Sillabario pedagogiko

Goffredo Parise, descrivendo la necessità che lo aveva spinto a stendere i suoi Sillabari, ha detto: “Gli uomini d’oggi hanno più bisogno di sentimenti che di ideologie”. Ogni pedagogia è intrisa di ideologia, ma nasce sempre da un sentimento, non sempre benevolo, che riguarda i rapporti con noi stessi e con l’altro, compresi alla luce del tempo in cui viviamo. Questa rubrica si propone di mettere al lavoro uno sguardo sulle cose che ci circondano, siano queste parole, immagini, incontri, eventi. Un’attenzione per quelle tracce che rivelano il pedagogico nel quotidiano, non dimenticando che l’osservazione – inizio di ogni educazione – è il miglior antidoto per le illusioni del sentimentalismo. Solo così i dettagli che stavano, forse, per sfuggirci possono diventare dei segnali.

Alcuni considerano le “storie per figure e parole” di Leo Lionni “favole politiche”. Ci sono stati anni, che Leo Lionni ha vissuto in pieno, in cui tutto era politico. In quegli stessi anni tutto quello che veniva indicato con l’aggettivo “pedagogico” non poteva che essere portatore di plagio, fisico e mentale, alienazione, oppressione e riproduzione. Per questo potremmo dire, in via preliminare, che Lionni si presenta a noi, anche a distanza di molti anni, ancora come un antipedagogo, come lo è stato Rodari, per fare il primo esempio contiguo che può venire in mente. Ancora oggi, se si tenta di “usare” pedagogicamente e didatticamente le storie di Lionni si finisce per farne letture edificanti, giuste, ma moraleggianti. Tutto si può dire delle storie di Lionni, ma non che puntassero a proporre una morale, nel senso canonico del termine.

Semmai la questione per Lionni e per le sue storie è di catturare i lettori con la stessa forza attrattiva delle favole, ma deludendo le aspettative precettistiche che la tradizione vorrebbe imporre alle storie “per bambini”. Le sue storie sono piuttosto allegorie, possibili mondi che si aprono di fronte agli occhi di chi legge a partire da un’idea, da un’immagine, da una suggestione spesso paradossale. Tutti quelli che hanno conosciuto Leo Lionni ripetono spesso che non era mai banale, che parlasse di arte, di botanica o di auto o del più frivolo degli argomenti da salotto. Le sue storie rispecchiano questo tratto così riconosciuto della sua personalità, anche le meno riuscite riescono sempre a essere, anche solo per un dettaglio, non banali. L’immaginario è niente eppure continua a orientarci, a produrre effetti tangibili sulla nostra vita. L’immaginario si presenta come l’illusione che ci distoglie dalla vera vita eppure non riusciamo a distoglierci dalla sua promessa, una promessa di liberazione o di felicità, spesso di alleggerimento dalla presa della vita quotidiana. Per comprendere questi effetti, credo che l’immaginario non possa più essere inteso come un altrove, nello spazio o nel tempo connotato da forme ancestrali, né come una forza creatrice di innovazione sociale e culturale. Forse l’immaginario può essere rintracciato transitoriamente nello spazio di pensabilità di cui le immagini parlano o che parla in esse. Ecco, l’immaginario che caratterizza i segni di un’educazione che possiamo rintracciare nelle opere di Lionni produce questo, uno spazio di pensabilità ulteriore. In questo senso l’immaginario, come sottolinea spesso il discorso della psicoanalisi, è costruito dalla legge del desiderio, di mostrare, di comprendere. Da un movimento che, nel caso di Lionni, orienta lo sguardo sul mondo, spesso facendogli compiere uno spostamento o un ribaltamento del codice o del sistema di riferimento che eravamo abituati a utilizzare come l’unico disponibile. La sua vita, vissuta fra molti mondi, le sue frequentazioni e le molte amicizie e collaborazioni con scrittori, artisti e registi che hanno fatto la storia del XX secolo, gli hanno consentito di scrivere del mondo, guardandolo come se fosse