Digitali nativi versus Mobile Born

Digitali nativi versus Mobile Born

Mi è capitato molto spesso di incontrare genitori disorientati.
Ci guardano quasi inorriditi quando cerchiamo di illustrare chi sono i digitali nativi. Alcuni papà (soprattutto) pensano che si tratta di piccoli extraterrestri capaci di collegarsi agli essere umani con gesti o cenni del capo.

Francesco Pira*

 

 

Digitali nativi versus Mobile Born

Mi è capitato molto spesso di incontrare genitori disorientati. Ci guardano quasi inorriditi quando cerchiamo di illustrare chi sono i digitali nativi. Alcuni papà (soprattutto) pensano che si tratta di piccoli extraterrestri capaci di collegarsi agli essere umani con gesti o cenni del capo.

Francesco Pira*

 

Mi ha molto colpito sentire da un autorevole pedagogista in televisione pronunciare questa frase: “I Digitali Nativi non esistono, sono stati inventati dai mercati per vendere le tecnologie”.

Per obiettare questa affermazione potremmo dire semplicemente che non esistono perché una ricerca di recente pubblicata dalla società Common Sense Media, dopo aver analizzato i consumi mediatici dei bambini da 0 a 8 anni, ci ha rivelato che è “nata” una nuova “specie” i Mobile Born. I dati sono del 2013 e riguardano gli Stati Uniti: il 38% a due anni ha già usato un dispositivo mobile; il 63% a meno di otto anni usa smartphone e tablet per giocare, il 30% li usa per leggere.

Per anni abbiamo discusso intorno al tema delle nuove forme di socialità che coinvolgono in primo luogo giovani e giovanissimi e addirittura i bambini e che si sviluppano attraverso i social network e l’uso di supporti tecnologici. Molti studi ci hanno mostrato come sia cambiato il modo di comunicare, di giocare, di agire.

Una discussione che continua e che coinvolge sociologi, pedagoghi, giuristi, psicologi. A partire dal 2001, anno di pubblicazione del rapporto della Direzione Generale per la Ricerca del Parlamento Europeo, gli studi e le ricerche sia in ambito medico che sociologico si sono susseguiti per comprendere come, le nuove tecnologie incidano sulla vita delle persone e quali siano i rischi eventuali derivanti dal loro utilizzo distorto, in termini di danni alla salute e ostacolo ad un corretto sviluppo psicofisico di bambini e adolescenti e sullo sviluppo sociale dell’individuo più in generale.

Nel 1964 McLuhan nella conclusione del suo saggio Gli strumenti del comunicare sosteneva che “L’automazione è informazione. Essa pone termine, non soltanto all’epoca degli impieghi differenziati nel mondo del lavoro, ma anche a quella delle materie differenziate nel mondo del sapere; non però, naturalmente, al mondo del sapere. Il lavoro futuro sarà quello di imparare a vivere nell’era dell’automazione.”[1]

A questo aggiungeva che: “[…] con l’elettricità e l’automazione la tecnologia dei processi frammentati si fuse con il dialogo umano e con la necessità di considerare l’unità umana nel suo complesso. Gli uomini sono improvvisamente diventati raccoglitori di conoscenza, nomadi come mai nel passato, informati come mai nel passato, liberi da specializzazioni frammentarie come mai nel passato, ma anche coinvolti nella totalità del processo sociale, perché con l’elettricità estendiamo globalmente i nostri sistemi nervosi centrali, mettendoci istantaneamente in rapporto con ogni esperienza umana.[2]

Credo che questo studioso e la sua capacità di comprensione dell’evoluzione dell’individuo sia ancora oggi perfettamente attuale nella sua definizione dell’uomo, come raccoglitore di conoscenza in un universo globale che lo mette in relazione con ogni esperienza umana. Di fatto è proprio quanto sta accadendo intorno a noi, con la tecnologia che annulla la separazione tra i diversi media e tra reale e virtuale, in un unicum nel quale le nuove generazioni, in particolare, sono completamente immerse.

