che ha amato le donne e per le donne si è battuta, che ha conosciuto il senso totale, antropologico, che ha in certi momenti il lavaggio dei calzini. Che dalla sua condizione di donna è partita mille volte per ritornarci ogni volta più ricca, perché mai chiusa alle altre condizioni. Che ha fatto della vita una battaglia generosa e anche spigolosa.

È questo, in fondo, il libro che avete tra le mani. Segno di modestia e non di arroganza. Rimedio di lunghi silenzi passati, custoditi sotto la vitalità scoppiettante della parola. Un piccolo libro nato da qualcosa che più che alla umana vanità assomiglia alla timida fierezza di chi ha vissuto a testa alta.

 

Nando Dalla Chiesa

 

 

Maria Rosa Cutrufelli,

I bambini della ginestra,

Sperling & Kupfer per Edizione Frassinelli, Milano 2012, p. 276, € 18,50.

 

A Portella della Ginestra, un momento prima della strage, prima che Salvatore Giuliano ordini ai suoi uomini di sparare sulla folla radunata per assistere al comizio della festa del Lavoro, si apre il romanzo. È il 1947.

Al Sasso Barbato, una specie di podio naturale che si erge sulla conca di Portella, la stessa roccia da cui si apprestava a parlare l’oratore in quella mattina di maggio, il romanzo si chiude. È il 1972.

Tra questi due momenti si dipanano le vicende dei protagonisti del romanzo, Enza e Lillo. Sono loro a raccontare, in prima persona, la storia di quei venticinque anni, la loro storia e, insieme, i processi per la strage, capaci al più di punire qualche esecutore ma impotenti a identificare i veri mandanti, il coinvolgimento di politici che non si possono né si vogliono chiamare in causa, il succedersi delle misteriose morti le cui circostanze mai saranno chiarite.

Due momenti e un luogo solo, Portella della Ginestra dominata dal Sasso Barbato, un luogo dal quale Enza e Lillo non possono che fuggire via, lontano, ma a cui inesorabilmente devono tornare. Soltanto prendendo il coraggio di rivedere il luogo da cui tutto ha avuto inizio e la piccola lapide, tante volte distrutta, potranno accettare, senza esserne preda, l’amarezza e la disillusione di chi non ha avuto giustizia, ma potranno anche pacificarsi con la propria terra e provare -forse- a costruire, un futuro comune.

Maria Rosa Cutrufelli propone nel suo ultimo romanzo una storia densa e appassionante, nella quale come in altri lavori della scrittrice (La briganta, La donna che visse per un sogno) la Storia riveste un ruolo fondamentale. Le vicende dei protagonisti sono infatti ambientate in un contesto storico preciso che non costituisce solo uno sfondo indistinto, ma che si fa materia viva del raccontare. Rigore storico e capacità immaginativa si fondono e sanno restituire, con nitidezza quasi cinematografica, immagini di un’Italia lontana nel tempo: i viaggi in treno su sedili di legno, la vita quotidiana in piccole province periferiche, i colori delle stagioni che si avvicendano.

Le voci che compongono il quadro, come si diceva, sono quelle di due reduci della strage. Un bambino e una bambina che diventano un uomo e una donna. E sono proprio il linguaggio del pensare di sé e la reazione alla tragedia che rendono conto della loro differenza sessuale: un sentire che li accomuna, ma che marca al contempo il confine e la distanza tra loro. Per questo ciascuno dei due dovrà farci i conti da solo e da sola, dovrà cercare il proprio modo di andare e tornare.

Solo nel primo e nell’ultimo capitolo la voce narrante non appartiene ai due protagonisti quasi a richiamare comunque anche un’oggettività della piccola storia di due personaggi comuni, costretti dalla grande Storia a subire un destino imprevisto.

Agisce la costruzione sapiente di una scrittrice che conosce bene i dispositivi narrativi e li usa dosandoli con maestria. Ma gioca anche la passione civile di una donna che si interroga e interroga lettori e lettrici: quante sono in questo Paese le stragi di cui non conosciamo i mandanti? Che ne è dei sopravvissuti, delle loro esistenze, delle loro disperazioni?

Raccontare diventa allora – anche – un modo per testimoniare.

