Scelti per voi

a cura di Ambrogio Cozzi


 

Ugo Cardinale, 

Dario Corno, 

Giovani oltre

Rubbettino Editore,

Soveria Mannelli, 2007, pp. 460,

€ 22,00

La condizione giovanile nell’ultimo secolo è stata analizzata con frequenza dai sociologi e ne sono emerse letture di volta in volta diverse e contraddittorie. Si è passati dalla domanda di protagonismo trasgressivo della generazione del rock and roll al ‘realismo’ della generazione della vita quotidiana (F. Garelli, 1984) alla ‘socializzazione orizzontale’ di giovani senza padri né maestri (L. Ricolfi, L. Sciolla, 1990). Tuttavia mai come nei nostri tempi, la questione dell’essere giovani è stata così difficile da cogliere” (pag. V).

Con queste parole Ugo Cardinale, che nel suo ruolo di docente di Linguistica Generale all’Università di Trieste ha dedicato diversi corsi alla lingua dei giovani, e Dario Corno, che insegna Grammatica Italiana all’Università del Piemonte Orientale ed è consulente per la didattica dell’Italiano nell’Alta Scuola Pedagogica di Locarno, introducono questo saggio che, sempre secondo i due studiosi, vuole prendere sul serio una tripla di domande (Che cosa significa essere giovani oggi? - Chi sono i giovani? - Qual è il loro profilo?); domande che rappresentano l’articolazione interrogativa dell’ultima affermazione del brano riportato.

La tesi sostenuta da Cardinale e Corno è che nessuna ricerca finora ha approfondito la novità odierna di un tema che, tuttavia, ricorre da almeno due secoli negli studi sull’adolescenza, ovvero quello della “frattura generazionale”: “Studiare il mondo giovanile odierno non significa pertanto riproporre una versione aggiornata degli studi sull’adolescenza nei suoi rapporti conflittuali con il mondo adulto, ma penetrare in questo ‘solco’ tra le generazioni, forse irreversibile, che si sta producendo per effetto della ‘Terza fase’ nella storia dei mezzi di trasmissione dell’informazione (pag.VI); poiché tale solco è capace addirittura di invertire il senso del ‘rito di iniziazione’: non più dal vecchio al giovane ma dal giovane al vecchio, che, in questo modo, diventa neofita”.

La mente dei giovani, bombardata dall’opulenza informativa e da uno sviluppo ipertrofico della vista e dell’udito nel totum simul di un presente dilatato (senza passato nè futuro) è il segnale di una vera e propria “mutazione genetica” e il suo studio quindi deve avvalersi dell’apporto di psicologi, linguisti, sociologi, studiosi della mente, psicopatologi.

Il volume, oltre alla succitata introduzione di Cardinale e Corno, si articola in quattro sezioni (Mutazione genetica nell’era del digitale – Una “full immersion” nella comunicazione onnivora – La sperimentazione del rischio, il rischio ordalico della sfida della morte e le nuove speranze educative – Lettere aperte ai giovani) che raccolgono appunto i contributi di numerosi studiosi di varie discipline: si va dagli psicologi ( Cristina Meini, Silvia Vegetti Finzi) agli psichiatri (Marco Francesconi) ai pedagogisti (Fulvio Poletti); dai linguisti e glottologi (Giuliana Fiorentino, Gianna Marcato, Annarita Maglietta, Raffaele Simone, Alberto A. Sobrero, Antonella Stefinlongo, Pietro Trifone) ai sociologi (Elena Esposito), agli storici (Claudio Vercelli), ai docenti di Teatro e Drammaturgia dell’Antichità (Giulio Guidorizzi); dai musicisti (Giovanni Allievi) ai poeti (Anna Tabbia).

I contributi – ad ulteriore merito  - sono spesso corredati da ricche bibliografie e sitografie; il volume, ben curato, contiene anche delle note biografiche degli autori e un indice analitico che ne facilita la consultazione.

Marco Taddei

 

Luigi Regogliosi, Paola Misesti, Alberto Terzi, 

Giovani possibili.Adolescenti e nuovo welfare di comunità, 

Edizioni La Meridiana, Molfetta (BA), 2006, pp. 140, € 14,50

Sempre più spesso negli ultimi anni mi capita di condividere, con chi lavora nel settore dei servizi rivolti agli adolescenti e ai giovani in generale, a diversi livelli, una certa insoddisfazione per “come vanno le cose”: c’è la forte sensazione che i modelli “storici” in cui si articolano tali servizi (Centri di Aggregazione Giovanile, Lavoro di strada, Servizi di informazione, orientamento e consulenza), o meglio, i principi dai quali essi muovono e la logica nella quale essi operano, mostrino un po’ la corda e risultino incapaci di dare risposte educative adeguate e di qualità alle innumerevoli e nuove domande e sollecitazioni provenienti dal mondo giovanile. 