Quando utilizziamo il termine comunicazione siamo spesso tratti in inganno dalla concezione comune che identifica la comunicazione con informazione, in realtà la comunicazione non è semplice trasmissione di informazioni ma un processo di costruzione di significati, la comunicazione è fondamento della conoscenza e che alla base ha la parola, il linguaggio attraverso il quale ci mettiamo in relazione con l’altro. Il bagaglio di conoscenze che è a disposizione di ciascuno nel suo agire deriva dal sistema di comunicazione disponibile nel sistema sociale. In piena società dell’informazione proprio il sistema di comunicazione è non solo principalmente fondato sui media, come nell’era della società delle comunicazioni di massa, ma basato sulla tecnologia, sulla velocità e quantità di informazioni veicolate dai mezzi e strumenti a disposizione del comunicare, che consentono di relazionarsi in contemporanea con più soggetti e più fonti e di unire, combinare, confondere parola scritta e parola parlata.

Eppure, nonostante McLuhan ci avesse già indicato la strada da percorrere, l’ultimo decennio di indagini sociologiche ripropone analisi e spunti di riflessione che avrebbero dovuto coinvolgere le istituzioni e le agenzie formative nella messa a punto di strumenti e percorsi per uno sviluppo coerente delle nuove generazioni e, che invece, ancora oggi mancano drammaticamente. Io stesso ho indagato a più riprese il rapporto tra bambini, adolescenti e nuove tecnologie. Il punto di partenza fu la televisione, per passare all’uso del telefono cellulare, a cui nel tempo furono aggiunti i videogiochi, il pc e internet, per valutare nel complesso come le nuove generazioni utilizzano le tecnologie.

Nel corso di questi anni i dati raccolti mostrano una rapida evoluzione del modo in cui bambini e adolescenti comunicano e si relazionano.

In questo contesto evolutivo assistiamo sempre di più ad uno sviluppo della società a due velocità. La distanza che divide proprio le nuove generazioni, quelli che sono oggi comunemente definiti digitali nativi, e il mondo degli adulti considerati come immigrati digitali. Per i digitali nativi questo ambiente relazionale rappresenta un luogo naturale, mentre gli adulti devono apprenderne le regole, con il limite di vivere questi luoghi come altro dal reale e come strumenti, esattamente come definivamo la radio, la televisione, il telefono ecc. Invece per i digitali nativi il dialogo, la relazione è totalmente immersa in questo nuovo ambiente. Si comunica anche a 30 centimetri di distanza fisica, non con l’uso del linguaggio vocale, ma attraverso il linguaggio digitale.

Ma cosa significa il termine digitale nativo? Il termine è stato coniato da Marc Prensky, che lo utilizzò per la prima volta in un suo articolo pubblicato nel 2001 nella rivista “On the Horizon”. L’articolo dal titolo, Digital Natives, Digital Immigrants, illustrava i cambiamenti di tipo cognitivo, comunicativo e comportamentale, prodotti dall’intenso uso e dalla sovraesposizione alle nuove tecnologie, onnipresenti nella vita delle nuove generazioni sin dalla più tenera età.

Questo nuovo universo relazionale sta modificando il modo in cui la conoscenza, la cultura si sviluppa. Stiamo tendendo verso un modello di cultura convergente come la definisce Jenkins[3] che ruota intorno al concetto di intelligenza collettiva, descritto da Pierre Levy secondo cui “I membri della comunità devono analizzare ogni informazione che entra a far parte del proprio bagaglio di conoscenze per capire se l’informazione è veritiera o meno e dunque suscettibile di costruire un tassello di quell’insieme che rappresenterà l’intelligenza collettiva”. Ma lo stesso Jenkins evidenzia come l’utopia possibile di Levy ci ponga di fronte alla responsabilità di fornire adeguati strumenti ai digitali nativi, che se pur ampiamente dotati di capacità di accesso non sono però consapevoli delle conseguenze che questo nuovo modo di relazionarsi può creare[4].

