Scelti per voi

a cura di Ambrogio Cozzi


 

Feinmann José Pablo, L’ ombra di Heidegger, pp. 176, Neri Pozza, Vicenza 2007, € 15,00

Paul Celan diceva che il silenzio più incomprensibile e più violento di Heidegger non lo trovava nel prima, ma nel dopo, a guerra finita. Questo romanzo gira proprio intorno a questo silenzio del dopo. Abbiamo un prima che si svolge durante l’ascesa e il dominio del nazismo in Germania. L’autore rintraccia qui l’ambiguità di alcuni richiami a termini come comunità, patria, appartenenza. Seguiamo lo scontro tra SA e SS, e prima ancora con l’opposizione alla presa di potere da parte di Hitler. La progressione di violenze, e le parole che le coprono e le giustificano.Poi nel protagonista qualcosa si rompe, decide di fuggire in Argentina. Qui annidopo lo raggiunge però una fotografia di un detenuto in un campo di concentramento. L’incontro con la fotografia lo porterà al suicidio.

Nel gesto estremo si vede come un tentativo di espiazione per la propria corresponsabilità.

Da qui entra in scena il figlio che va in cerca di Heidegger, il maestro del padre, per interrogarlo sulla sua parte nel dramma del nazismo. Porta con sé la fotografia, il segno evidente di ciò che è accaduto e che rimane senza risposta. Il parallelo tra il ritiro del protagonista in Argentina e il ritiro di Heidegger nella Foresta nera è evidente, ma gli esiti opposti. Anche nei ritiri dalle temperie della storia, non si può evitare la scelta di vedere o vedere. La fotografia è lì, si può decidere di vederla, o di evitarla, di lasciarla cadere come corpo estraneo alle nostre responsabilità. Il soggetto della fotografia ha interrogato il protagonista, lo ha spinto a cancellarsi dal mondo perché non sopportava il peso di una responsabilità riconosciuta. La scelta di Heidegger è opposta, decide di non vedere, la fotografia rimane sul tavolo, non viene degnata di uno sguardo perpetuando il silenzio.

Questo silenzio è quello che gli rimproverava Celan, e che il romanzo racconta in un confronto drammatico, dove Heidegger pensa di essersi salvato con il non voler vedere, quasi che questa decisione lo esentasse dalle proprie responsabilità non tanto passate ma presenti. Non è in discussione il passato, ma il mancato coinvolgimento nel presente, la scelta e l’indicazione di una possibilità di fuga e silenzio che paiono poter esentare dalle responsabilità.

Responsabilità rimanda a rispondere, forse per rispondere occorre prima ascoltare, forse nel non vedere c’è ancor prima un non ascoltare, una scelta di elusione dell’altro. Ma può la filosofia fondarsi sul silenzio che tacita le presenze che ingombrano i terreni luminosi del pensiero. Forse il professor Muller (il protagonista) era un mediocre filosofo, ma ripetiamo la domanda, la grandezza può situarsi nel silenzio dell’altro, o meglio nella sordità alla sua domanda e nella decisione di non rispondere?

Ambrogio Cozzi

 

Maria Assunta Zanetti (a cura di), L’alfabeto dei bulli, pp. 107, Erikson, Gardolo (TN) 2007, € 17,00 

Alberto Pellai, Scarpe verdi d’invidia, pp. 46 Erikson, Gardolo (TN) 2007, € 18, 50