Il libro di Regogliosi (psicopedagogista-Università Cattolica di Brescia e di Milano), Misesti (pedagogista-Centro Studi Prospettive di Como) Terzi (sociologo-presidente Centro Studi Prospettive di Como, consulente ministeriale e socio dell’Istituto IARD di Milano) definisce qual è la prospettiva da cui “Luoghi per crescere” (LPC), società del consorzio cooperativo nazionale Gino Mattarelli (CGM), intende affrontare il problema: ispirandosi ad uno dei principi della sua filosofia di intervento, che vede l’intera comunità partecipe della crescita dei suoi soggetti più giovani (“Ci vuole un intero villaggio per far crescere un bambino”) e interpretando le azioni che ne seguono come costruzione di un welfare di comunità. basato su alleanze forti e stabili tra settore pubblico e settore privato per dare risposte concrete ai bisogni dei giovani e per progettare servizi di qualità ad un costo accessibile.

All’interno di questo quadro si propone una chiave di lettura dell’universo (degli universi) giovanile opposta a quella depressiva-negativa che interpreta costantemente questo universo partendo dal problema del disagio e che perciò considera prioritarie le azioni di prevenzione: “Immaginando l’adozione di una visione differente di welfare, dove i giovani possono essere considerati mondi possibili da scoprire, cambierebbe anche la lettura della realtà e dei fenomeni ad essa collegati. Infatti, pur non ignorando le difficoltà sociali che oggi ci troviamo di fronte, è ben diverso educare in una società in crisi che vive nella paura piuttosto che nella fiducia rispetto al futuro (...). Per uscire da questa situazione di stallo e di crisi, occorre avere il coraggio di ricercare e valorizzare innanzitutto le risorse personali e sociali. Si tratta, in effetti, di una nuova visione: quella di non concentrare tutto l’impegno progettuale e finanziario sul versante emergenziale e riparativo” (pag. 13).

Il testo si articola in cinque parti, “Premesse per nuove politiche giovanili”, “Un viaggio in Italia nei servizi per adolescenti”, “Dal Centro di Aggregazione Giovanile al Progetto Giovani”, “La strada come luogo di confine”, I servizi di informazione, orientamento e consulenza”, “Le metodologie partecipative”. In essse si fa una disamina attenta e meticolosa, anche dal punto di vista storico, dei singoli servizi a partire dai dati del Centro nazionale di documentazione e analisi per l’infanzia e l’adolescenza (2001), passando per le esperienze realizzate dalla rete CGM nei singoli ambiti di azione; particolarmente efficace è la sezione delle “Domande aperte”, che si ripete dalla seconda alla quinta parte, nella quale vengono proposti stimoli di riflessione e di approfondimento validi, al di là di tutto, per chiunque si trovi ad operare a vario titolo nei servizi per i giovani.

Marco Taddei

 

Simona Forti e Marco Revelli, 

Paranoia e politica, Bollati Boringhieri, Torino 2007, 

pp. 308, € 14,00

Ansia, complotti, rassicuranti costruzioni di un nemico assoluto, percezione di una minaccia tanto incombente quanto pervasiva. Elementi, tutti, che alimentano una lettura della realtà come di un monolite senza scalfiture. Ma anche un monolite che viene «cementato» da interpretazioni impastate sull’immediata rispondenza tra il senso comune della gente e chi lo raccoglie con l’idea di rappresentarlo. E tuttavia, almeno per gli autori del volume curato da Simona Forti e Marco Revelli, questa diffusa sintomatologia della paranoia rinvia al legame che unisce le forme politiche e sociali in cui si è più drammaticamente compiuto il destino del Novecento ed il secolo appena iniziato in cui è dominante lo scenario della guerra globale. L’ipotesi di partenza da cui si dipana il volume è presto riassunta: la ferrea coerenza alla quale viene ridotta la realtà - da cui espellere tutto ciò che risulta incoerente, problematico, apertamente contraddittorio - è la coerenza tecnicamente ascrivibile al delirio paranoico. Tipico dell’atteggiamento paranoico, come ci ricorda il contributo di Massimo Recalcati, è il rispondere alle esperienze conflittuali del sé, rifugiandosi in un universo che allontana l’ambivalenza che inevitabilmente abita il soggetto per «ricentrarsi» attorno ad un’esperienza allucinatoria della realtà. Con Lacan: per il paranoico «tutto è segno». E così il delirio paranoico sopprime il «non-senso» dal registro dell’esperienza. Cancella iati, discrepanze; e la realtà restituisce identificazioni aggressive del nemico e reattive costruzioni di identità sotto minaccia, secche distinzioni senza appello tra noi e loro. La paranoia, dunque, come dazione di senso totale. Come ritrovamento di senso senza residui, senza scarti che possano introdurre il dubbio, la domanda, la presenza dell’altro.

