Wittgenstein e gli insegnanti

Wittgenstein sostiene che il modo in cui l’essere umano apprende una lingua, che sia quella materna o una straniera, si avvale inevitabilmente del contesto.


di Fabrizio Li Vigni*

 

Arthur Schopenhauer, nell’Appendice al suo capolavoro, Il mondo come volontà e rappresentazione, distrusse quasi in toto il pensiero del suo maestro, Immanuel Kant. Di lui salvò tuttavia un concetto solo, a suo giudizio il più importante: quello di noumeno, la cosa in sé, inconoscibile, di cui possiamo conoscere solo il fenomeno, l’aspetto sensibile. Heidegger ha compiuto una storia della metafisica prendendo in esame anch’egli una sola idea per filosofo.

Se dovessi individuare, nelle opere di Ludwig Wittgenstein, un solo concetto, il più importante e fondamentale, non avrei dubbi. Sceglierei, dalle sue Ricerche filosofiche, il concetto di linguaggio come gioco, e metterei un particolare accento sul ruolo che l’uso ha nel linguaggio. Prima di illustrare l’idea, una nota sul titolo di questo articolo è doverosa. Chi conosce la peculiare vita del filosofo austriaco, potrà essere fuorviato dalla mia menzione degli insegnanti: a seguire non parlerò degli aneddoti biografici relativi all’esperienza di Wittgenstein come maestro di scuola elementare, bensì dell’agevolazione pedagogica che la coscienza del ruolo che l’uso ha nel linguaggio può recare.

Sebbene sia suggerita dal concetto di contesto in Frege, quest’idea è originale. Risulta prorompente perché approfondisce e porta alle estreme conseguenze proprio il concetto fregiano. Cosa dice, dunque, il principio del contesto? Esso recita per l’esattezza così: «Il significato delle parole va indagato nel contesto dell’enunciato e non considerandole isolatamente».

Partendo da qui, Wittgenstein sostiene che il modo in cui l’essere umano apprende una lingua, che sia quella materna o una straniera, si avvale inevitabilmente del contesto. Cosa ci insegnano a scuola o cosa ci dice il senso comune? Che le parole si imparano essenzialmente in due modi: ostensivamente, oppure attraverso una definizione. Ostensivamente significa: unire il suono di una parola a un oggetto, attraverso l’atto fisico e visibile dell’indicare, operato da chi già conosce questa connessione in favore di chi ancora non la possiede. All’inizio i bambini imparano molte parole così: il genitore prende in mano la macchina giocattolo e, mostrandola al figlio, ripete più e più volte la parola «macchina», finché il bambino non coglie il collegamento e impara a pronunciarla: l’ostensione è una dote intuitiva e innata dell’essere umano.

L’altro modo, che si avvale dell’uso della definizione, subentra con la scuola primaria, dove la maestra illustra il significato di nuove parole attraverso quelle che i bambini conoscono già. La definizione è un metodo per ampliare la conoscenza attraverso il reimpiego di quella pregressa: da una conoscenza minore e più semplice, che si assembla grazie a una guida esterna, si passa a una conoscenza maggiore e più complicata. L’adulto, in seguito, farà uso del vocabolario o di mezzi più sofisticati, quali le enciclopedie o i manuali tecnici, per trovare il significato e la definizione di parole sempre più specifiche e dal significato composito.

Wittgenstein ha chiarificato un terzo metodo di apprendimento delle parole, che è probabilmente il più importante ed efficace, ma al contempo il meno manifesto, il più complesso. È appunto l’apprendimento attraverso l’uso: «Lascia che sia l’uso a insegnartene [di una parola] il significato» (Ricerche filosofiche, Einaudi 2009, pag. 279). Com’è possibile apprendere il contenuto semantico di una parola dal suo semplice utilizzo, senza passare dall’ostensione o dalla definizione? Come imparare questa parola dal nulla?

Wittgenstein non sostiene che una nuova parola possa essere appresa in modo autonomo e immediato grazie al solo contesto in cui appare la prima volta. Il filosofo ci sta invece dicendo che l’uso ripetuto di quella parola in più contesti differenti ce ne può insegnare il significato, senza ostensione e senza dizionario.

