A due voci

Angelo Villa e Ambrogio Cozzi


 

Lander Leena

L’ordine

Iperborea

Milano, 2006, pp. 352, € 16,50

 

 

Angelo Villa

Un ragazzo di neanche quindici anni, uno di quelli che, per lavoro, mi capita d’incontrare mi racconta di come ha passato le vacanze. Mi dice, subito, bene, anche se non si è mosso dal paese. Era in punizione, per via di una bocciatura che ha traumatizzato la madre professoressa. Ha girato per il parco, frequentando i suoi amici più grandi di lui. Moto e motorini. La piazzetta, il bar. Il mondo è quello. Eravamo lì, aggiunge, una sera. Un vecchio ha picchiato un mio amico e noi lo abbiamo picchiato. Me ne parla così, senza che il suo volto tradisca un’emozione, lasci intendere un pensiero. Il vecchio era infastidito dal chiasso, mi par di intendere, loro gli sono saltati addosso. Poi è arrivata la polizia, ma questa è già un’altra storia…

Indubbiamente il ragazzo ha, come si suole dire, dei problemi. Li deposita, come vistosi vasi di gerani, sul davanzale della sua immagine. Chi ci passa davanti, anche sbadatamente, li nota. Ma lui? Una apparente coltre di stupidità, di patologica inavvertenza tiene a debita distanza il gesto e la colpa, quasi fossero due estranei. Un taglio che fa risaltare la brutale insensatezza del gesto, raddoppiandola. Gide narrava dell’atto gratuito, James Dean ha immortalato il mito demente del ribelle senza causa. Ma, mi pare, l’aggressione del ragazzo, la meccanicità della sua risposta non sembrano rispondere ne all’uno ne all’altro. Che dire? Dostojeskj o Kafka, con i loro fantasmi superegoici, sono echi d’un’altra sensibilità…

Forse è proprio qui che la violenza rivela il suo volto più crudo, quando si mostra nella sua disarmante nudità, figlia sincera della pulsione. Per contagio, la scena che le fa da contorno appare essa stessa confinata in una sorta di vuoto onnivoro che sbigottisce. Espressione di un malessere che si appiattisce nell’anonimato del quotidiano, dove la sofferenza o il disagio non riescono a elevarsi a una emblematicità tragica. Sì, perché, in fondo, tocca al tragico offrire al dolore un dono, avvolgendolo con una magia perfida che lo trapassa da parte a parte, sottraendolo così a quella oscura contingenza in cui rischia di inabissarsi. E’ un fascio di luce violenta che lo stravolge e quasi lo redime, conferendogli dignità e rispetto. Il dolore diventa esperienza, sancita e riconosciuta come tale, non è più un fatto o un avvenimento qualsiasi. Paradossalmente, può ambire persino a una bellezza che incute soggezione. Perché in quel dolore che la tragedia enfatizza il male assurge a una grandezza inaspettata che abbaglia, ma fa anche pensare. Non senza angoscia.

Penso a quel ragazzo, a quella scena e, per contrasto, penso invece al bel romanzo che Leena Lander ha scritto. Intenso e ben costruito, potrebbe benissimo essere una piéce teatrale, per via dei dialoghi serrati che lo animano. Il libro si intitola L’ordine ed è ambientato in Finlandia nel 1918, un Paese devastato dalla guerra civile. La violenza, ancora la violenza, tiene banco. Feroce come sempre. La scrittura della Lander la recupera al tragico, ben evidenziando le tracce e i segni (o, probabilmente, gli equivoci) attraverso i quali la violenza cerca di mischiarsi con la ragione. O quelli che si è soliti ritenere possano essere i suoi frutti. La legge, gli ideali, ad esempio. 

Una giovane rivoluzionaria, un soldato, un giudice alcolizzato sono le tre figure chiave del romanzo. La prima è accusata d’avere ucciso, il secondo disobbedisce all’ordine di ucciderla per consegnarla alla Corte Marziale, il terzo dovrà emettere un verdetto decisivo. Miina Malin, questo è il nome della donna, assomiglia ad Antigone per la sua fierezza, per la sua determinazione. Lotta contro l’ingiustizia, cercando un riscatto alla sua storia personale. Forse per questo, il tragico si scioglierà alla fine in un richiamo alla vita che riconcilierà con essa anche la protagonista . “Il mio giudizio è etico, non politico”, dice la Lander. La sua abilità  è quella di far emergere, dietro e attraverso il filtro della Storia (esse maiuscola), le vicende e i drammi dei singoli personaggi . Il peso delle azioni di ciascuno, prima che la politica le dimentichi, riassorbendole avidamente al suo interno. E’ questo peso, mi domando, che oggi fatichiamo a cogliere? E’ questa strana inquietante “leggerezza”, così prossima all’indifferenza, che ritorna nelle parole del ragazzo che citavo all’inizio e che usa, non a caso, il “noi” per indicare il soggetto della violenza che ha perpetrato?

Il dramma, insomma, senza la tragedia? Certo, non siamo in guerra, né nessuno s’ammala per aver contratto il virus di quella debolezza chiamata eroismo, come la definisce il giudice. E quindi? Ciò non significa che la violenza si plachi, se ne stia appartata… Occorre uno sforzo per recuperarla a quel tragico che impedisca di lasciarla defluire in quel nulla denominato abitudine che, oltre alla vita di quel ragazzo, trascina con sé anche la nostra. Operazione non facile, perché vuol dire rintracciarvi una storia, una persona, un atto… Evitando di farne una stereotipata macchietta. Un pulp alla Tarantino. O peggio. Chi, dunque, darà forma al disordine, la forma necessaria perché vi possa riconoscere la dignità di un  tragico che cerca una sua espressione? Coraggio.

