A due voci

Ambrogio Cozzi e Angelo Villa


 

Grunberg Arnon

 Il rifugiato

 Instar Libri, Torino, 2007, pp. 359, € 18.00

 

Angelo Villa

Potrebbe essere non del tutto irrilevante prestare attenzione al momento in cui si legge un libro.

L’occasione particolare, la situazione, quella determinata fase della propria esistenza o, che ne so, l’eco interiore di quanto sta accadendo all’esterno condizionano in maniera decisiva lo stato d’animo che orienta la lettura, ma anche la valutazione soggettiva di un’opera. Ripresi in mano a distanza di anni certi libri perdono totalmente il fascino che all’epoca possedevano. Così come , ovviamente, può accadere il contrario. Ci si accorge solo ora di qualità inavvertite che il testo possedeva. Per farla breve, ciò significa una cosa, nello specifico. La lettura è un atto. Come la scrittura, del resto. Ovviamente, giocata su un piano differente. Va da sé, per l’appunto, che un atto non è mai puro, pulito come lo si vorrebbe. Ora in un modo a in un altro si trascina dietro fantasie e ossessioni, preoccupati e aneliti, tutto e il contrario di tutto. Sia come sia, il romanzo di Arnon  Grunberg , Il rifugiato, mi è piaciuto tantissimo. Ben articolato nelle sue parti, percorso da una scrittura densa e compatta, capace di saldare efficacemente tra di loro la descrizione con enunciati illuminanti,  Il rifugiato è un testo di una lucidità quasi totale e assoluta. Una fotografia impietosa (potrebbe essere altrimenti?)  della condizione che è propria agli esseri umani che abitano quella parte del mondo chiamato Occidente, l’Europa nello specifico. Di nome, il protagonista  fa Christian, e forse non è un caso. Di cognome, fa Beck, diminuitivo (azzardo) di Beckett? L’ipotesi potrebbe risultare non infondata, perché  Beck trova proprio nello scarto la cifra essenziale della sua esistenza. Un identico destino lo accomuna, in tal senso, alla sua compagna. O a una prostituta con cui ha frequenti rapporti sessuali. O, infine, al nord africano con cui l’”uccellino”, per l’appunto la sua compagna, finirà per sposarsi. Tutti sono familiari allo scarto, in larga parte lo sono. 

Beck ha rinunciato alla speranza. Non crede nel linguaggio o nelle illusioni del mondo. Fa l’amore con altre donne, lo evita  con sua “moglie” che è donna, madre, sorella. Lui è abitato da un vuoto, brutale e feroce, perché privo di contorni, di abbellimenti. Un buco, punto e basta. La fossa a cui è fedele e che, puntigliosamente, si scava. In una parola, facendosi fuori da solo. Perché, dunque, il romanzo di Grunberg mi ha affascinato? Non dirò niente sulla trama.Vorrei unicamente soffermarmi sulla tensione che lo scrittore olandese abilmente ricrea. Si avverte sensibilmente la carica latente che attraversa Il rifugiato. Un libro violento, ma di una violenza strisciante, subdola.  Mal  rinchiusa in un universo di claustrofobia  che si nasconde dietro un’immagine di sospetta tolleranza. Lo scarto è il triste e cupo riflesso di una separazione che non c’è stata e che Beck ripropone, fedelmente, nella sua incompiutezza. La pulsione è fuoco sotto la cenere, furore anarchico sotto il conformismo sociale. Beck mette le distanze tra lui e il mondo, tra lui e quel che non vuol comprendere. Può bastare a salvarsi? Può servirsi per tenersi al riparo, tirare a campare? Qui il romanzo dello scrittore olandese è portentoso. Perché mostra il nodo cruciale che alimenta la violenza, che impone lo scarto. Ecco il punto che mi ha colpito, un’illuminazione che ha reso chiaro un equivoco che non è sempre agevole districare. Lo sintetizzerei così: la diversità non è la differenza, ma la sua negazione, il suo rigetto. Il protagonista e la sua compagna formano una coppia anticonformista. Sono complici e solidali tra loro, nella paradossalità di un amore senza sesso. Il sesso senza amore lo cercano altrove. A metà strada tra perversione e beneficenza. Quando, fuori di sé, la sventurata prostituta gli intima di scoparla, Beck ha un raptus violento, le cava un occhio. La ferisce, non senza pensare d’averla uccisa. Distruggendo lei, distrugge la sua domanda.  L’odio del rassegnato protagonista del romanzo ha un obiettivo: la donna. Si specchia in quello che la sua compagna vive  per una sessualità che non riesce a raggiungere se non avendo rapporti con  rifugiati o disperati. Sia lui che lei sono conniventi in questa eliminazione dell’alterità  all’interno della coppia. Stanno insieme evitando di giocare la partita che l’assunzione della differenza (o della diffidenza?) sessuale sollecita  tra un uomo e una donna. Fanno come se non ci fosse. E’ la forza morbosa della coppia che solo la malattia di lei sconvolge. Come la bambina che miagola piangendo identificandosi al gatto che ha  perduto, così Beck è tragicamente  lui stesso questo oggetto, la sua compagna , quando lei non c’è più. La soglia della follia è stata allora varcata.                    

 Metafora esemplare delle contraddizioni del mondo attuale, il romanzo di Grunberg vale più di un saggio. Leggetelo e fateci un pensiero sopra. Niente è senza causa.