 

Claudia Alemani

 

 

Emmanuel Carrère

Vite che non sono la mia

Einaudi, Torino 2011, pp. 240, € 20,00

 

Si pensa di solito che il dolore unisca gli individui, che possa accomunare. Se però ci soffermiamo sulle esperienze quotidiane, ci viene facile pensare all’imbarazzo che ci coglie quando facciamo le condoglianze a qualcuno. Cominciamo a pensare a che cosa dovremmo dire, a cercare le parole possibili, per poi finire spesso nel pronunciare banalità, frasi che ci lasciano insoddisfatti, con un senso spiacevole di non essere stati in grado di esprimerci, di poter stare vicini alla persona che ha subito la perdita. A volte ci limitiamo ad un abbraccio timido, impacciato, quasi che il gesto potesse sostituire le parole che non troviamo, che abbiamo faticosamente cercato rinunciando perché ne coglievamo l’insufficienza.

Sembra che le parole non siano in grado di colmare la distanza che ci separa dagli altri, che la suddivisione tra “noi” e “loro” sia incolmabile. “Ci siamo noi, puliti e ordinati, risparmiati, e intorno a noi il cerchio dei lebbrosi, degli irradiati, dei naufraghi regrediti allo stato di selvaggi. Soltanto il giorno prima erano come noi, noi come loro, ma a loro è accaduto qualcosa che a noi non è accaduto e adesso apparteniamo a due umanità distinte”.

Durante le feste di Natale del 2004, Emmanuel Carrère è in vacanza con la famiglia in Sri Lanka. Sono i giorni in cui lo tsunami devasta le coste del Pacifico: tra le migliaia di morti c'è anche Juliette, la figlia di quattro anni di una coppia di francesi a cui Carrère – accidentale testimone dello strazio di una famiglia – si lega. Qualche mese dopo, al ritorno in Francia, un altro lutto: la sorella della compagna dello scrittore – che casualmente si chiama anche lei Juliette – ha avuto una ricaduta del cancro che già da ragazza l'aveva colpita rendendola zoppa. Ha trentatré anni, un marito che adora, tre figlie, un lavoro come giudice schierato dalla parte dei più deboli, e sta morendo. Da questi eventi parte il testo di Carrère, da questo incontro con la perdita che divide: noi siamo ancora qui insieme, possiamo abbracciarci e contarci senza timore. L’evento tragico ha introdotto una cesura, per loro nulla sarà come prima, noi possiamo contare su una continuità con il prima. Di qui partono le “Vite che non sono la mia”, dal poter raccontare, dal poter trovare le parole in una distanza minima ma incolmabile, dal pensare di poter condividere e nel contempo in questo atto misurare una distanza enorme, come quella che misura Philippe, che si ritiene parte dei pescatori grazie alla sua lunga frequentazione di quei luoghi in Sri Lanka, ma si ritrova respinto pur credendosi uno di loro.

L’uso dei tempi nel racconto scandisce questa operazione, al tempo indicativo presente della cronaca si contrappone l’imperfetto della necessità di arrendersi all’accaduto. Ad un passato che non passa, prolungando la sua ombra sul presente, si contrappone una necessità che consegni alla memoria l’evento, operazione imperfetta, che non si può fare senza residui, senza strascichi che come cicatrici segnano di nuovo il presente. Tempi che separando l’evento collocano nell’oggi l’accaduto e nello ieri l’azione interna, consegnando al passato la propria storia vissuta sino a quel momento; si fondono e si sovrappongono nella narrazione, in cui l’uso dei tempi grammaticali cerca di introdurre un ordine possibile, una necessità di poter dire e andare oltre.

Sfuggendo a rappresentazioni retoriche catastrofiste che sconfinerebbero nell’horror, Carrère ci rappresenta l’arrivo dell’onda gigantesca, ma il senso dell’evento ci viene restituito attraverso il silenzio che cala dopo, la ricerca di notizie, il vagare a vuoto, l’essere confinati in assenza di informazioni che possano rendere conto, raccontare, trovare parole. L’evento è muto, è accaduto e lascia ora gli strascichi delle perdite, del dolore che separa.

Al ritorno a Parigi arriva la notizia che Juliette, la sorella della moglie, è ammalata di tumore e sta morendo. Il dolore che sembrava lontano fa irruzione nella vita dell’autore, lo costringe a fare i conti con questa dimensione dell’esistenza, a cercare attraverso la scrittura di colmare questa distanza, a trovare le parole per osare dirne qualcosa: la vita, la morte, l’amore e il dolore come elementi essenziali della nostra esistenza si snodano nel testo. Una storia che cerca di riannodare i fili prima che sia troppo tardi, prima che si perda memoria, che le orme sbiadiscano sino ad essere introvabili.