Nei saggi del volume vengono analizzate le declinazioni paranoiche del potere e della guerra, ma un cenno particolare meritano i saggi di Marco Revelli e Simona Forti che interrogano la dimensione paranoica sul versante delle vittime analizzando i processi staliniani attraverso l’opera di Koestler e il romanzo di Orwell 1984.

Al termine della lettura, coinvolgente ed affascinante per un libro di questo tipo, rimane una domanda, ed è quella se sia possibile individuare una chiave di volta unica che permetta di leggere le tragedie del novecento. Sicuramente il tentativo è da elogiare, per l’ampiezza delle declinazioni del termine, ma la politica viene così interrogata solo sul versante del potere. Forse il tema andrebbe declinato insieme al tema della violenza e della possibilità della rinuncia al potere. Ma probabilmente diverrebbe materia per un altro testo.

Ambrogio Cozzi

 

Marco Revelli, 

Destra e sinistra. L’identità smarrita, Laterza, Bari 2007, pp.271, € 15,00

L’interrogativo del libro è il seguente: una volta smarrite le rispettive identità, cosa rimane, quale il disordine, e quali i compiti possibili di una Sinistra che molti suppongono stia conoscendo la scomposizione finale dei tratti che la storia le aveva in passato conferito?
L’intrigo, insomma, con cui Revelli si misura è che da un lato i termini di destra e sinistra restano ben presenti nel linguaggio pubblico, ma dall’altro la loro identità è, appunto, «smarrita», mentre cresce, magmatico, il centro.

La Destra e la Sinistra hanno costituito le loro tavole contrapposte - ricostruisce l’autore - secondo questi essenziali tratti identificativi. Da una parte la bandiera del progresso, il significato positivo conferito al divenire, il valore dell’eguaglianza, dell’autodirezione , della democrazia, l’approccio razionalistico e progettuale nella lotta per cambiare le cose, l’amore per il logos; dall’altra la bandiera della conservazione, l’appello ai beni della tradizione, il valore delle diseguaglianze, dell’eterodirezione, degli ordinamenti gerarchici, l’ostilità al razionalismo accusato di antistoricità, l’amore per il mythos. Questi i modelli staticamente tratteggiati; modelli che poi nel farsi concreto della storia hanno subito contaminazioni e incroci.

Sorvoliamo rapidamente sulle distinzioni storiche per cui Revelli individua due destre e tre sinistre, il problema nel novecento è quello di un linguaggio politico obsoleto, in cui la distinzione destra sinistra sembra sparire, perdere di vitalità. Sia che un Alex Langer esca a dire che il movimento ecologista non può essere né di destra né di sinistra, un Chistopher Lasch che le distinzioni tra destra e sinistra si sono ridotte a dissensi tattici, o un Anthony Giddens che troppe cruciali questioni nel mondo non portano segni leggibili con le vecchie categorie e che, defunto il socialismo come «teoria di gestione dell’economia, una delle principali linee divisorie tra destra e sinistra è scomparsa», ebbene la questione dell’identità smarrita, naturalmente anche della destra ma soprattutto della sinistra, giganteggia perché il panorama storico e sociale è qualitativamente mutato.

Due elementi hanno contribuito a questo mutamento: la perdita di peso delle varie forme di lavoro dipendente e la scomparsa dello stato nazionale come spazio politico in cui il contrasto destra sinistra si collocava.

Il permanere però di diseguaglianze politiche e sociali impone comunque di ritrovare i modi e le forme per cui la sinistra possa trovare delle possibili risposte alle nuove forme di povertà e di esclusione, altrimenti come scrive Revelli «il mondo che abbiamo di fronte sarà assai peggiore di quello (non certo dolce) che abbiamo alle spalle».