Una delle domande più pressanti provenienti dal mondo della scuola e da quello dei genitori riguardo al problema del bullismo è “il che fare”. Presentiamo pertanto due libri che non sono testi di analisi del fenomeno ma piuttosto proposte  “operative” di cura e di prevenzione dello stesso. La loro comunanza però finisce qui perché il testo curato dalla Zanetti, che porta come sottotitolo “Prevenire relazioni aggressive nella scuola”, è un programma di “alfabetizzazione morale” basato sui principi teorici di Kohlberg e Bandura: si identifica nel non adeguato utilizzo di strumenti di ragionamento morale il più significativo potenziale fattore di rischio, per proporre una prospettiva di intervento in cui, attraverso gruppi di discussione, sollecitati dalla presentazione di dilemmi morali (“L’interrogazione programmata”, “Il compagno copione”, “Sabato in discoteca”, “Lo scooter usato”, etc.), preadolescenti e adolescenti sono aiutati a comporre sinergie tra il moral thinking e il moral action che non sempre, nella realtà, si corrispondono; il libro di Pellai è invece una bella favola rivolta a bambini più piccoli (e agli insegnanti e ai genitori), il racconto di una storia che, come recita il sottotitolo, “serve a dare un calcio al bullismo”.

L’alfabeto dei bulli rappresenta lo sviluppo di una ricerca, con lo stesso titolo, promossa dal Dipartimento di Psicologia dell’Università degli Studi di Pavia e che è divenuta oggetto del lavoro di tesi di Stefano Rossi: questi ha partecipato, insieme alla Zanetti, alla stesura del secondo capitolo del libro che descrive obiettivi, metodologie e i risultati più rilevanti di tale ricerca. Il primo capitolo, realizzato dalla curatrice del volume insieme a Roberta Renati, psicologa, è dedicato allo sfondo teorico sul quale il lavoro si basa; il terzo capitolo infine, alla stesura del quale ha partecipato anche Carlo Berrone, insegnante di Scuola Secondaria Superiore di II Grado, oltre ai già citati Zanetti, Renati e Rossi, fa una presentazione “ragionata” dei dilemmi morali di cui abbiamo detto. Ai tre capitoli segue una nutrita bibliografia.

Scarpe verdi d’invidia è un bel libro, con un’ottima rilegatura, nel quale il testo scritto è accompagnato dalle illustrazioni, anch’esse belle, colorate e “accattivanti”, di Giuliano Lunelli. L’autore, Alberto Pellai, è un medico, ha scritto più di venti libri tra cui alcune favole e racconti per bambini e nel 2004 ha ricevuto onoreficenze dal Ministero della Sanità per la sua opera; ogni sabato conduce su Radio 24, insieme a Nicoletta Carbone, la trasmissione “Questa casa non è un albergo”, l’unico programma radiofonico nazionale dedicato alla relazione genitori-figli.

Al libro è allegato un CD-AUDIO con la favola e alcuni suggerimenti educativi: nella Traccia 12, in particolare, l’autore commenta per genitori e insegnanti il testo della storia e offre spunti di riflessione e rielaborazione per fare tesoro dei contenuti della favola e per utilizzarli all’interno di un progetto educativo di classe oppure di una conversazione educativa con i figli.

Marco Taddei

 

Luce Irigaray, Oltre i propri confini, pp. 170, Baldini Castoldi Editori, Milano 2007, € 14

Affascinante e piena di energia, Luce Irigaray, filosofa e psicoanalista, ha recentemente presentato nella sede della Casa della Cultura di Milano il suo ultimo saggio, Oltre i propri confini. L’autrice, affiancata dal filosofo Luigi Vero Tarca e dalla giornalista Bruna Miorelli, ha ragionato in ottimo italiano sul saggio scritto, per scelta, nella  nostra lingua, varcando così i propri confini per poi ritornare fedele a se stessa, alla propria identità. 

Con lucidità, saggezza, pacatezza e vigore, Irigaray lungo tutto il suo lavoro rimette al centro i temi dell’amore, della democrazia, della religione tra oriente e occidente, dell’intercultura e, più ampiamente, del diritto alla felicità. 

L’assunto di base dell’Autrice è che per interrogare questi temi occorre partire da una relazione duale

Da quel due, foriero di tutti i legami, democratici e non violenti, che si possono instaurare solo in una relazione esplicitamente sessuata e ricca di profondo rispetto reciproco: “Solo in due, la relazione può essere totale, perché l’essere due può rendere a ciascuno, ciascuna, la propria unità grazie al rispetto per l ‘altro (con la a minuscola) e la fedeltà a se stessi”. Ed è a partire dalla relazione duale che può prendere corpo il concetto di Democrazia. “La democrazia comincia a due: per giungere a una democrazia europea e, anche, mondiale, bisogna rifondare quella che esiste oggi, tenendo conto della/e differenza/e, prima di tutto della differenza fra i sessi, la più universale che ci sia”.

