Sguardi plurali sul nido. I modi e i luoghi dell'integrazione con il privato sociale

Sguardi plurali sul nido

I modi e i luoghi dell'integrazione con il privato sociale


Sguardi plurali sul nido

I modi e i luoghi dell'integrazione con il privato sociale

In cooperativa Stripes sin dai primi anni novanta e ancor più in questi ultimi anni, come espressione concreta di questo “pensiero plurale”, abbiamo sperimentato insieme alle amministrazioni pubbliche alcune formule gestionali integrate e diversificate dei servizi rivolti alla prima infanzia, al fine di coniugare concetti apparentemente inconciliabili come la qualità e la sostenibilità economica, l'equità e l'eccellenza, la flessibilità e il rispetto della coerenza educativa di un progetto.

 

Dafne Guida*

 

Mi piace pensare alla pluralità di sguardi come all'esame accurato di tanti diversi aspetti di un fenomeno, come alla fase analitica che precede la sintesi di una esperienza. A mio parere infatti serve più di uno sguardo per cogliere la realtà, soprattutto se si tratta di realtà complesse e di non facile lettura.

In cooperativa Stripes sin dai primi anni novanta e ancor più in questi ultimi anni, come espressione concreta di questo “pensiero plurale”, abbiamo sperimentato insieme alle amministrazioni pubbliche alcune formule gestionali integrate e diversificate dei servizi rivolti alla prima infanzia, al fine di coniugare concetti apparentemente inconciliabili come la qualità e la sostenibilità economica, l'equità e l'eccellenza, la flessibilità e il rispetto della coerenza educativa di un progetto.

Questo nostro tentativo è stato ed è tuttora ispirato dall'idea e dalla convinzione che il reciproco riconoscimento tra amministrazione pubblica e privato sociale sia possibile ed auspicabile. Le culture che coabitano in un territorio non possono essere considerate come “isole cognitive” tra loro incomunicabili. Esiste un dinamismo intrinseco a ciascuna cultura (di servizio in questo caso) che la rende sempre permeabile all'incontro con culture “altre”. Se ciò non avviene è perché spesso si guarda all'incontro tra culture diverse con una visione statica invece che con una tensione prospettica che accolga il pluralismo degli approcci.

Abbandonando queste considerazioni generali per andare alla ricerca dello specifico di cui è portatore il privato sociale nei processi di integrazione con l'Ente Pubblico, si può partire dalla constatazione che per quanto riguarda i servizi socio-educativi (come il nido), sempre più negli ultimi anni emergono alcuni bisogni all'interno delle nostre città e comunità; bisogni che in buona parte dipendono da un “allentamento” generalizzato delle reti sociali naturali (se non da una loro vera e propria scomparsa) e quindi da una forte contrazione delle funzioni di cura ad esse collegate.

Consideriamo allora i principali bisogni emergenti:

- un incremento della domanda di servizi

- la richiesta di nuove tipologie di servizi

- la trasformazione delle aspettative dei cittadini rispetto alle caratteristiche dei servizi offerti (più flessibilità, coerenza costi/benefici, più articolazione, più qualità, più informazione).

A fronte di questi bisogni emergenti, da parte delle amministrazioni pubbliche c'è stata e c'è la necessità del contenimento dei costi: il ricorso al privato sociale è stato spesso interpretato dagli enti pubblici come una strategia di contenimento dei costi di gestione e un'opportunità per rinnovare e rendere flessibile l'offerta dei servizi, anche in virtù del modello organizzativo-gestionale proprio dell'impresa sociale.

E' importante ribadire che le cooperative sociali non nascono con l'obiettivo di gestire servizi: questa è una delle maggiori evidenze della stessa legge che le istituisce. La legge 381 del 1991 dice infatti che le cooperative sociali “hanno lo scopo di perseguire l'interesse generale della comunità, la promozione umana e l'integrazione sociale dei cittadini”: la gestione dei servizi socio sanitari ed educativi sono un mezzo e non un fine.

Ma allora, attraverso quali parametri si può descrivere il loro ruolo in quei processi di integrazione con l'Ente pubblico di cui stiamo parlando?

Si può dire che la cooperazione sociale, superando il solo ruolo, già ampiamente sperimentato di soggetto gestore, può oggi candidarsi a pieno titolo ed efficacemente svolgere quello di cerniera nell'attivazione di processi di sussidiarietà verticale e orizzontale.

