A due voci

Angelo Villa e Ambrogio Cozzi


 

Cristina Comencini

L’illusione del bene

Feltrinelli, Milano 2007, pp. 209, € 14,00

 

 

Angelo Villa

Brava Cristina Comencini e brava la Feltrinelli a pubblicare il suo ultimo romanzo, L’illusione del bene. Parlare di coraggio è finanche eccessivo e fuori luogo. Per quanto una certa dose di onestà e audacia intellettuale vada indubbiamente attribuita alla casa editrice, tradizionalmente di sinistra. Dal canto suo, la Comencini ha ovviamente i suoi meriti per essersi misurata con un tabù a tutt’oggi attuale: il fallimento del comunismo, ma ancor più la presa d’atto di quel che storicamente è stato nei Paesi dell’Est. Specie in Russia. 

E’ un argomento decisamente poco dibattuto e analizzato, soprattutto in termini politici. Mai una volta che, come si suole dire, il toro venga preso per le corna. A sinistra, si glissa in maniera frettolosa. Una svolta, un cambiamento di nome, una precisazione pedante, una constatazione dovuta. E poi via. Si riparte, come se non si volessero mai trarre le conclusioni eticamente necessarie dal confronto tra le premesse da cui si era partiti e i risultati a cui si è giunti. Il mito va mantenuto intatto. Si chiederà, il mito di cosa? Del paradiso in terra, dell’ideale che si materializza e che, magicamente, annulla pulsioni e ingiustizie, coniugando libertà e auto determinazione. Si sa com’è andata a finire, per quanto si dimentichi, come ricorda Todorov in un bellissimo saggio, quanta violenza la sinistra abbia scatenato contro chi si impegnava a denunciare le dittature presenti da quelle parti. Ci si mobilitava, a ragione, contro la guerra in Vietnam o il Cile di Pinochet. Ma era poi così differente quel che i russi avevano fatto in Ungheria, in Cecoslovacchia, in Polonia? Quali libertà sono mai esistite in Albania o in Bulgaria o , che ne so, in Cina? E in quali condizioni versavano poi quelle popolazioni? I Peppone di turno passavano , timorosi, la cortina di ferro, poi non vedevano l’ora di ritornarsene a casa. Ma mentivano. Probabilmente prima a sé stessi che agli altri. Sognavano di vivere in California, forse, ma dicevano il contrario. Facevano finta, come gli intellettuali, del resto. Due pesi e due misure. La condanna del capitalismo, pur rimanendovi all’interno, l’esaltazione del comunismo, ma tenuto a debita distanza. Alibi meraviglioso per aggirare la dura complessità delle cose e dei rapporti tra gli uomini e rivendicare, invece, l’identificazione a un “altrove” indefinito, a un “non qui” e un “non ora”, capace di condensare, come in una evanescente metafora, snobismo intellettuale e furbizia quotidiana.

Il titolo del romanzo tradisce una suggestione freudiana. L’avvenire dell’illusione è il saggio che il maestro viennese dedicò alla religione. E, in effetti, qui, di religione si tratta. E, ovviamente, delle peggiori, quella, cioè , che pretende di non essere tale. Incline , quindi, all’idolatria, al culto del narcisismo.