un materiale da plasmare, ma soprattutto da rispettare perché la verità delle cose, certamente, risiede nei segni e nell’alfabeto, ma senza codici e modelli interpretativi adeguati, tutto si ridurrebbe a un semplice consumo visivo e verbale. Sono storie d’artista quelle di Leo Lionni. C’è chi scomoda Kant e la Critica del Giudizio, ricordando che l’arte allarga l’animo, mettendo l’immaginazione in libertà ed è in grado di esibire forme e rappresentazioni, alle quali nessuna espressione verbale è pienamente adeguata, elevendosi così ad una forma di conoscenza che può arrivare all’idea. È importante notare che Lionni partiva sempre da un’idea, l’impressione è che sia sempre l’idea a reggere “la cosa”. La questione dell’idea – molto presente anche quando si osservano con attenzione le opere di design e di grafica di questo autore – torna in molte testimonianze di chi lo ha conosciuto o ha lavorato al suo fianco. In un certo senso influenza anche la sua pittura e la sua scultura, basti pensare ai profili e alle sue piante immaginarie. Il gusto dell’ironia e della leggerezza era tutt’uno con la nettezza dell’idea che l’espressione non tradisce mai, nella concretezza dell’incontro con i materiali o nel legame fortissimo che sempre Lionni stabiliva con il destinatario delle sue opere. Ciò che spesso viene amato nelle sue opere è l’essere costretti ad accettare la lucidità e la precisione assoluta di pensiero all’interno di una poetica della materia sempre immaginosa, suggestiva, fantastica. Come ha affermato lo stesso Lionni: “Nei libri per bambini ci deve essere una metafora indecifrabile, ma anche qualcosa di indecifrabile. Sono stato fra i primi a voler usare parole incomprensibili e a lottare con i redattori per questo. […] Quando faccio libri per bambini, immagino sempre che ci sia un bambino presente, che poi sono io bambino, con il quale mantenere una dialettica continua”. Questo dialogo, che concretamente, come è noto, ha generato “fisicamente” la storia e il libro Piccolo giallo piccolo blu, ideata e realizzata con la collaborazione dei suoi nipoti, indica con precisione il luogo di generazione di quella leggerezza dello sguardo coniugata al rigore, all’armonia e al senso quasi arcano a volte delle sue storie, che è diventato il segno distintivo e la cifra delle sue opere più belle. Il legame con la materialità, cruciale per Lionni come artista, rimane fondamentale anche nelle opere di illustrazione e negli stessi temi delle storie narrate. Un passaggio della sua autobiografia è illuminante a tal proposito. Uno dei momenti più intensi di scoperta del mondo, vissuti nell’infanzia attraverso un’esperienza materiale e immediatamente immaginaria, è costituita dall’amore di Lionni bambino per i suoi terrari. Alla fine della sua vita Lionni rinviene una analogia o quasi una omologia tra lo spazio materiale delimitato dai suoi terrari e lo spazio materiale definito dalle dimensioni dei suoi libri, che lo riproducono quasi al millimetro. “I miei terrari erano senza dubbio atti d’amore. Ma innanzitutto erano elaborate finzioni compresse dentro alle strette dimensioni di una natura miniaturizzata e ricreata in maniera artificiale. Erano teatri per drammi percepiti vagamente: drammi d’amore e d’odio, fame, gioia, paura, morte, trasfigurazione. Erano metafore. Erano Arte. […] Per me Arte era una parola generosa, che includeva pittura, scultura, canto, suonare il pianoforte, architettura. […] Non molto tempo fa, mi sono reso conto che le dimensioni dei miei libri per bambini sono esattamente quelle dei miei terrari. E ho anche scoperto che i protagonisti delle mie fiabe sono le stesse rane, gli stessi topi, spinarelli, tartarughe, lumache e farfalle che vivevano nella mia stanza più di tre quarti di secolo fa. E che perfino i paesaggi di carta che oggi abitano sono identici a quelli che costruivo loro con vera sabbia, ciottoli, muschio e