Questa teoria illustra non soltanto l’apprendimento di una nuova parola, ma anche il modo in cui si conoscono e individuano i diversi sensi delle parole polivalenti. Non mi riferisco a una parola come «gatto» (italiano) o «cat» (inglese) o «chat» (francese). Questi termini hanno lo stesso referente ideale: un animale della famiglia dei felini, certo differenziabile a seconda delle razze in forme diverse, ma unico nella struttura “essenziale”. E neanche parliamo di «pèsca» (“e” aperta), cioè il frutto, contrapposta a «pésca» (“e” chiusa), cioè l’andare a catturare pesci. Parliamo piuttosto di parole come «vivace» oppure «languido». Il primo aggettivo può voler dire, a seconda dei contesti, «pieno di vita, pronto e desto», oppure «assai vivido, intenso e gaio». Il secondo: «debole, vuoto, stanco», oppure «improntato a un malinconico sentimentalismo o ad ostentato abbandono», oppure ancora «pallido, sfiorito». Come possiamo non solo apprendere, ma anche capire, di volta in volta, a quale significato si sta riferendo colui che impiega questa parola?

Un esempio chiarificherà la risposta. Un adolescente, attorno ai quattordici anni, si appresta alla lettura di un romanzo. Finora il ragazzo non ha letto che fumetti e manuali scolastici. Gli manca, inevitabilmente, un certo lessico, specie quello relativo all’espressione dei sentimenti più ambigui, profondi e articolati. Già alle prime pagine, gli capita d’incontrare la parola «languido». Per un attimo il suo flusso di lettura si interrompe. Non sa che cosa voglia dire questo lemma e ciò gli impedisce di cogliere a fondo il senso del discorso. In quel momento si trova sul treno in viaggio verso la casa della nonna. Non ha né un dizionario a portata di mano né un parente a cui chiedere: la sua timidezza o il suo rispetto gli impediscono peraltro di importunare il signore sconosciuto che siede di fronte a lui. Decide perciò di sospendere il giudizio sul possibile significato di «languido», almeno per il momento (si è pur fatto qualche ipotesi, ma nessuna lo convince). Ha deciso di far finta che la frase in cui appare «languido» non ci sia. Non sa che sta facendo per la prima volta una cosa che gli adulti fanno in continuazione: saltare le parole sconosciute, e andare avanti. Se la parola è così importante, ricapiterà. Se non la si capisce una prima volta, la si intenderà successivamente. E poiché il personaggio del racconto che il nostro adolescente sta leggendo è un tipo molto pigro e malinconico, la parola «languido» verrà utilizzata dall’autore altre venti volte prima della conclusione del racconto. Così il ragazzo, che viaggerà in treno per diverse ore, continua a leggere. Il romanzo è corto e scorrevole, perciò lo finirà prima di giungere a destinazione.

Siamo alla seconda occorrenza di «languido». Ma neanche stavolta l’adolescente ne coglie il significato. Riguardo alle ipotesi, siamo come alla prima occorrenza: poche, vaghe, forse nessuna. La parola compare una terza e una quarta volta. Le ipotesi che il nostro lettore aveva avanzato inizialmente ora lo stancano. Comincia a perdere fiducia e decide di non cercare più neanche di pensarne di nuove.

Ma alla quinta e alla sesta occorrenza, le ipotesi tornano a sorgere da sole e a farsi più definite. In più, tutte appartengono a una stessa area semantica: se le precedenti erano distanti o opposte fra loro, queste nuove supposizioni si assomigliano. Diciamo che se prima il nostro era in alto mare, adesso si avvicina sempre di più alla riva. Comincia a scorgerla, sebbene tema che si tratti di un’allucinazione. Alla settima e all’ottava occorrenza, si stupisce che le ipotesi, invece di scomparire, si confermano, si affermano, funzionano. Non è che un test a prove ed errori, quello che per la prima volta si ritrova a fare. È come un quiz: il lettore fa un’ipotesi e attribuisce alla parola, in quella data proposizione, un certo significato; poi rilegge la frase e vede se quel significato “ci sta”, prova a vedere se esso “risolve” l’enigma semantico. E stavolta il significato pensato dal nostro adolescente è funzionale, sebbene ancora un po’ impreciso. Sarà soltanto alle successive occorrenze che la parola assumerà tutto il suo senso. Senza alcun aiuto esterno, il ragazzo avrà imparato una nuova parola, e persino le sue sfumature, o almeno alcune di esse.

Probabilmente l’apprendimento attraverso l’uso è il principio più importante e al contempo più elusivo di tutti. Ed è più efficace di qualsiasi dito indicante o dizionario definente. Forse renderne coscienti i pedagoghi può aiutarli a dotare a loro volta gli alunni di questa consapevolezza. Sarebbe un modo per incoraggiarli alla lettura, desacralizzandola, e aguzzarne l’intuizione. Non di rado la coscienza di un meccanismo ci rende infatti più capaci d’approfittarne con efficacia.

 

*Laureato in Filosofia della conoscenza e della comunicazione presso l'Università degli Studi di Palermo con master in Pensiero contemporaneo all'Università di Barcellona e specializzazione in Storia, filosofia e sociologia delle scienze all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi.

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