Mario, il protagonista del romanzo della Comencini, è un ex comunista. Ha cinquantotto anni e dice, come un uomo risvegliatosi da un incubo che riteneva fosse un sogno: “mi sembra di vivere la realtà solo adesso”. La destra è al potere, nel Paese di Machiavelli e Guicciardini, di Gramsci e Gobetti. E’ così. Strano? A nostro avviso, no. Occorrerebbe che Mario si rendesse conto di quanto lui stesso avesse contribuito al successo di tale destra. Ciò renderebbe il romanzo davvero rivoluzionario. Ma, purtroppo, la Comencini non imbocca quella strada. E, in tal modo, ci delude. Mario, il buon Mario, infatti, non ci piace. Non che debba essere di nostro gradimento, non pretendiamo tanto, ma non ci commuove. Anzi, ci irrita. E’ lo sfigato piagnone, intellettuale e fragile, come da canovaccio. L’uomo in perenne carenza fallica, intimamente convinto (e questo è, a dir poco, immorale) che il suo stesso sintomo gli conferisca le ragioni di una non meglio identificata superiorità etica. Mario ricorda il bravissimo Silvio Orlando nello sconclusionato Caimano di Moretti. E’ l’individuo sensibile, solo perché fragile o patetico, (gli altri, ovviamente, non possono per definizione esserlo: sono esseri biechi, avidi… ). Tenero come il “tonnoriomare”, perseguitato (ma via, per favore… ) sul lavoro per le sue idee (proprio sicuro che le abbia?). Cerca una donna per evidenti necessità fisiologiche. Per il resto, la mamma andrebbe tutto sommato meglio. Quando ha finito di chiedere alla donna di fargli da madre, domanda ai figli di fargli da padre. Com’è dolce il Mario, basta solo che non si scompensi e tiri fuori un’ ascia, perché allora diventa pericoloso, nell’accezione psichiatrica del termine. L’uomo perfetto in un mondo di madri. Il finale del romanzo è , da questo punto di vista, esemplare, per quanto le ultime due pagine avrei preferito evitarle. 

Pongo un quesito: esiste un rapporto tra la barbarie comunista, il suo tardivo e quasi mancato riconoscimento (a sinistra, per lo meno, la destra non mi interessa) e l’infantilismo del protagonista, specchio fedele di tanti militanti? O ancora, tra il mondo cattivo e i “buoni”, i “puri”, gli “ingenui” che ne sono parte e che pretendono di esserne la negazione? 

Che ciascuno guardi dentro il mondo che conosce e poi risponda. Il libro della Comencini si legge d’un fiato. E’ un’occasione per pensare. Non sprechiamola. 

Ambrogio Cozzi

Quando “si faceva l’amore e si parlava di politica”. Quando sottomettendo infine se stessi, la sacralità di sé, all’ideologia si naufragava. Una storia che si ripete, le dure repliche della Storia. Di stagione in stagione. C’era una volta l’illusione comunista, la speranza o l’allucinazione che nel socialismo reale albergasse l’Eden. “Quanto male si era fatto progettando il bene”.
L’illusione del bene di Cristina Comencini è una serrata agonia. Dove restituire l’uomo all’uomo, qualche spicchio, almeno, è la scommessa. L’uomo in senso stretto, Mario, 58 anni, esule in Rai, governando l’Italia il centro-destra. E l’uomo, l’umanità, in senso lato, la generazione che aveva 18-19 anni nel Sessantotto, lo sguardo a Est, oltre i muri e le muraglie, all’Unione Sovietica o alla Cina, dove, a trionfare, erano “morte, terrore, ingiustizia”.
Come non restare impietriti voltandosi indietro? Parlando e parlando ancora, non esorcizzando, non nascondendo le miopie, le cecità. Cristina Comencini tesse un romanzo in forma di dialogo, testimoniando, scavo dopo scavo, una intensa fedeltà alla parola, così riscattandola, sottraendola alle secche dello slogan.
L’illusione di un mondo più giusto, il sogno di una società senza sopraffazione. E il miraggio di una panacea universale, per decenni nutrimento della sinistra europea andata in frantumi con la caduta del muro di Berlino. Un evento epocale, mai davvero metabolizzato e mai compreso fino in fondo. Una delusione collettiva senza catarsi e senza autocritica. E, invece, solo timorosa rassegnazione e silenzio. È il comunismo che non c’è più, l’ossessione di Mario, il protagonista di L’illusione del bene , il nuovo libro di Cristina Comencini.