Irigaray, accompagnando il lettore nel ripensare al lungo percorso compiuto dalle donne attraverso il femminismo e la loro emancipazione, ci porta a riconsiderare quegli anni, fuori da ogni retorica della memoria storica e politica, sotto una nuova luce: le donne debbono affrancarsi da ogni ideologia, attraverso la coltivazione del desiderio e la cultura del rapporto a due. Come dire “Questo femminismo non ci basta”. Per dare alla luce e finire di compiere la nostra umanità occorre sporgersi Oltre i propri Confini e ridare ancora una volta alla luce... l’uomo: “Soltanto la donna può aiutare l’uomo a uscire dalla dipendenza dalla propria madre, con tutte le conseguenze disastrose che ne conseguono... Tutto questo non può ridursi al diventare madre ma deve cambiare grazie ad una cultura della differenza e della relazione orizzontale a due, per la quale è più adatta la donna”. Si sta, con queste parole, nell’ambito del richiamo – forte – al principio di responsabilità e la Irigaray “seduce” quando, con energia, dichiara di volere portare a compimento la propria umanità affidandosi convintamente alla poesia, all’arte, al dovere della felicità. Un vero saggio di formazione.

Maria Piacente

 

 

The Hacienda, Bad addiction, 2007

I The Hacienda, quattro giovani elementi provenienti da Firenze, si formano nel 2003 prendendo il nome dallo storico Club di Manchester, nel 2004 registrano il loro primo EP About This Way, dalle chiare influenze britpop (La’s, Oasis, Stone Roses) ma che strizza l’occhio anche alla scena indie americana.

Nel nuovo EP Bad Addiction una volta tanto, non ci si trova di fronte ad un prodotto che “copiaeincolla” a destra e a manca, ma che, al contrario, porta una certa ventata d’aria fresca ed originalita’ in un mondo un po’ stantio come quello dell’underground italico. Con un’energia ed un entusiasmo notevole (anche dal vivo a quanto pare) la band di Firenze riesce a convogliare quanto è stato rock ‘n’ roll dai ‘50 ad oggi: pop, rock, blues, ma soprattutto punk e new wave, vanno a braccetto in molte canzoni. I The Hacienda fondamentalmente hanno una attitudine punk’n’roll  alla Hives/Libertines ed un gusto per la melodia non comune (non a caso i ragazzi sono grandi fan di Paul Weller e della Motown!), infilano canzoni elettriche, spigolose, distorte ma anche squisitamente pop ed orecchiabilissime. Il suono, grezzo come quello di una garage band, è
preciso e dinamico e lo scrupoloso lavoro sulle ritmiche e sui riff taglienti e accattivanti delle chitarre di William e Alessandro, fanno di Bad Addiction qualcosa di grintoso e aggressivo senza lasciare che l’aspetto ludico scompaia. 

I cinque pezzi (facili?!) di Bad Addiction, insomma, grondano di energia e divertimento, come purtroppo non capita di sentire ultimamente nella scena indie-italiana, spesso incentrata a replicare lo stile di quei quattro o cinque gruppi che sono riusciti ad affermarsi su larga scala. La forza del gruppo, oltre ad un evidente talento (hanno vinto Rockcontest e Arezzo Wave giovani), è sicuramente la giovane età, e se fossero nati in UK probabilmente sarebbero incensati come la “next big thing”; ma qui, come dissero gli Stones più di trent’anni fa, “It’s only Rock n’Roll (but i like it)”; e la frase è oggi come non mai di stretta attualità. 

Visitate il loro blog. www.myspace.com/thehaciendaband

Massimo Jannone

 

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