Ambrogio Cozzi

François Ost, 

Mosè, Eschilo, Sofocle. All’origine dell’immaginario giuridico,

Il Mulino, Bologna 2007, pp. 231, € 15,00

La consegna delle tavole della legge (Mosè), l’invenzione della giustizia (Orestea di Eschilo), la ribellione della coscienza (Antigone di Sofocle): sono le principali tappe di un percorso narrativo che si spinge alle fonti di un immaginario giuridico ancora da esplorare. In contrasto con una visione formalista o moralista della legge, questo libro si pone un obiettivo ambizioso: immergere il diritto nella finzione letteraria per permettergli di ritrovare le proprie radici.

Il testo è estremamente interessante poiché sgancia l’idea di giustizia dall’idea di legge. La legge  fonda la convivenza tra gli uomini, e procede da un patto che renda possibile e fondi tale convivenza. Perciò la legge precede la giustizia.

In questo senso la consegna delle tavole della legge è il momento fondante che rende popolo la e comunità i protagonisti dell’Esodo.

La giustizia è altro, si stacca dalla vendetta e deve rientrare nell’ambito della legge come nell’Orestea, che pone un limite all’agire individuale.

Ma, come mostra l’Antigone di Sofocle, qualcosa rimane escluso, la legge e la giustizia non coincidono, la coscienza individuale si ribella, la legge del sangue si contrappone alla legge della città.

Merito di Ost è quello di farci entrare in questa lacerazione quasi dal vivo, mostrando come siano temi non astrusi che ci toccano da vicino, questo anche attraverso una scrittura limpida e avvincente, che non è da poco per questi argomenti.

Ambrogio Cozzi

 

Luce Irigaray, 

La via dell’amore, Bollati Boringhieri, Torino 2008, 

pp. 117, € 11,90

Debbo confessare una difficoltà che ho incontrato nella recensione di questo testo. Difficoltà linguistica prima di tutto. Certo c’è da riflettere sul fatto che un testo in cui il linguaggio e la parola hanno un ruolo centrale, soprattutto nel cercarne ed evidenziarne i limiti, mi abbia fatto incontrare queste difficoltà.

L’autrice da anni si interroga sul linguaggio, sulla parola. Ricordiamo di passaggio un testo di parecchi anni fa, un testo importante, Parlare non è mai neutro, in cui il tema delle strutture linguistiche legate alla differenza sessuale veniva minuziosamente indagato.

Il tema del linguaggio assume in La via dell’amore un rilievo più ampio, andando ad individuare l’impossibilità del linguaggio a dire il mondo senza resti.

Nel corso delle pagine c’è una presenza che le percorre: è la presenza della voce, la voce come ciò che resta escluso dal linguaggio, come ciò che, escluso, interroga il linguaggio. L’assunto è che il linguaggio come signoria sul mondo, come prospettiva di padroneggiamento, tenga solo a prezzo di gravi esclusioni, in particolare sull’esclusione della differenza. Padroneggiamento segnato da una violenza sul mondo, da un gesto di esclusione che si tratta di ripensare.

E’ a partire da qui che si snoda il discorso della Irigaray, come tentativo non tanto di reincludere ciò che è stato escluso, ma primariamente di renderlo pensabile, rivedendo le categorie e gli spazi relazionali così come li abbiamo ereditati. Lavoro non facile, che si snoda nello stesso testo, e che per questo lo pone a cavallo tra la saggistica e la scelta di un linguaggio evocativo più vicino alla poesia. 

D’altra parte, forse l’escluso può essere solo evocato e non detto, se si vuole mantenere quel rapporto all’invisibilità che lo rende presente interrogandolo. Scelta di umiltà e limite rispetto ad un logos che ha cercato di esaurire il mondo senza tener conto di ciò che questo comportava.