L’incontro con Etienne, collega ed amico di Juliette da una svolta al racconto, inserisce Etienne e, attraverso i ricordi e le parole di questi, Juliette in una dimensione diversa, ci parla di due magistrati che hanno dedicato la loro vita a combattere, dalla posizione di semplici giudici di pace, in difesa di persone sovra-indebitate e contro il para-strozzinaggio di banche e società finanziarie. Qui il testo ci offre uno spaccato della società francese (e anche della nostra), popolata di figure per cui la giustizia è una chimera, afflitte dall’impossibilità della giustizia nell’incontro con la legalità, dalla loro mancata coincidenza che li consegna ad una solitudine cui i due magistrati cercano di porre rimedio, non tanto come novelli don Chisciotte, ma come soggetti che nell’esercizio della loro professione cercano di coniugare legalità e giustizia, cercano nel labirinto delle leggi la possibilità di ritrovare un equilibrio che possa rimediare allo sbilanciamento di partenza.

La figura di Juliette assume allora uno spessore, attraverso le parole di chi la sta perdendo come amica, di chi per pudore la va a trovare quando sa di saperla sola, ritroviamo il senso di una presenza al mondo per una donna che ha saputo far i conti con la malattia, ha saputo conviverci conscia che l’esito poteva essere questo, ma ha rinunciato a perdere subito, senza clamori, in una quotidianità che è stata segnata da incontri e passioni vitali. Una donna che attraverso il lavoro egli affetti ha saputo andare oltre la malattia, non con spirito titanico e incosciente, ma come desiderio di lasciare un segno nel quotidiano, quel segno che ora si ritrova nella scrittura e viene “raccontato”, “detto” per chi l’ha conosciuta come memoria e a noi che non l’abbiamo conosciuta rimane questo scritto per capire, per interrogarci sulla sua mancanza.

Non è un banale tentativo di rielaborazione del lutto, è un tentativo di andare oltre l’insensatezza del lutto. Sherazade sopravvive perché e finché sa raccontare, l’insensatezza trova nella parola un senso, una direzione che non cancella l’esito, ma va oltre l’esito attraverso le parole dei testimoni, di coloro che possono trovare le parole per dire che anche questo è stato.

 

Ambrogio Cozzi

 

 

Angelo Villa

La mano nel cappello. Psicoanalisi ed handicap grave

Stripes Edizioni, Rho (MI), 2009, pp. 183, € 16,00

 

Un criceto nella ruota, una mano nella gabbia.

Sostenere un incontro impossibile.

Mi chiedevo ragione, mentre leggevo il libro di Angelo Villa, di una sorta di difficoltà o disagio che avevo avvertito mentre percorrevo le prime pagine del testo e che di tanto in tanto riemergeva, come per non consentirmi di avanzare troppo rapidamente, spingendomi a soffermarmi un po’ per guardare meglio e non dare per scontato il panorama. Un libro chiaro, scritto anzi con un gusto da narratore, che talvolta può far sentire il lettore come di fronte ad un romanzo: come andrà a finire? Non erano certo un linguaggio troppo astratto o specialistico, o un argomentare intricato, o un mio disaccordo con i concetti espressi a farmi esitare. Al contrario. Dunque cosa?

È con questo interrogativo come guida che tenterò di dire qualcosa del lavoro di Villa, consapevole del fatto che ‒ probabilmente per un fatto più di stile, di modo d’interrogazione, che di sostanza ‒ qualunque tentativo di entrare nel merito dei “concetti” non gli renderebbe giustizia.

La mano nel cappello è un libro scritto attorno all’esperienza quotidiana, si potrebbe dire anche alla contingenza. Una precisa, approfondita, talvolta dura indagine della pratica che mira a interrogarne ogni aspetto: i piccoli particolari che divengono abitudini condivise, come i piccoli o grandi soprusi, talvolta rimasti persino inavvertiti, persi negli automatismi del fare di ogni giorno, i buoni luoghi comuni di “integrazione” e “autonomia”, l’affaccendarsi riabilitativo che talvolta non lascia spazio ad altro, satura ogni cosa, non consentendo di dare accoglimento e ascolto al soggetto, il ruolo di tutto questo nel mascherare la posizione dell’operatore, o più in generale del “normale”, i suoi imbarazzi, le sue difficoltà, la sua impotenza di fronte all’abisso che lo separa dal disabile che vorrebbe aiutare.