In quest'ottica le amministrazioni locali possono avere un ruolo essenziale, scegliendo di far diventare le cooperative un partner strategico nella fase di progettazione sociale; le amministrazioni locali “giocano” in modo nuovo le loro funzioni di titolarità nell'area dei servizi sociali e socio-sanitari, agendo prioritariamente la funzione di indirizzo, quella di programmazione, di controllo e quella di tutela del cittadino.

Naturalmente rimangono da individuare i tempi, modi e luoghi in cui le culture educative e pedagogiche, forse anche imprenditoriali, del privato sociale e del pubblico si incontrano. Solo così si potrà dare luogo a quei processi di meticciamento, di mescolanza e di pluralità di sguardi dei quali abbiamo parlato al principio del presente articolo.

Per attivare un processo di integrazione tra le diverse “culture di servizio” occorre confrontarsi tra servizi pubblici e privati in merito ad alcuni spinosi temi attuali: la flessibilità, la qualità, la professionalità.

 

Il mito della flessibilità

Nella nostra società questo termine ha da tempo assunto una centralità perfino inquietante. Si tratta di un mito, di uno slogan indiscusso tipico dei nostri tempi nei quali, come sintetizza bene il sociologo-filosofo polacco Zygmunt Bauman, le relazioni amicali e lavorative sono sempre più “liquide” ovvero precarie, non stabili.

Il mito della flessibilità influenza sia il modo in cui i servizi sociali vengono percepiti e vissuti, che la modalità nella quale vengono costruiti e proposti. E’ questo il mito che ispira la richiesta e la ricerca continua di:

- Modelli di nidi diversi dal modello tradizionale: nidi innovativi, ovvero che offrono approcci originali, accattivanti, inediti, “nuovi”.

(Riteniamo sia importante affrancarsi anche dal pericoloso mito della novità a tutti costi! come se nuovo fosse di per sé “bello, efficace, giusto”).

- Nidi ultra-flessibili ovvero in grado di comporre la dicotomia tra le esigenze dei bambini e quelle dei genitori. (Ad es. alcuni “nidi parcheggio”, che aprono e chiudono nel giro di una stagione).

Crediamo esista un confine invalicabile (teniamo a mente il concetto di confine che in educazione ha una sua valenza importante) oltre il quale non è possibile spingere la flessibilità dei servizi senza snaturarli: questo confine è segnato dalle esigenze di cura, benessere, socializzazione e apprendimento dei nostri principali interlocutori, ovvero i bambini.

Quindi, se da un lato occorrerà approfondire la ricerca per formulare delle proposte di servizi che vadano incontro alle richieste di cambiamento, innovazione, flessibilità, dall’altra occorrerà vigilare affinché le esigenze dei bambini e dei genitori non siano piegate a quelle di un mercato che fa ancora fatica ad applicare la legislazione in materia di congedi parentali, a tutelare la maternità, a garantire posti di lavoro alle donne con figli, a non precarizzare selvaggiamente il lavoro in nome della flessibilità.

Tornando all'ambito dei servizi educativi e della loro organizzazione, la flessibilità non può essere confusa in alcun modo con la precarietà.

Non con la precarietà organizzativa: essere flessibili non può voler dire improvvisazione o instabilità, anzi, soprattutto per il nido occorre una organizzazione del servizio in tempi e routine stabili, prevedibili e significativi. La flessibilità deve essere intesa come capacità relazionale ed organizzativa delle educatrici di adattare caratteristiche e obiettivi dell'istituzione a ritmi e bisogni del bambino e della sua famiglia. Essere flessibili non significa mai improvvisare bensì saper riformulare l'assetto organizzativo facendo fronte, con intelligenza e senso pratico, alle contingenze, ai nuovi bisogni, alle necessità.

Né con la precarietà nei rapporti contrattuali di lavoro: per sperimentare modelli di servizi flessibili ed innovativi improntati alla qualità, è importante poter contare su un'equipe educativa coesa, forte e motivata ad intraprendere nuove strade che potranno portare frutti nel medio periodo, piuttosto che su educatrici precarie e quindi perennemente alla ricerca di nuove dimensioni professionali che diano loro maggiori certezze.

 

La qualità come risultato della ricerca

Assai spesso in questi ultimi anni viene utilizzato il termine qualità per promuovere o vendere, un bene, un prodotto o un servizio che spesso ha una certificazione di qualità.

La riflessione che porto alla vostra attenzione oggi verte su una domanda: cos'è la qualità nell'asilo nido?

Proviamo a rispondere in maniera sintetica: è la concretizzazione di una capacità, quella dell'equipe educativa, di creare ambienti accoglienti e sereni, precondizioni fondamentali per favorire l'evoluzione del bambino e per strutturare rapporti significativi con le famiglie.