Nello spazio ristretto di una recensione (riprenderemo magari il discorso in un testo più esteso) mi sembra importante porre una sola domanda. Secondo l’autrice la sua proposta etica è praticabile  e può procedere a partire da una raggiunta autonomia, cioè la creazione di uno spazio a tre - il soggetto, l’altro, il mondo - che tenga conto della differenza tra i sessi e dell’essere dei due nel mondo. La domanda allora è come questo sia possibile e non si riduca ad un invito ad essere migliori, se non si ripensa il tempo che precede l’autonomia, in particolare il tempo del rapporto con la madre, quell’area dell’impensato che tanto ha assillato un analista attento come Elvio Fachinelli nell’ultimo periodo della sua esistenza. Anche perché questo rapporto con la madre si pone come un’area per certi versi angosciante nel carico di annullamento individuale che si porta dietro, caratterizzata da una beanza che è forse più prossima all’annullamento dell’esistenza percepita come minaccia che non al piacere. La figura del padre si stagliava così come elemento separatore, che impediva l’inglobamento introducendo una separazione. Il prezzo che si è pagato è stato quello di escludere quell’area dal pensabile; reintrodurla e renderla pensabile è sì possibile, ma come fare per far fronte alle componenti di minaccia e soprattutto senza escludere e relegare nel mero patriarcato la presenza del padre?

Ci rendiamo conto di aver posto la domanda in termini forse imprecisi, dovuti allo spazio ristretto; ma il tema rimane se non vogliamo rimandare la dimensione etica ad una maturità e autonomia che stanno vicine al miracolo se non se ne infagano i contenuti attraverso la genealogia.

 

Ambrogio Cozzi

 

Emanuela Mancino, 

Autoformazione in età adulta. Fernando Pessoa e la scrittura di sé

Mimesis, Milano 2006, pp. 150, € 13,00

“Vidi che non c’è Natura / che Natura non esiste, / che ci sono monti, valli, pianure, /che ci sono alberi, fiori, erbe, / che ci sono fiumi e pietre, / ma che non c’è un tutto a cui questo appartenga, / che un insieme reale e vero è una malattia delle nostre idee.”

Vedere e nominare, dare un nome alle cose di momento in momento, in una sorta di presente continuo, affermare che “il ricordo è un tradimento nei confronti della natura... e ricordare è non vedere” è l’atteggiamento di Alberto Caeiro, poeta della Natura, che rifugge da ogni astratto “pensare”, da ogni soggettivo sentire che vada oltre la semplice constatazione dei “fenomena”.

Strana e breve, ancorchè intensa, la vita letteraria di A. Caeiro: appena 5 anni sui 26 che intercorsero tra la data della sua nascita e quella della morte. 

Vedere fu tutto per lui, fu come, e forse di più, poetare, testimoniare con la propria poesia una completa ricerca di assenza di soggettività e memoria, anche se il compito che la sorte gli assegnò  lo vide, in realtà, interprete e testimone di un’altra vita, non sua, a cui fu accomunato da un imperioso atto creativo e soggettivo. Quello di essere una delle identità “altre”, attraverso le quali si espresse Fernando Pessoa in una sorta di scissione e frammentazione euristica della propria ricerca artistica. 

Diversamente da altri artisti la cui opera può essere descritta e commentata con sensati approcci cronologici, Pessoa attuò una sorta di divisione simultanea del proprio pensiero e della propria poesia, creando, per ogni stile, un soggetto, un personaggio, un autore con un’identità specifica, dei tratti somatici, degli elementi biografici e, come nel caso di Caeiro, le date limite della sua vita.

Eppure, in questa divisione che vide coesistere più autori ci fu, continuamente, una ricerca di sé, una ricerca unitaria. Lui stesso, nelle sue Pagine intime ebbe a sostenere di aver  sempre avuto, fin da bambino, la necessità di arricchire il mondo, di aumentarlo attraverso diverse personalità, tanto che, alla fine, riteneva di essere, di essere diventato niente altro che il punto di riunione di una piccola umanità solo sua.

Percorso, quindi, di autoricerca e di autoformazione, sia pure collettanea, collettiva, assembleare, in qualche modo. L’idea di fondo di tale ricerca viene esplorata, anatomizzata dal lavoro di Emanuela Mancino che ci guida, attraverso gli itinerari dello sdoppiamento, attraverso le ragioni di Pessoa nel perseguire la moltiplicazione dei sé, delle strutture identitarie; che ci fa capire come il percorso della deuteronimia, dell’eteronimia, sia ben diverso che il semplice nascondimento sotto uno o più pseudonimi.

In Autoformazione in età adulta viene anche indagato il misterioso ed affascinante, stregato,  “topos” del Doppio, una fenomenologia ed un mondo concettuale esplorato a livello letterario e psicanalitico. Vengono analizzate ambiguità ed attribuzioni simboliche con riferimenti a  Omero, Platone, Sofocle e poi a Freud, Rank, Jung, Buzzati, Conrad, Maupassant.

