Sillabario pedagogiko

Goffredo Parise, descrivendo la necessità che lo aveva spinto a stendere i suoi Sillabari, ha detto: “Gli uomini d’oggi hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie”. Ogni pedagogia è intrisa di ideologia, ma nasce sempre da un sentimento, non sempre benevolo, che riguarda i rapporti con noi stessi e con l’altro, compresi alla luce del tempo in cui viviamo. Questa rubrica si propone di mettere al lavoro uno sguardo sulle cose che ci circondano, siano queste parole, immagini, incontri, eventi. Un’attenzione per quelle tracce che rivelano il pedagogico nel quotidiano, non dimenticando che l’osservazione – inizio di ogni educazione – è il miglior antidoto per le illusioni del sentimentalismo. Solo così i dettagli che stavano, forse, per sfuggirci possono diventare dei segnali.

Nella puntata di La Caccia. Caccia all’ideologico quotidiano andata in onda il 18 dicembre 2011 su Radio Popolare, Felice Accame, prendendo spunto dal testo Le cose di Georges Perec, diceva: “Le cose, sono le cose a determinare, con la loro resistenza fisica e simbolica, sono le cose a strutturare la vita e in quanto imposte – in quanto trovate lì bell’e pronte e ratificate, valorizzate, indiscutibili, perentoriamente indiscutibili, e misteriose – trascendenti l’individuo che se ne circonda e ne usa, arcanamente avulse da ogni consapevolezza circa la loro consistenza storica. Nella dialettica fra noi e le cose – fra ciò che abbiamo e ciò che vorremmo avere – c’è il nodo irrisolto del nostro rapporto con la ricchezza e la sua ostentazione. Ed è a questo punto che il vivere borghese, mistificatoriamente, appare come l’esito naturale di una fuga vittoriosa dall’indigenza”. L’attenzione dei curatori del programma radiofonico, che tentava ogni volta di scovare l’ideologico negli eventi quotidiani, spesso apparentemente marginali, dell’esistenza individuale e collettiva, ha molte affinità con lo sguardo micrologico che Walter Benjamin esercitava sul mondo delle cose che lo circondava, spesso, proprio, prestando la sua voce alla radio. Le sue esperienze radiofoniche iniziarono a Francoforte il 23 marzo 1927 con la conferenza Junge russische Dichter, mentre una partecipazione più continua all’attività della Funkstunde AG di Berlino e del Südwestdeutscher Rundfunk di Francoforte contraddistinse gli anni tra il 1929 e il 1932. Il lavoro che Benjamin faceva anche attraverso le frequenze della radio tedesca “intorno alle cose” rivela la stessa sensibilità che Accame trova nella scrittura affilata e apparentemente neutra di Perec. Le cose che Benjamin mette al lavoro sotto i nostri occhi segnalano in primo luogo che l’infanzia, come suo movimento fondamentale, ha quello di inserire nuovamente gli oggetti che destano la sua attenzione nello spazio simbolico e quindi anche storico-ideologico. Una capacità, questa, che gli adulti hanno perduto, una possibilità che non percepiscono più ogni volta che incontrano le cose, le osservano, le usano. Inoltre, rilanciando questo sguardo sulle cose oltre la loro smagliante apparenza, il filosofo berlinese mostrava che il velo del vivere borghese le opacizza, non indicandone più il contenuto materiale, il lavoro che le crea, schiacciandole sulla proprietà e sul loro consumo. Potremmo dire la stessa cosa della maggior parte della tecnologia che oggi dà il ritmo alla nostra quotidianità con e senza i bambini? Benjamin, non solo in Infanzia berlinese, ci costringe a compiere piccole ma balenanti rivoluzioni intorno alle cose dell’infanzia: oggetti materiali ma anche ambienti, momenti, esperienze, risonanze emotive. Queste rivoluzioni riguardano necessariamente un nuovo rapporto tra queste cose e lo spazio che occupano nell’orizzonte della visibilità, ma allo stesso modo investono il gesto con cui noi le collochiamo nel tempo. Oggi la visibilità segna il tratto fondamentale delle cose, del loro contenuto e della loro forma, e soprattutto delle immagini-merce che i bambini e gli adulti