Questo obiettivo si raggiunge con il mix di diversi elementi: la qualità è intesa come il risultato di  una significativa coralità interdisciplinare e partecipativa (anche delle famiglie) che contribuisce nel tempo a promuovere al nido una “vocazione” per la ricerca che, se nutrita e ben conservata, lo connoterà definitivamente all’insegna dei servizi di qualità; per determinare la buona riuscita del percorso qualitativo al nido devono essere inoltre  riconosciute come indispensabili alcune caratteristiche proprie del profilo professionale delle educatrici e delle insegnanti: robuste competenze culturali, capacità di ascolto, di dialogo, di orientamento nei confronti dei bambini e delle loro famiglie.

Elementi costitutivi di un approccio qualitativo ai servizi sono: ricerca continua sugli approcci metodologici ed educativi; criteri di selezione del personale chiari e codificati; formazione del personale; condivisione di obiettivi e misurabilità degli stessi; collegamento con il territorio; occasioni di informazione e formazione per le famiglie; momenti di programmazione strutturati; condivisione delle finalità del servizio con la stazione appaltante, igiene, sicurezza, derrate alimentari, attrezzature, giochi e materiale di consumo idonei e in linea con le normative vigenti.

Ciascuno di questi elementi ha una propria importanza ma solo se inserito in un più ampio e complesso progetto educativo.

Diventa inoltre importante e prioritario, seppure non sufficiente, dotarsi oggi di strumenti di rilevazione della qualità percepita e di strumenti di monitoraggio e aggiornamento degli indicatori di qualità. Ogni strumento di valutazione della qualità dovrebbe indagare:

1) l'accessibilità e l'utilizzo dei servizi

2) l'ambiente

3) le attività di apprendimento

4) il sistema delle relazioni

5) il punto di vista dei genitori

6) la comunità

7) la valutazione della diversità

8) il rapporto costi/benefici

9) i valori etici

 

Elementi costitutivi del profilo professionale delle educatrici

Ricordo il settembre del 1991, circa 22 anni fa, quando io e tre educatrici ci apprestavamo, come neonata cooperativa sociale, ad aprire un micronido comunale in un comune dell'hinterland milanese: Paderno Dugnano. Il micronido andava ad aggiungersi ad altri due nidi comunali storicamente e solidamente inseriti nel territorio, qualitativamente validissimi. Dopo le prime difficoltà dovute ad una reciproca diffidenza o meglio non conoscenza, i tre coordinatori dei servizi hanno cominciato a condividere percorsi formativi comuni, ad organizzare eventi insieme e in contemporanea nei tre nidi comunali (ad es. la prima mostra fotografica per i 20 anni di servizi per l'infanzia nel 1994, un Convegno con Kuno Beller nel 1995, un corso rivolto a tutte le educatrici, della cooperativa e comunali, sulla creazione di un libro giocattolo e sulla costruzione di un gruppo 'internido'). Uno dei preconcetti, dei miti che in quegli anni si “percepivano nell'aria” era la convinzione che le educatrici della cooperativa non potessero avere la “stessa professionalità delle operatrici del comune”. La  scommessa in effetti era ardua: era importante, e lo è ancora più oggi, garantire la professionalità attraverso lo strumento della formazione, ovvero prevedere sessioni formative di carattere teorico e pratico molteplici e sostanziose. Come cooperativa abbiamo fatto quella scelta, prevedendo spese di formazione, il riconoscimento di tutte le ore di auto-formazione e di aggiornamento, la partecipazione a convegni, giornate studio, a gruppi di lavoro con gli altri asili nido.

Da allora, in modo progressivo e collegiale abbiamo ragionato sulla dimensione professionale dell'educatrice di nido che avremmo desiderato incontrare nel “nido ideale”.

La professionalità dell'educatrice è dunque oggi per noi il prodotto di tre prospettive professionali:

  • professionalità “sociale”
  • professionalità “psicologica”
  • professionalità “didattica”

Le educatrici che lavorano per la Coop. Soc. Stripes, (che, ricordiamo, ha alle spalle 25 anni di “storia cooperativa”), coniugano oggi i tre aspetti costitutivi della competenza educativa realizzando una sintesi interessante tra saperi pedagogici (teoria) e la loro traduzione operativa (pratica).

La sfida è quella di continuare a sviluppare sguardi plurali come uno dei modi per rinnovare il senso del proprio lavoro ogni giorno, capaci di entusiasmarsi nel confronto con l'alterità.

 

*Direttore generale Coop. Soc. Stripes Onlus

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