Interessante, anche in connessione  con l’ambito della scrittura di sé, territorio di ricerca esplorato ormai da anni dalla Mancino, è la parte dell’opera in cui viene analizzato il ruolo di regia, di sentimento organizzatore e ricostruttore proprio della scrittura.

La scrittura non è mai un percorso già incontrato. Il linguaggio, accompagnando chi lo utilizza, non rappresenta una struttura psichica già avvenuta, ma coopera al suo stesso formarsi”.

E se conveniamo con l’Autrice che, citando Marguerite Duras, sostiene che “scrivere è tentare di sapere cosa si scriverebbe, se si scrivesse”, noi sosteniamo che condividere, leggendo, questo viaggio nell’animo polimorfo dell’artista lusitano, ci può aiutare a tentare di capire di più la natura umana e a fare i conti, un po’ più serenamente, con lo smarrimento che ci prende quando ci chiediamo “se io sono io o sono altro e se io e altro siamo ii”.

Salvatore Guida

 

Juan Carlos González Faraco, 

Il cavaliere errante. La poetica educativa di Don Chisciotte

Milano, Franco Angeli, 2007, pp. 121, 13 €

L’attualità di un classico si rivela nella sua capacità di farsi attraversare dal tempo e dalle letture, fornendo sempre nuove motivazioni per avvicinarlo, e nuovi possibili sviluppi ermeneutici per interrogarlo. Dunque la sua lettura non può mai dirsi esaurita, poiché essa si configura non solo come stimolo permanente a inedite sollecitazioni date da nuovi interlocutori, ma anche poiché esso accoglie e tramanda il valore di una processualità storica, suscettibile di incarnare contemporaneamente una testimonianza del passato e un modello futuro aperto alla problematizzazione.

In quest’ottica, il saggio di Juan Carlos González Faraco introduce alla rivisitazione di un classico della letteratura, come il Don Chisciotte, per indagarne le modalità didattiche di lettura che fino ad ora ne hanno pesantemente suggestionato e limitato l’interiorizzazione come narrazione per potere proporre un dialogo diretto.

La sua ricerca si divide tra l’intento di attualizzare un universo di simboli, di seduzioni liriche, in un richiamo alla sfida pedagogica tra le logiche della tradizione e quelle della innovazione, attraverso la storia di un antieroe per eccellenza; e quello di mostrare al lettore un percorso alternativo alle tassonomie interpretative, guidandolo nella formazione di un autonomo punto di vista.

González Faraco avverte e discute di una distanza fra testo, autore e lettore generata dalle innumerevoli interpretazioni che, nel tentativo di restituire l’opera in maniera semplificata e di piegarla alla funzionalità didattica, spesso ne hanno offuscato la magia narrativa. Si tratta di leggere il testo attraverso una modalità che non sia esercizio retorico, che non sia mera ripetizione, ma che si apra alla autenticità del racconto e ne sappia cogliere il valore narrativo, non soltanto come esercizio stilistico dell’immaginazione ma come traccia significante di un percorso reale, singolare e irripetibile, realizzato dalla sensibilità di un individuo.

L’idea proposta in questo saggio si situa sicuramente controcorrente rispetto ai dettami di una teoria pedagogica, a volte troppo concentrata sulla meccanica propedeuticità degli apprendimenti, poiché intende concretizzarsi proprio in una lettura antipedagogica, scevra dall’azione filtrante di interpretazioni definitive, ma che lasci il soggetto di fronte all’opera d’arte, nella emozione di un dialogo palpitante tra sé e il racconto.

È possibile dunque intravedere nella critica e nella proposta di González Faraco un’intenzione precisa, volta ad opporre ad una pedagogia della prescrizione una pedagogia dell’errore, intesa come orientamento diretto ad affermare il valore positivo del disordine, della singolarità, dell’originalità per leggere e leggersi entro una realtà diversa, che si fondi sulla possibilità, come orizzonte significante, in grado di scorgere spazi di senso entro il dipanarsi di inedite trame.

Merito dell’autore, rispetto ad una riflessione rigorosa e insieme suggestiva, è sicuramente quello di delineare una traccia critica percorribile al di fuori di sentieri pedagogici omologanti che uniformano le dissonanze per spiegarle entro quadri logici semplificati e forzosamente lineari, per celebrare, nell’atto poetico della libertà ermeneutica individuale, una sensibilità autoformativa, nella coraggiosa consapevolezza che educare significa prima di tutto educarsi.

Sara Cillani

 

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