incontrano insieme. Questo spostamento dello sguardo che Benjamin inaugura rispetto alle cose – simile per certi versi al gesto del collezionista che salva gli oggetti più disparati da un oblio segnato dal loro non uso e consumo – parte proprio da un movimento eccentrico, uno scarto nello spazio e nel tempo, eterotopico ed eterocronico appunto. Si tratta di un doppio movimento, nello spazio e nel tempo dell’infanzia, che prende forza proprio dal contatto con le cose o, direbbe Benjamin, dall’ascolto attento del loro linguaggio. Un ascolto in cui vedere e udire diventano tutt’uno. Un’eco di tale atteggiamento si ritrova nelle Lettere luterane di Pier Paolo Pasolini. Il doppio movimento appena indicato assume la forma di un doppio sguardo grazie al quale la realtà diafana delle cose si presenta in tutta la sua forza di verità. In questi scritti pedagogici di Pasolini l’interpretazione dell’infanzia, intrecciata all’analisi del suo contenuto storico-ideologico, viene imposta come uno dei requisiti indispensabili per ogni educazione che non sia prigioniera del moralismo e della ripetizione repressiva dei tratti della classe dominante. “Ma se negli oggetti e le cose le cui immagini mi sono rimaste fisse nel ricordo, come quella di un sogno indelebile, precipita e si concentra tutto un mondo di ‘memorie’ che da quelle immagini è rievocato in un solo istante, se cioè quegli oggetti e quelle cose sono contenenti dentro cui è raccolto un universo che io posso estrarre da essi e posso osservare, nel tempo stesso, quegli oggetti e quelle cose sono anche qualcos’altro che un contenente. Sono, appunto, dei segni linguistici, che se a me personalmente rievocano il mondo dell’infanzia borghese, tuttavia, in quei primi momenti, mi parlavano oggettivamente facendosi decifrare come nuovi e sconosciuti. A essi non si sovrapponeva infatti il contenuto dei miei ricordi: il loro contenuto era soltanto loro. Ed essi me lo comunicavano. La loro comunicazione era dunque essenzialmente pedagogica. Essi mi insegnavano dove ero nato, in che modo vivevo e, soprattutto, come dovevo concepire la mia nascita e la mia vita. […] Altri ‘discorsi di cose’ sono intervenuti poco dopo, e poi per tutta l’infanzia e la giovinezza. Spesso tali nuovi ‘discorsi di cose’ (specie dopo la primissima infanzia) erano in contraddizione con quelli iniziali. […] L’educazione data a un ragazzo dagli oggetti, dalle cose, dalla realtà fisica – in altre parole dai fenomeni materiali della sua condizione sociale – rende quel ragazzo corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita. A essere educata è la sua carne come forma dello spirito”. Oggi i bambini incontrano questi segni inscritti in quale cornice d’esperienza? Lo schermo produce dei segni e delle esperienze paragonabili a quelli evocati da Pasolini? Il video del suo compleanno visto a ripetizione da un bambino di tre anni sull’iphone dei suoi genitori dice ancora qualcosa di preciso e significativo della sua condizione sociale e rende quel bambino “corporeamente quello che è e quello che sarà per tutta la vita”? La frequenza con cui lo guarda, con la quale guarda il suo film di animazione preferito in dvd nel suo salotto a casa, e non al cinema una volta soltanto, “educa la sua carne come forma dello spirito”? I nativi digitali costruiscono un’immagine inconscia del loro corpo come “carne digitale”? Lasciamo che queste domande evochino in ognuno più che risposte almeno delle possibili riflessioni e torniamo a Walter Benjamin e alle frequenze della radio intorno agli anni Trenta del XX secolo in Germania. I testi delle conferenze radiofoniche che Benjamin tenne tra il 1929 e il 1932 ci restituisce un atteggiamento laico illuminista che seguendo l’adagio del delectando docere cercava di superare l’estraneità tra l’annunciatore-micronarratore e gli «egregi invisibili» che nei loro cantucci ascoltavano assorti questo evanescente compagno dei loro pomeriggi. Benjamin vuole far nascere curiosità