acqua. I libri che ho fatto, come i terrari di tanti anni fa, racchiudono piccoli continenti completi di colline, laghi, isole, spiagge, foreste di erba. I miei mondi in miniatura, sia quelli chiusi nelle pareti di vetro di ieri sia quelli tra le copertine di cartone di oggi, si somigliano in maniera sorprendente. Gli uni e gli altri sono le alternative ordinate e prevedibili a un universo caotico, ingestibile, terrificante.” Questo spazio, che per il lettore che tiene in mano l’oggetto-libro, diviene essenziale anche per la struttura dell’immagine e del rapporto tra immagine e parola – tratto inconfondibile di tutte le opere di Lionni – diviene una misura, allo stesso tempo fisica e simbolica, dei mondi che l’invenzione dell’autore dischiude al lettore. E del mondo unico in cui le storie rispondono alla gioia e al tormento che ogni infanzia presenta e ripresenta al soggetto nel corso della sua vita, reale e immaginaria. I bambini vivono prima di tutto nello spazio. Il sentimento e la percezione del tempo, come ha insegnato Piaget, emerge più tardi. Il bambino abita lo spazio, l’adulto il tempo. Fin dai primissimi momenti di vita ogni soggetto si muove nella densità di uno spazio in cui le cose, i volumi, le luci, gli altri come fantasmi occupano la stessa scena e danzano la stessa danza. Il mondo sulla scena dello spazio è contemporaneamente reale e allucinato: tutto è terribilmente reale e tutto è sorprendentemente immaginario. La fisica ci ha insegnato che spazio e tempo sono originariamente intrecciati. Potremmo pensare che la dimensione dell’immaginario sia, in fondo, una dilatazione dello spazio, una delle sue dimensioni che il bambino inizia a frequentare da prestissimo per la sua smania di varcare i limiti del suo spazio, per simulare quel ritmo che prefigura il tempo che verrà a scandire la sua vita. Lo spazio che Lionni costruisce per noi con i suoi libri, con le sue opere è uno spazio di trasformazione. Uno spazio dinamico in cui le forme vitali si mostrano in modo essenziale e muovendosi generano narrazioni. Il lettore è messo nella posizione di chi deve esplorare questo spazio, di chi deve mettere alla prova continuamente, come un piccolo o adulto antropologo, il suo sguardo, con tutto quello che esso porta dentro questo spazio di una possibile trasformazione. Questo spazio permette di incontrare, inoltre, quegli antichi fantasmi che animavano lo spazio primigenio dell’esperienza del bambino che il lettore, l’ascoltatore, l’osservatore è stato. Da questa esplorazione, se aperta  e condivisa prima di tutto con l’autore che ci guida, può nascere un cambiamento. Uno spostamento significativo delle nostre prospettive viene sostenuto e amplificato dal dialogo costante e sapiente che Lionni dispiega nella relazione tra parola e immagine, che lo spazio materiale del libro istituisce. Negli ultimi anni ho cercato di approfondire una certa idea della pedagogia, della formazione e dell’educazione che mi ha portato a pensare che per affrontare le sfide che il nostro tempo ci pone, con la frammentazione dell’esperienza e la volatilità delle nostre identità, dobbiamo orientare il nostro sguardo verso il sistema degli effetti che i dispositivi pedagogici ed esistenziali producono, effetti che generano letteralmente i soggetti che siamo e gli oggetti che ci circondano. Per questo, nel tentativo di leggere pedagogicamente le storie di Lionni, si dovrebbe provare a mettere al lavoro gli effetti di lettura che esse producono e le risonanze educative che possono essere percepite da un uomo, una donna, un bambino o una bambina che le legge oggi. Gli esempi di queste possibili letture non pretendono di fornire interpretazioni, ma di offrire al lettore delle versioni, delle traduzioni, delle indicazioni per letture “educative” sempre a venire. Nell’epoca della morte dell’immagine, forse, le figure di Lionni possono avere un potere vivificante.