 

Ambrogio Cozzi

Il racconto del quale scriviamo qui, L’ordine, è ambientato durante la guerra civile finlandese. La guerra pervade le esistenze dei tre protagonisti, ma anche quelle dei comprimari come il folle Konsta, che accumula ricordi in una valigia, quasi a rinchiudere il mondo, a circoscriverlo per padroneggiarlo e renderlo comprensibile.

Ma la guerra significa anche la presenza di un ordine che sovrasta tutti, che governa le vite. L’ordine a cui deve sottostare Aaro Harjula è di carattere particolare. Già nella brutalità dello scontro rifiuta di andare oltre, di perpetrare una violenza che eccede l’ordine insensato dello scontro con il nemico. Il suo rifiuto è interno all’ordine imperante, anzi, tende a ribadirlo per non eccederlo, per non aggiungere alla violenza dilagante un più personale e disumanizzante di violenza, che a suo parere annullerebbe anche le ragioni della guerra.

Ma l’incontro con il giudice Emil Hallenberg svelerà l’inconsistenza di questo ordine, la sua adesione all’apparenza e contemporaneamente il suo fondamento di arbitrarietà.

E’ la figura di Miina Malin a lacerare il velo che avvolge e crea l’apparenza. Lei che attraverso l’assunzione del nome di una compagna di prigionia tenta di raffigurare tutta l’umanità offesa dalla violenza gratuita, che fa dei corpi un territorio di conquista, un trofeo da esibire. 

La sua resistenza farà precipitare la situazione, gli uomini muoiono, uno, il giudice, preso nel vortice della sua perversione e del suo tentativo di nascondersi dietro la forma dell’apparenza, l’altro, Aaro, che ritrova nel gesto finale il senso delle sue scelte. La sua morte in apparenza banale, colpito in uno scontro in parte fortuito, depura la scena da ogni eroismo grandioso, per restituircelo alla quotidianità, a scelte morali semplici, eppure difficili da effettuare.

La struttura del romanzo a flash back, al duplice livello della trama (per sapere ciò che è accaduto sull’isola) e dell’esistenza dei protagonisti, permette di descrivere più che spiegare. Il passato proietta la sua ombra sul presente, ma non permette alibi. Occorre uscire da queste ombre perché il presente impone di scegliere, e non si può evitare l’assunzione delle proprie scelte giustificandole con il passato. Ognuno ha le proprie ombre, Miina la presenza della sorella e la sua assenza nei suoi confronti, Aaro la figura del padre, il giudice la figura della madre. Ma ciascuno fa scelte diverse. La violenza e le scelte del presente comportano un’assunzione di responsabilità, un’opzione a favore di un’ordine altro, di una nuova forma. La guerra ha lacerato il velo, le forme appaiono nella loro deformità reale. Nessuno può giustificarsi tramite l’alibi del passato.

Il secondo flash back sulla trama ci rimanda ad un’altra guerra, quella tra i sessi che corre parallela, che nell’ambiente dell’isola si rappresenta nei tormenti interiori e negli scontri tra Aaro e Miina.

Qui le distanze si dilatano e si annullano, in un gioco in cui il potere, rappresentato dal possesso delle armi e della forza si alterna a favore dell’uno o dell’altra. Ma in questa alternanza è sempre presente un tormento, una domanda sull’altro e su se stessi, su chi sia l’altro e per rimando su chi sia il soggetto. Come è possibile imbrigliare le pulsioni, il desiderio di possesso o di sopraffazione.

Così nel duplice rimando alla storia e alla trama si intrecciano la dimensione collettiva della violenza e quella privata, Ciò che la guerra ha portato e ciò che il soggetto vi trova. Scontro con il nemico esterno e conti con il nemico interno.

In questo scontro il silenzio successivo di Miina rappresenterà la possibilità di sottrarsi, di assumere la responsabilità dei propri atti ma di non cedere. La forza si contrappone alla violenza, precipitando ciascuno alla mercè dei propri demoni, prigionieri di un passato che perde di senso, immersi in un presente segnato dalla guerra in cui l’ordine apparente svela l’insensatezza dell’esistenza.

Ma all’interno dell’insensatezza si snoda la tensione verso il futuro, un futuro reso possibile dalle scelte che si fanno. Aaro che cede alla sessualità nell’incontro con la moglie di Hallenberg, scombinando un ordine interno che raddoppia quello dell’obbedienza, e da questa relazione nascerà un bambino. Miina che va a ritirare dall’orfanotrofio il figlio della compagna di prigionia, sono due lampi di luce verso un futuro possibile, verso un ordine cha dal fare i conti con la storia e con la violenza esce rigenerato.

Che senso aveva l’ordine di Aaro, in che cosa e perché lo riguardava? Già in queste domande è presente il tarlo che erode la fondatezza dell’obbedienza, della viltà di aderire senza chiedere, senza interrogarsi sulla parte che si sta giocando. La risposta di Miina sta nel non cedere, nel rappresentare altre istanze, che nel mentre svelano le radici della violenza sanno capire e indicare una strada differente, una strada che si assuma la responsabilità verso il dolore, che l’affranchino dall’insensatezza e dall’offesa silente.Non c’è solo la follia di Konsta come possibilità di capire, o di segnare l’impossibilità a capire. La follia si consegna alla marginalità e assenza di senso rispetto alla storia. La strada che Miina indica è interna alla storia, se ne assume le contraddizioni nel quotidia, cerca di fondare un legame sociale che tenga conto delle contraddizioni che abitano la storia di ciascuno, non per assolvere, ma per invitare a scegliere uscendo dall’ombra, come la lupa che corre nelle pianure per sfuggire alla cattura, come la donna che sull’isola ribalta le posizioni, ma rivendica una dignità e un riconoscimento anche dal nemico.

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