Intervista a Sveva Sagramola

INTERVISTA A SVEVA SAGRAMOLA. Sveva è autrice e conduttrice di programmi televisivi, regista e documentarista. Ha sempre lavorato in Rai dove i temi sociali e di costume hanno caratterizzato la prima parte del suo percorso professionale, con programmi dedicati all'universo giovanile o ai temi di attualità. Inizia a occuparsi di ecologia e ambiente con Professione natura e dal 1998 è alla guida di Geo&Geo in onda tutti i giorni in diretta su RaiTre per il quale ha realizzato 37 reportage da varie zone dell'Africa e del mondo, sui problemi dello sviluppo sostenibile e della conservazione della natura, occupandosi anche delle grandi emergenze umanitarie e ambientali dei Paesi in via di sviluppo.


Sveva Sagramola è autrice e conduttrice di programmi televisivi, regista e documentarista. Ha sempre lavorato in Rai dove i temi sociali e di costume hanno caratterizzato la prima parte del suo percorso professionale, con programmi dedicati all'universo giovanile o ai temi di attualità. Inizia a occuparsi di ecologia e ambiente con Professione natura e dal 1998 è alla guida di Geo&Geo in onda tutti i giorni in diretta su RaiTre per il quale ha realizzato 37 reportage da varie zone dell'Africa e del mondo, sui problemi dello sviluppo sostenibile e della conservazione della natura, occupandosi anche delle grandi emergenze umanitarie e ambientali dei Paesi in via di sviluppo.

 

Com’è nato il suo interesse per le tematiche ambientali? Che incidenza hanno nella sua quotidianità e nel suo lavoro?

L’interesse è nato ormai tanto tempo fa, perché sono già 16 anni che conduco Geo & Geo, quando ai tempi le tematiche ambientali iniziavano ad affacciarsi, ma ancora non erano IL tema. Piano piano, però ci siamo resi conto che la tutela ambientale o lo sviluppo sostenibile sono diventati degli imperativi di cui tener conto nel nostro tempo. Il problema grande è che l’uomo ha l’arroganza di poter pensare che ad ogni danno fatto c’è sempre il tempo o il modo per porre rimedio. La rivoluzione culturale vera e propria, quella che fa capire che non si può più inseguire semplicemente le logiche di profitto al di fuori di sistemi complessivi di rispetto ancora non c’è stata. Io sono ben contenta di poter parlare quotidianamente, in maniera semplice e diretta, ad un pubblico molto vasto argomenti che poi rientrano o dovrebbero rientrare, ovviamente, nel vivere quotidiano.

Di recente ha pubblicato il libro Secondo natura, impariamo a vivere bio. Ma che cosa significa, concretamente, imparare a vivere bio?

Siccome io credo profondamente che noi abbiamo un potere enorme, nel modo che abbiamo di consumare, per poter cambiare le cose. Bisognerebbe partire dall’inizio, ovvero scegliere di consumare quei prodotti o quei sistemi di produzione che adottano strumenti di produzione più rispettosi dell’ambiente. Sarebbe un primo passo già più che importante. Se gran parte di noi si affidasse a questa sorta di scelta, nel modo di scegliere i prodotti di consumo quotidiano, pian piano l’intero mercato si adeguerebbe a questi standard. Sono conscia del fatto che mangiare biologico può essere difficile, anche perché è caro e spesso può essere difficoltoso orientarsi in un mondo che ragiona diversamente. Però penso che sia una scelta valida spendere di più per avere la garanzia di un determinato processo di produzione o, comunque andare a scegliere una vendita diretta per conoscere di persona coloro che producono il prodotto finale ed instaurare un rapporto. In sostanza, imparare a vivere bio significa cercare, per quello che uno può e con i propri mezzi, di alleggerire il peso che l’uomo ha sui sistemi naturali.

In quanto mamma, che consigli si sente di dare a quei genitori che vogliono trasmettere la passione e l’amore per la natura ai propri figli?

Innanzitutto di portare i bambini all’aperto il più possibile. Portarli nella natura per imparare a viverla. Conoscere le piante, giocarci; toccare e pasticciare con la terra. Bisogna insegnare ai bambini di non avere paura della natura. E’ un approccio che, probabilmente, i bambini avrebbero in maniera naturale, ma in un mondo dove siamo sempre più rinchiusi va incentivato. Cercare il più possibile di stare all’aria aperta, spingere i bambini al contatto con altri bambini e al giocare e al conoscere l’esterno. I bambini, purtroppo, nascono oggi con le tecnologie già in mano. Fa impressione vedere come sappiano adattarsi a queste situazioni “nuove” e non riescano più a rapportarsi allo stesso modo con l’esterno. Un po’, sia chiaro, ci vuole, ma non solo quello.

Basandosi sulla sua esperienza nell’ambito della comunicazione, che cosa possono fare, concretamente, i mass media come radio, televisioni, ma anche siti web e social network, per promuovere stili di vita eco-compatibili?

Innanzitutto devono raccontare la verità, come stanno realmente le cose, perché un gesto all’apparenza futile ha tutta una catena di conseguenze. L’informazione, quindi è una componente veramente importante in questo processo. Poi credo che, per fortuna, è cambiata la mentalità, soprattutto nei giovani. I ragazzi crescono con la consapevolezza che la sostenibilità ambientale sia un valore. Mi dispiace vedere, sui social network o nei concorsi scolastici che spesso vengono promossi, che questa generazione è molto pessimista sul proprio futuro. Spesso ci scontriamo con logiche di profitto, ma sono spaventata dal fatto che in queste visioni ci sia spesso la voglia di mettersi a “fare” qualcosa per cambiare. I media devono proporre la volontà al cambiamento.

Ha fatto numerosi reportage in varie zone nel mondo riguardanti i problemi dello sviluppo sostenibile. Che cosa possiamo imparare noi “cittadini dei paesi sviluppati”, da progetti che hanno come obiettivo quello di coniugare la tutela ambientale e lo sviluppo economico?

Il problema è che loro devono imparare un modello che non è stato nostro. Quello che c’è molto forte in quei paesi, che noi abbiamo perduto, ma che per loro è realmente un valore, nonostante le situazioni a volte anche estreme di povertà, è il concetto di comunità. Un senso di legame reciproco, una sorta di rete di persone che dalle nostre parte non esiste più e dovremmo iniziare a recuperare. Inoltre non avendo grosse possibilità, la gente nei paesi in via di sviluppo non è sovraesposta alla società. Noi dovremmo iniziare ad imparare il valore dello “spegnere tutto” e riprendere a vivere la quotidianità del sapersi confrontare. Viviamo una società in cui ci stiamo isolando sempre di più pur essendo sempre più connessi. Noi siamo divisi pur essendo collegati, mentre in quei paesi si è sempre più uniti, proprio in virtù del concetto di comunità.

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