Il lavoro di Angelo Villa non è una lettura comoda; punta senza sconti alle finte ovvietà che minano la pratica, che fanno lievitare l’imbarazzo da cui vorrebbero proteggere, che aumentano il disagio (del normale come del disabile) proprio con quelle azioni, spesso troppe, con cui si vorrebbe mettere quel disagio in disparte. Come pensare ad un’autonomia proprio là dove le azioni stesse, o i giudizi, o i buoni propositi dell’operatore riempiono ogni spazio, facendo coincidere l’agire del disabile “riabilitato” con il volere del normale che educa? Come pensare un’autonomia senza separazione, se è il normale stesso a “incollare” il suo giudizio e le sue aspettative a ciò che chiede al disabile, a voler modellare la vita di quest’ultimo sulla sua? Si tende appunto a non pensarla perché, se si tentasse, si finirebbe per vedere che non ve ne è una la logica; ma proprio lì sta l’intoppo: posta la domanda una volta, calata nel proprio quotidiano di “normale”, nulla si può più dare per scontato e l’interrogativo ha un costo, brucia, scava.

Eccoci dunque tornati a quella certa scomodità, difficoltà, disagio di cui avevo fatto accenno qualche riga sopra. Si tratta solo di questo? Una lettura che può spingere a interrogativi scomodi, là dove ci sarebbe stata una certa carenza nel porsene? Può essere, se è da questa posizione che si parte.

Vi è probabilmente altro da considerare, tanto più che La mano nel cappello non è un gesto di accusa o polemica; nonostante le considerazioni precedenti, non si avverte nel testo un desiderio di “mettere il dito nella piaga”, ma piuttosto di interrogare veramente, senza sconti, l’umanità che sta al fondamento di ogni incontro di cura, in primo luogo ‒ Villa ne da continua testimonianza ‒ quella dell’autore stesso, che non esista a mettere sotto la lente di ingrandimento le sue proprie impasse e che anzi sembra mirare, col suo stile e col suo modo di procedere peculiare, ad una costruzione “in soggettiva”, fondata su uno sguardo particolare di cui l’autore fa dono ai suoi lettori, base su cui costruisce anche le sue considerazioni più astratte e complesse.

Se qui troviamo buona parte del valore e della singolarità di questo libro, è pur in questo stile così atipico che intravedo nel contempo parte della radice del disagio di cui ho posto la questione. Le molte vignette cliniche, su cui poggia l’indagine e la riflessione dell’intero testo, possono rievocare l’esperienza di ciascuno lettore, ma non lasciano spazio ad alcuna immedesimazione. Tanto più lo sguardo di Villa si mostra come proprio, singolare, si fa l’esperienza di una differenza, di una distanza; se anche le occasioni possono apparire simili, è la loro lettura, la costruzione che ciascuno ne ha fatto, se ha potuto tentare, che mostra un buco in cui si può inciampare ma che solo può creare le condizioni per un effetto di soggettivazione per il lettore, a maggior ragione se ha già lui stesso voluto avventurarsi sul cammino d’indagine cui l’autore ci invita.

È su questo piano, dove i percorsi diversi di scrittore e lettore divergono o si sovrappongono formando figure sempre nuove, che l’esperienza, anche quella di aprire un libro, può diventare un’occasione d’invenzione per la propria pratica. Una teoria la si può amare o odiare, la si può far propria o respingere, la si può sviluppare o tentare di confutare. Uno sguardo lo si incrocia e non è mai una cosa facile; ma questo incrocio è anche un incontro, pur se mediato da delle lettere su un foglio di carta.