nei suoi piccoli ascoltatori e propone spesso vicende e argomenti che se solo assecondati si trasformerebbero in tortuosi sentieri ‘a scatole cinesi’. È come se continuamente nella cura del linguaggio Benjamin cercasse di ovviare alla perdita, attraverso la radio, di quella magia che gli antichi o appena scomparsi narratori sapevano ogni volta creare intorno a loro stessi e alle loro storie. Grazie alla figura di Hoffmann, per esempio, e alle descrizioni dei suoi racconti, Benjamin tenta di mostrare con un esempio (che i bambini sono invitati a riscontrare nella lettura personale) quale mondo affascinante e illuminante possa aprire davanti ad ognuno l’occhio del vero osservatore (Anscher): “[…] più che un veggente o un visionario [Seher], Hoffmann era un osservatore [Anseher]”. Educare contro i fascismi, insegnare a riconoscere e smascherare i caratteri salienti delle ideologie retrogade e quiescenti: questi sono i compiti della pedagogia che Benjamin perseguiva. La descrizione di Cagliostro e delle sue avventure inserite nel palinsesto di una radio berlinese in un pomeriggio del 1931, la dice lunga sul coraggio e sulla capacità di leggere e far vedere oltre la cortina dell’apparenza che Benjamin dimostrava rispetto ad alcuni intellettuali suoi amici. Egli non dimenticava mai di scrutare le cose della realtà come fece per la prima volta una mattina, quando, durante una passeggiata, al bambino chiuso nel suo cappottino con collo di pelliccia, la povertà di un mendicante che gli passava accanto si mostrò con baluginante crudezza essere il risultato abominevole del lavoro mal retribuito. Come le immagini dell’Infanzia berlinese, che parlano anche del futuro del singolo intellettuale che riuscì ormai quarant’enne a salvare dei frammenti di realtà destinati all’evanescenza, allo stesso modo il racconto benjaminiano di Cagliostro fatto alla radio per I bambini parlava del futuro di una società che non riusciva più a recuperare il suo passato se non in chiave autodistruttiva. Nelle orecchie dei suoi contemporanei adulti, dopo quel 26 settembre del 1940 in cui Benjamin si tolse la vita fuggendo dai nazisti e dalla polizia di Vichy, dovettero risuonare spesso le ultime parole pronunciate al microfono in quel febbraio del 1931, che vale la pena di rileggere ancora oggi. “Cagliostro ha sfoderato le sue arti con tanto successo proprio in un’epoca attenta alla libertà e allo spirito critico come l’Illuminismo. Come fu possibile? Fu proprio perché la gente era talmente persuasa che il soprannaturale fosse falsità che non si era mai preoccupata di rifletterci seriamente finendo così per essere vittima di Cagliostro, che le ammanniva subdolamente il soprannaturale con l’abilità di un prestigiatore. Se le persone avessero avuto convinzioni meno salde e maggior spirito di osservazione ciò non sarebbe potuto accadere. […] in molti casi lo spirito di osservazione e la conoscenza degli uomini sono più importanti di un atteggiamento saldo e giusto”. Da anni ormai la radio ha quasi completamente perso il suo fascino per i bambini, ma anche per questo i suggerimenti benjaminiani raddoppiano il loro valore. Se prima le immagini nascevano dal timbro e dal calore della voce del conduttore, dai suoi personaggi e dalle sue storie, oggi le immagini della televisione, dei new media, degli “schermi retina” degli smartphone si offrono agli occhi dei bambini in tutta la loro abbondanza, velocità e sensualità. Proprio nel divario tra le immagini e il loro contenuto, nel rapporto ambiguo fra appariscenza e apparenza, la capacità di tendere ad un contenuto di verità della cosa-immagine, Benjamin, a nostro parere, invita a costruire la capacità di cogliere e comprendere le differenze effettive di contenuto tra le immagini viste, e di conseguenza a prendere posizione rispetto ad esse. Saremo in grado nell’epoca della morte dell’immagine di educare i nostri figli contro i fascismi che apparentemente la nostra libertà tecnologica sembra scongiurare?