L’illusione del bene è quella di Mario, uomo malinconico e deluso. Ha creduto con passione nel comunismo e il crollo del muro di Berlino gli ha tolto ogni illusione. Si trova senza appigli, a chiedersi se il comunismo sia stato un abbaglio collettivo. Gli amici, compagni di lotta non vogliono parlare. Argomento troppo noioso, nessuno vuole ricordare, ragionare, ammettere le infamie compiute dai regimi comunisti. Per caso Mario incontra Sonja, una ragazza russa, con una storia drammatica alle spalle nell’Urss di Stalin. La madre, Irina, è “morta giovane”. Di più Sonja e la nonna non vogliono dire. Un silenzio pesante. Mario allora decide di ricostruire i tasselli mancanti dì una storia che sente appartenergli. Partirà per la Russia e scoprirà una verità sconvolgente. Nell’illusione del bene le varie creature via via sfumano o si ritraggono per rischiarare la figura di Irina, Irina Arens. Colei che ha affidato il suo sacrificio a un samizdat: “Non immagino nessuno che possa leggere queste righe, le affido a una donna che domani uscirà, le cucirà nell’orlo della gonna. Se andranno a finire in un tombino e l’inchiostro si scioglierà all’acqua e alla neve, le mie parole in ogni caso non andranno perdute. Esiste già chi le pensa”.
Due riflessioni a margine.

La prima sulla figura di Irina. In lei non vi è ribellione politica, ma solo comportamenti che esulano dal conformismo, dal “come si dovrebbe essere”. Il “come si dovrebbe essere” (o si deve, o si doveva) non è altro che l’ideologizzazione forzata di un regime totalitario dove la politica pretende di sussumere a sè la totalità dell’esistenza. Allora la violenza si abbatte sugli impolitici. E’ una costante di alcuni romanzi dell’est Europa poco evidenziata, si pensi alla sua presenza nei romanzi di Hrabal o Kundera (per citarne alcuni).

Soffermarsi su questi aspetti porterebbe a comprendere come mai la caduta del muro di Berlino abbia suscitato un così vasto consenso tra quelle popolazioni. Quando l’impolitico, ciò che la politica non può ricomprendere, ciò che fa segno al limite stesso della politica, viene forzatamente ricondotto ad essa, il controllo dilaga, la vita dei soggetti è spiata, la stessa viene rideterminata con una carica di violenza insopportabile, per abbattere volontaristicamente quel limite, per omologare le esistenze.

Sul legame tra questa furia cieca e l’anelito all’uguaglianza si è poco riflettuto, è stato poco pensato il legame instaurato tra giustizia ed eguaglianza, e potrebbe essere tradotto nella domanda se per correggere o superare le ingiustizie l’unico rimando possibile sia quello all’uguaglianza ( e soprattutto dove debba fermarsi questo percorso) e che fine debba fare il rimando alla libertà. Senza ripensare questo nesso si rischia di far coincidere la caduta del comunismo con la caduta delle illusioni giovanili nella mezza età.

La seconda riflessione è sulla violenza. L’agito della scena con l’ascia pone una domanda di fondo: è credibile non voler vedere, allontanare, cancellare, le paure e le insicurezze che assillano la quotidianità? Non abbiamo soluzioni da proporre, vogliamo solo sottolineare come sia ideologica (e in fondo razzista) l’operazione di omologare le paure altrui a forme di pensiero reazionario.

Quando la violenza entra come intruso nella nostra esistenza, questa costruzione viene a cadere, il buono si trasforma in mostro afferrando l’ascia. Messa così questa è l’unica risposta possibile a ciò che non si è voluto vedere, a ciò che si negava e fa ritorno nel reale.

E’ possibile pensare a questo problema a partire dalle sofferenze e dalle paure di altri (vicini o lontani che siano) senza bollarle a priori, ma riconoscendovi anche le nostre di paure ?

E’ possibile pensare a risposte (queste sì politiche) che evitino di confinare la sofferenza in un ghetto che riduce al silenzio e dal quale si evade solo attraverso gli agiti?

Un nodo centrale se si vuole evitare che la violenza si moltiplichi negli atti della quotidianità.

Il muro di Berlino è crollato, ma le domande sui modi della convivenza umana permangono, anche senza le crisi di mezza età.

 

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