De Kerkchove allievo di Mc Luhan ha elaborato il concetto delle psico-tecnologie sostenendo che finora, coi media tradizionali, il pensiero è scaturito dalla possibilità di leggere, ovvero dalla scrittura; adesso, invece, “il mondo esterno passa dalle pagine allo schermo, ove prendono vita espressioni basate sui linguaggi che sono un’estensione della nostra mente”, dalla mentalità pubblica propria della televisione, dove tutto ciò che passa attraverso il tubo catodico è di produzione esterna, nulla viene creato direttamente dallo spettatore, che passivamente riceve le immagini che gli scorrono davanti agli occhi , alla mentalità privata propria del computer, che grazie ad Internet, diventa in qualche modo un ampliamento della nostra intelligenza e della nostra memoria.

Cavallo e Spadoni sostengono che “nell’era dell’informazione, dove internet è il mezzo di comunicazione centrale,
moltissimi ambiti della società acquistano una propria identità e una propria fisionomia sul web
.”[5]

Stiamo dunque dando vita a nuovi reti sociali nelle quali “permangono alcuni aspetti di base, senza i quali non si potrebbe parlare di rete.” Si tratta di reti sociali senza confini nelle quali i legami si creano e si disfano in continuazione, modificando le ramificazioni che la compongono.[6]

Si tratta di un contesto in piena evoluzione del quale intravediamo i contorni, ma del quale non siamo ancora in grado di definire regole e sviluppi.

Mi è capitato molto spesso di incontrare genitori disorientati. Ci guardano quasi inorriditi quando cerchiamo di illustrare chi sono i digitali nativi. Alcuni papà (soprattutto) pensano che si tratta di piccoli extraterrestri capaci di collegarsi agli essere umani con gesti o cenni del capo.

Ad esempio moltissimi genitori ignorano il fatto che esistono videogiochi violenti, vietati ai minori di 18 anni, che spesso vengono utilizzati dai loro figli. Così come ci sono genitori che si divertono a giocare con i figli minorenni non dando certamente una lezione di stile o attuando quei processi educativi minimi ed indispensabili. Ho provato più volte a fare vedere questi videogiochi a genitori ignari. Sono rimasti senza parole. In generale, come è emerso anche da ricerche che abbiamo coordinato, i genitori ignorano con che cosa giocano i loro figli. Anzi ci permettiamo di aggiungere: a volte i genitori mentono, facendo finta di conoscere i loro pargoli. E lo fanno sui libri che leggono, sui videogiochi che usano, sull’utilizzo dei social network e persino sui programmi televisivi che vedono.

Nel 2009, Thalita Maligò, Segretario Generale Aesvi (Associazione editori di Software videoludico italiana) sottolineò quanto fosse necessario per i genitori “seguire sempre al momento dell’acquisto le raccomandazioni PEGI presenti su tutte le confezioni di gioco per cercare di  fare in modo che i propri figli possano divertirsi con i titoli più adatti alla loro età.”[7] Ma consigliava anche attraverso il dispositivo Parental Control di controllare il numero delle ore passate a videogiocare dai ragazzi. Quello che abbiamo verificato è che molti genitori non conoscono l’esistenza del PEGI e del Parental Control.

Jenkins, sostiene che “computer e videogames sono da considerarsi come forme attuali di espressione, un luogo di esplorazione e sperimentazione estetica, un mezzo per  convogliare un modo particolare di interpretare il mondo, un sistema per dare vita ad un’esperienza sensoriale che provoca risposte emotive e sollecita l’immaginazione.[8]

Un terreno di indagine e sperimentazione che vede proprio negli Stati Uniti l’avvio di programmi per l’utilizzo di videogiochi da parte di insegnanti e studenti come parte integrante del percorso di acquisizione di conoscenza.