 

Ambrogio Cozzi

In una recente discussione all’interno della redazione mi soffermavo, a proposito di multiculturalismo, su un fatto. Vediamo spesso donne rom che chiedono l’elemosina, con in braccio bambini di pochi mesi; che trascorrono la loro giornata in metropolitana o all’angolo delle strade anche con il maltempo. Se questi gesti fossero compiuti da donne italiane, dopo pochi giorni interverrebbero al minimo i servizi sociali per sospetto maltrattamento di minore. In questi casi invece non succede nulla.

Debbo alla cortesia ed alla franchezza di un redattore un’osservazione importante, la cui rilevanza mi era allora sfuggita. Lui poneva l’accento sull’esclusione di partenza che mette questi gesti al riparo della legge. La diversità diviene una terra di nessuno, un rifugio, un recinto all’interno del quale valgono altre leggi, ma ciò a partire da un’esclusione primaria che, nel mentre li sottrae alla legge, li condanna ad una marginalità totale. Il legame che istituisce Angelo Villa nella pagina precedente tra diversità e negazione della differenza mi sembra ben esemplificato da questi fatti, a patto di rilevare anche il rapporto con la legge e la colpa, che è ben presente nel libro.

Partiamo dalla diversità e dalla negazione della differenza. C’è un colloquio (p. 251) illuminante in proposito: “…io posso benissimo lasciarti da solo, posso lasciare da solo quasi chiunque. Tu e io siamo simili. Ho cominciato ad assomigliarti.… Come se contasse qualcosa chi dei due non può lasciare solo l’altro. il risultato è lo stesso....”. L’uno e l’altro si confondono in una in distinzione basata su una tolleranza repressiva e su una dedizione feroce, che permeano il testo di violenza. Violenza diffusa, che ritroviamo anche nella vacanza in campagna per imparare a fare il formaggio di capra, ultimo desiderio dell’uccellino morente. Lì l’odio per il luogo incarnato dalle due sorelle, l’assenza di luce, il deserto umano, fanno da contrappunto ad una cortesia che suona falsa e di maniera e pare attendere solo l’esplosione. Accentuato dalla fatica dei gesti quotidiani delle due sorelle che ritraggono una tensione che attraversa la quotidianità, tutto sembra in attesa di conflagrare sotto l’apparenza.

Ma anche quando accadono episodi che fanno saltare gli equilibri, come quello in cui Beck cava l’occhio alla prostituta nel bordello, non accade nulla. Non accade nulla poiché la legge non interviene a sanzionare l’accaduto. L’agito non viene raccolto, non trova una legge che lo limiti, condannando Beck a rimanere oltre il confine. Lui si impegna, va dalla polizia, cerca di capire se verrà condannato, quale sarà la pena; ma tutto cade in una sorta di indifferenza burocratica. Altri eventi più importanti incombono. Non è che il fatto passi inosservato, Beck subisce la riprovazione sociale, un poliziotto non gli esterna il proprio schifo, viene espulso dalla cerchia del bordello, ma non è questo che conta.

Beck cerca altro: “Più ci pensava, più giungeva alla conclusione che non sapeva che cosa fosse successo, e soprattutto perché fosse successo. ...Più si concentrava su Sosha, più gli si affacciavano alla mente vecchie immagini strane, immagini di tanto tempo prima: una passeggiata in un paesino, un lago e una barca che sta per mollare gli ormeggi, lui che corre sul pontile ma arriva troppo tardi. Così ricordava la sua vita, come foto delle vacanze mai scattate”.

Solo l’incontro con la legge potrebbe legare il soggetto e l’agito, restituire una responsabilità al soggetto, scattare quella fotografia mai scattata che fermi il soggetto, lo leghi al tempo e al gesto, ma ciò non accade. La riprovazione sociale lascia tutto come prima, conferma ciascuno nelle proprie posizioni reciprocamente escludenti, rassicura ma mette al riparo dalle assunzioni di responsabilità e dalle contaminazioni reciproche che potrebbero interrogare sulla labilità dei confini e sulla loro permeabilità, includendo anche attraverso la sanzione. Qui l’illusione della bontà è funzionale alla rassicurazione, che raddoppia l’esclusione nel mentre si finge tollerante. Il legame che Marcuse aveva analizzato tra tolleranza e repressione viene mostrato nella sua duplicità di mettere al riparo i due mondi, nel mentre ne mette in scena la coesistenza separata.

Le cose non vanno meglio quando il fatto viene ripreso in un momento successivo, quando la stampa istituisce un legame tra l’attentato ed il racconto di Beck. In questa ripresa assistiamo ad una spettacolarizzazione della colpa, che riprende ed amplifica a livello di massa la reazione di schifo, di lontananza, senza introdurre alcuna sanzione, anche perché in questa seconda fase la sanzione è impossibile, troppo labile il legame tra l’evento e il soggetto. Il primo fatto viene ripreso in termini strumentali, atti a rappresentare il diavolo, non certo ad introdurre un legame attraverso la legge. Più il diavolo è brutto più è lontano da noi, distante, altro totale. Per questo interviene la spettacolarizzazione, per porre le distanze, per accentuare le diversità e le mostruosità.

Forse anche su questi aspetti dovremmo interrogarci, invece di limitarci a sentirci rassicurati dal termine multiculturalismo.

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