Un vero incontro ‒ proprio perché scomodo, in qualche modo impossibile perché sempre parziale, bucato ‒ è cosa comune che si tenti per lo più di evitarlo, cosa di cui nel testo si trovano molti esempi. Che si tratti di una lettura scomoda, come di una persona in difficoltà, è sempre della distanza incommensurabile dell’alterità che si tratta, è sempre da questa che si tenta di ripararsi, è sempre di essa che non può fare a meno ogni sforzo di soggettivazione, che sia di un “normale”, di un “disabile”, di un “operatore-lettore” o di uno “scrittore-analista”. Senza tale sforzo, tuttavia, ogni azione – un intervento educativo come un’elaborazione teorica – rischia di girare a vuoto: l’affannarsi di un criceto sulla sua ruota che lascia ogni cosa, in particolar modo se stesso, nel suo triste posto, pur nella fatica e talvolta con tutte le buone intenzioni. Se una lettura può contribuire a trovarsi ad essere un po’ più soggetto e un po’ meno “criceto”, varrà la pena di tentare? Il salto fuori dalla gabbia non è mai una volta per tutte e ogni dito che può indicare, testimoniandolo, che vi sono delle vie di uscita, o che si possono ricavare, è ben venuto, per quanto una mano nella “piccola casetta” possa essere inizialmente un ospite scomodo. Ad ognuno la scelta se fargli posto.

 

Marcello Morale

 

 

Leonard Cohen

Old ideas

Columbia, 2012

€ 18,90

 

Bruce Springsteen

Wrecking ball

Columbia, 2012

€ 18,90

 

Artisti vari

Chimes of freedom. The songs of Bob Dylan

Universal, 2012

€ 27,90

 

Neil Young, Crazy horse

Americana

Warner Bros, 2012

€ 20,90

 

Menù ricco, anzi ricchissimo, questa volta! Iniziamo dai ritorni, dai grandi classici, da quegli autori che insensibili all’incedere impietoso del tempo continuano a sfornare prodotti di indubbia qualità. Per l’occasione ne annoveriamo tre e, scusate se è poco, di primissima scelta. Ecco il primo: Leonard Cohen. Onestamente, mettetevi la mano sul cuore: si può parlar male del sublime ebreo errante canadese, il sensibile testimone di un’esistenza nella quale trovano voce gli umori più profondi della nostra incerta umanità? Ovviamente no, e noi non lo faremo. Il signorile vecchietto ha superato da molte lune l’età pensionabile, ma non demorde, quasi che, alla faccia di Landini, dovesse confermare le più ardite e futuriste tesi dei tecnocrati di osservanza montiana. E così facendo sforna un capolavoro dei suoi di rara e semplice bellezza, di toccante intensità. Old ideas è il titolo dell’album, come a dire o, meglio, a ribadire che cocciutamente le idee a cui Cohen rimane fedele sono sempre le stesse… Ai critici che gli rimproverano di usare solo tre accordi, lui ribatte che sono ingiusti, puntualizzando, non senza ironia, che ne conosce almeno cinque! L’uomo, si sa, ha classe da vendere, pare una sorta di Bataille in versione cantautorale. Un mistico libertino capace come pochi di intrecciare sapientemente grandi temi tra di loro, da Dio alla sessualità, alla morte… Old ideas contiene solo dieci canzoni, ma è un album, mi verrebbe da dire, sinceramente autentico. Si sente Cohen dietro le sue parole, la sua musica, nulla appare artefatto o costruito strumentalmente. Lui canta con l’anima, quasi parlasse, alla fine, mettendosi a nudo con semplicità. Chi possiede oggi quel tocco, quella grazia, quell’onestà? Old ideas è una sorta di testamento spirituale unico nel suo genere. Imperdibile.

Veniamo al secondo ritorno, quello del Boss. Wrecking ball è il nuovo cd di Bruce Springsteen. La critica si è alquanto divisa sul giudizio. C’è chi ha gridato al capolavoro, così come c’è stato chi ci è andato più cauto. Personalmente, il Boss non se n’abbia a male, sarei più d’accordo con i secondi. Indubbiamente si tratta di un bel disco rock impreziosito da sonorità irlandese, ma, a mio parere, nulla aggiunge o nulla toglie al grande cantautore americano. E’ un disco di Springsteen, nel senso più letterale del termine. La tautologia, alquanto idiota per la verità, pretende indicare quel che mi pare l’essenza del problema. In TV ho sentito Ligabue, lo Springsteen padano, tesserne le lodi. Appunto, ho pensato tra me e me. Forse, mi son detto, non è affatto un caso. Ligabue non mi piace perché mi dà l’impressione che faccia sempre la medesima canzone. Fatte le debite differenze, mi sembra l’accusa che indirizzerei anche al Boss e a quest’album. A molti, il cd del Boss è apparso epico, a me, in tutta sincerità, un po’ tronfio, pesante… Wrecking ball, la “palla che distrugge”, vuole esser un album impegnato, come si dice una volta. Sociale, popolare, a suo modo, politico, contro gli squali di Wall Street, i “grassi banchieri”, gli affamatori dell’America che lavora, della “working class”. Da questo punto di vista, il cd è anche vigoroso, forte, trascinante… Rimango un po’ perplesso di fronte a tanto ardore. Sarà, ma qualcosa mi resta indigesto, si trattasse di un giovane squattrinato e rabbioso che si prodiga a cantare simili brani ne sarei entusiasta, ma Springsteen è (giustamente) ricco. Anzi, probabilmente ricchissimo, e quindi…