Secondo Morcellini la comunicazione gioca un ruolo che è quotidianità per i Digitali Nativi :“[…] è sempre meno un sistema, e sempre più un reticolo fatto di chat e di relazioni orizzontali, di spazi aperti come Internet e la blogosfera, di quel pianeta infinito di possibilità e di forme espressive che soltanto le nuove tecnologie sono in grado di offrire e di far esplodere, mentre la comunicazione degli adulti resta congelata nella vetrina del vecchio generalismo. Capire i giovani, dunque, significa studiare quelli che abitano la comunicazione, saper leggere l’atlante delle loro espressività, su cui s’impernia la messa in scena di un’inevitabile, quanto ostentata, frattura con gli adulti.[9]

Nel nostro paese non ci preoccupiamo di definire un approccio serio e determinato all’uso delle tecnologie, sia misurandone concretamente gli effetti positivi che i rischi, e creando un percorso di formazione e conoscenza. Ci dividiamo tra superficiali entusiasmi per la tecnologia e altrettanto superficiali allarmismi ogni volta che un fatto di cronaca fa emergere con forza le nostre inefficienze e la nostra ignoranza.

Manca ancora oggi un progetto serio che trasformi gli individui da meri consumatori di tecnologia a protagonisti della società in rete come l’ha definita Castells.[10]

Questo chiama in causa tutte le agenzie formative, genitori in primis che devono riappropriarsi di un ruolo guida. Non è più il tempo dei genitori orgogliosi di essere “amici” dei figli. Nell’epoca delle condivisioni totali, le ragioni della tolleranza spesso non coincidono con la certezza degli stessi giovani di fare tutto quello che si vuole fare.

E’ vero che viviamo un’epoca nella quale l’individuo è costretto ad affrontare una disgregazione valoriale conseguenza di una politica, non solo a livello italiano, incapace di offrire una visione del futuro, nella quale sembra non essere in grado da solo di orientarsi. Ma questo disorientamento che attanaglia il mondo degli adulti non possiamo farlo ricadere sui giovani e i bambini che sono il futuro. Dobbiamo ritrovare la capacità, l’opportunità di unire le energie e di procedere come nella visione di Castells nella costruzione di progetti mettendo in comune le esperienze. Sovvertendo la pratica della comunicazione così com’è, occupando il medium e creando il messaggio. Superando l’impotenza della disperazione solitaria facendo rete dei propri desideri.

Può realizzarsi se si è in grado di offrire un terreno fertile per la crescita di una nuova cultura di fornire strumenti di comprensione del nuovo contesto e delle sue dinamiche.

Creare la consapevolezza della responsabilità piuttosto che quella del potere di comunicare.

*Sociologo, docente di Comunicazione e Giornalismo presso l’Università di Messina di Comunicazione Pubblica e d’Impresa allo IUSVE



[1]              M. McLuhan, Gli strumenti del comunicare, Milano, Il Saggiatore, 1967, p. 369.

[2]              Ibidem, p. 382.

[3]              H. Jenkins, Convergence Culture: Where Old and New Media Collide, New York, New York University Press, 2006.

[4]              H. Jenkins, Convergence Culture: Where Old and New Media Collide,  New York, New York University Press, 2006, p.186.

[5]              M. Cavallo e F.  Spadoni, I social network: come internet cambia la comunicazione, Milano, FrancoAngeli, 2010, p. 45.

[6]              Ibidem, p.45.

[7]              F.Pira V. Marrali, Giochi e Videogiochi, Acireale – Roma , Bonanno Editore, 2009, p.121.

[8]              Ibidem, p.117.

[9]              M. Morcellini, Leggere i segni e le provocazioni della new age, in S. Tirocchi Ragazzi fuori. Bullismo e altri percorsi devianti tra scuola e spettacolarizzazione mediale, Milano, FrancoAngeli, 2008, p. 7.

[10]             Castells M. (1996) The Rise of the Network Society, Blackwell, Oxford (trad. it: La nascita della società in rete, Egea, Milano 2002).