Terzo ritorno è quello dell’immenso Bob. Preciso, non sua “bobbità” in persona. Amnesty International per celebrare i suoi cinquant’anni di attività ha chiamato un sacco di artisti a reinterpretare qualcosa come più di settanta canzoni di Dylan. Ne è uscito un cofanetto di quattro cd. C’è di tutto, nel senso pieno della parola. Sia in termini di qualità che di quantità. Andando da cantanti celebri, da Sting a Adele tanto per dirne due, a altri pressoché sconosciuti, passando da versioni originali a altre, poco o nulla creative o, peggio ancora, forzatamente stravolte in cerca di un’invenzione che non trovano. Occorre pur ammetterlo, l’impresa non è facile. Provate voi a rifare “Like a rolling stone” o “Mr. Tambourine man” senza scadere nel già sentito, nel dilettantismo o senza lasciarsi prendere la mano da un esasperato narcisismo… Non, non è facile. Onore, dunque, al merito e all’impegno, aldilà dei risultati che tuttavia nel loro insieme sono più che buoni. Ah, dimenticavo, il cd porta il titolo di una bellissima canzone di Dylan che viene riproposta dal grande vecchio alla fine della maratona canora: la splendida “Chimes of freedom”. Ovviamente, il cofanetto costa, ma per il suo contenuto, nonché per la causa che sostiene, io lo consiglio. Ne vale la pena, in attesa, ovviamente, dell'ultima fatica del nostro schizofrenico e proprio per questo inarrivabile profeta: Tempest. Nel frattempo, giusto per rimanere sull’argomento, ne approfitto per consigliare una lettura in tema: Un’aria da Dylan di Enrique Vila-Matas, edito da Feltrinelli. Intrigante e delizioso romanzo, ottimamente scritto, traboccante di rimandi e suggestivi echi letterari, non ultimo quello a Amleto. Decisamente originale, imperdibile per chi ama Borges.

Ultimo ritorno è, infine, quello del vecchio Neil Young, the loner. Ha pubblicato un cd che è stato fonte di un certo dibattito con il mio “pusher” di fiducia. Più di una volta, lui me lo ha proposto, dicendomi: “fidati, te l’assicuro!”. Io tiravo in lungo, storcevo il naso, fiutavo l’inganno. Tra me e me mi dicevo: “è solo una furbata per mantenersi al centro della scena, l’ultima spiaggia per un artista a corto ormai di idee, quel che ha dato, ha dato e, donc, forgettiamoci o’ passato!”. E invece no! Maledetto Neil e maledetto pure il “pusher”. Alla fine di un estenuante tira molla ho ceduto e ho acquistato Americana che non è la ristampa della celebre antologia di Vittorini. E, mannaggia, ho fatto bene. Il cd inizia con “Susanna” e termina con… “God save the queen”, ma il canadese è d’altra pasta dei Sex pistols. Risultato: un gran bel disco, per nulla scontato, dal sound corposo e sanguigno, impreziosito dalla voce inconfondibile dell’autore di “Heart of gold”. Neil suona e canta con passione e sentimento, rifà pezzi tradizionali infondendoci nuova linfa. Lo affiancano, come in tutte le sue maggiori imprese, i fidatissimi Crazy horse, i quali, come loro per primi ammettono, non saranno i più grandi musicisti sulla faccia della terra, ma suonano con l’anima e si sente. Chapeau a Neil e a suoi compari.

 

Angelo Villa

 

 

di Ursula Meier

Sister

Svizzera, Francia 2012

Produzuibe: Archipel 35, Vega Film in coproduzione con RTS Radio Télévision Suisse, Bande à part Films

Distribuzione: Teodora Film e spazioCinema

 

Il gioco invertito delle parti

A raccontare questa storia di infanzia negata arriva una favola grigia che, come tutte le favole, funziona in ogni tempo (anche in tempo di crisi) e, come ogni grigio, stempera il colore vivo del cambiamento.

Il film tratteggia una condizione che sta lì, ferma, senza evolvere, senza mutare e senza neppure essere corretta. Chi va al cinema perché della storia vuole sapere come va a finire, sappia che il film va a finire come è iniziato. Ma ciò che conta è cosa viene mostrato e soprattutto come.

L’inquadratura di apertura è per il primo piano di un water su cui sta appollaiato un ragazzino che ficca nello zaino diversi oggetti da neve, indossa un passamontagna, su di esso un casco, ancora una tuta da sci, delle calzature professionali, anche gli occhiali antinebbia. Ma lui non sa neppure sciare; sa rubare però. Quando esce dal bagno si porta fuori, sulle piste di una stazione sciistica svizzera, dove ci sono quelli ricchi che fanno la bella vita, che se la spassano sulla neve. A costoro il ragazzino sottrae sci e accessori che poi rivende per guadagnarsi da vivere. A fine giornata prende la funivia e scende a valle, a casa sua, una zona nuda occupata da case popolari e da terreno incolto. Ogni giorno è sempre lo stesso spostarsi dalle zone basse e stagnanti di casa sua alle alture biancheggianti delle piste turistiche, dall’inferno al paradiso. La desolazione del paesaggio interiore del protagonista sta tutta in un rapporto smembrato con la sorella, una sbandata di circa il doppio dei suoi anni. Nessun altro vive nella loro casa. Lui porta avanti la baracca, lei un po’ lavora un po’ no, se la spassa con dei bellimbusti, beve volentieri alcolici.

La trama della storia sta concentrata sugli zampilli di amore feroce, bugiardo, traditore, squilibrato che la “sister” del titolo mostra al fratello, che poi fratello non è. Lo veniamo a sapere a metà della storia che Simon, il nostro giovane ladro, chiama sorella colei che invece è sua madre, ma che sua madre non voleva diventare. L’impalcatura mentale che ci siamo costruiti fino a metà storia e ci ha fatto immedesimare nelle carni di un piccolo orfano con una sorella debosciata si devono riadattare a una nuova visione: un bambino chiama sorella la donna che sa essere sua madre a cui egli stesso fa da padre. L’esasperante stravolgimento dei ruoli è devastante per chi vede questo ritratto disegnato con mano delicata e asciutta.

Senza fare fracasso scenografico, ogni fotogramma ci trasferisce il dolore assordante di un preadolescente che della giovinezza ha solo la pelle e la corporatura, un piccolo adulto che non ride e non gioca. Senza amici, senza parenti toglie oggetti a chi ne ha tanti per darne un po’ a sé e a colei che di lui poco si cura. Gli adulti nel film sono di sue categorie: quelli a cui Simon ruba gli oggetti e quelli a cui Simon vende gli oggetti rubati. Poi c’è la madre/sorella, dissipata nello sguardo a cui Simon, almeno una volta nel film, chiede di fargli fare il bambino, implorando un abbraccio di mamma nella notte fonda. Ma lei non vuole. Allora lui le mette sotto il naso 200 bigliettoni. Lei gli concede l’abbraccio e si prende i soldi.

Non una sbavatura retorica nell’esposizione filmica che riduce all’osso le parole e anche la visione delle componenti emotive derivate dai gesti degli interpreti che ruotano intorno a se stessi senza cambiare strada, senza scappare, senza fermarsi. Continuano imperterriti il drammatico gioco delle parti invertite. Fino a che Simon ci prova a cambiare, a sfuggire al meccanismo, a rimanere una notte, da solo, lì, sulla montagna del paradiso. Però dopo, per la paura e il freddo piange e all’alba corre per ritornare a casa, la sola, l’unica casa che conosce. Mentre è sulla funivia che scende, dal vetro incrocia lo sguardo di una donna che è nella funivia che sale. E’ sua sorella che sta andando a cercarlo. E ancora una volta le loro strade si incrociano ma le direzioni sono opposte. E siamo di nuovo al punto di partenza. E anche se io spettatrice ho imparato il segreto della relazione tra i due personaggi continuo a voler chiamare la donna “sister”, non mamma. Anche questo, alla fine del film, non cambia. Ma quegli sbagli di amore cui ho assistito sono immagini, meravigliosamente squilibrate, che si incastrano nella memoria. Da vedere per reagire.

 

Cristiana La Capria

 

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