La nostra Africa, una scuola di frontiera ai margini della guerra civile

La nostra Africa, una scuola di frontiera ai margini della guerra civile

Siamo partiti dalla
necessità di ristrutturare l’idea di adulto e con essa i suoi compiti, restituendole le sue naturali responsabilità: crescere per far crescere, educarsi per educare. Così si è trasformata anche l’idea di bambino, che in un contesto così complicato e sofferente è molto lontana da quella di un portatore di diritti, per lo più è un piccolo servo, qualcuno da vessare, qualcuno su cui rivalersi, perfino da esorcizzare.

Marco Benini*

La nostra Africa, una scuola di frontiera ai margini della guerra civile

Siamo partiti dalla necessità di ristrutturare l’idea di adulto e con essa i suoi compiti, restituendole le sue naturali responsabilità: crescere per far crescere, educarsi per educare. Così si è trasformata anche l’idea di bambino, che in un contesto così complicato e sofferente è molto lontana da quella di un portatore di diritti, per lo più è un piccolo servo, qualcuno da vessare, qualcuno su cui rivalersi, perfino da esorcizzare.

Marco Benini*

La notte in Africa è molto più buia di altre notti. Quella sera arrivammo in silenzio dal cielo e, come vogliono le autorità locali, a luci completamente spente. Il grande Boeing virava lento sopra Kinshasa cercando l’allineamento per l’atterraggio mentre il nostro sguardo coglieva buie distese di baracche di lamiera e il nostro respiro rimaneva sospeso. Già si capiva la grande sofferenza e si sentiva salire da laggiù il grido della povertà e dello sfruttamento. Da quella prima volta sono passati 5 anni e in Congo non solo è rinata una scuola, ma anche i suoi insegnanti.

Della Repubblica Democratica del Congo (RDC) si sa davvero poco, non ne parlano i media, non si studia a scuola, eppure il regno del Congo è stato una delle più longeve e ricche monarchie dell’Africa occidentale, prosperando per oltre 400 anni e producendo cultura e istituzioni. Ma nel 1400 un piccolo, ma agguerrito, manipolo di europei diede il via ad un processo di sfruttamento senza pari che scaturì nel 1884 con la conferenza di Berlino, nell’arbitraria attribuzione dell’intero territorio a Leopoldo II re del Belgio, che ne fece una proprietà privata. Il Congo, un Paese grande come l’Europa occidentale tra i più ricchi di risorse naturali al mondo, è stato messo in ginocchio da 600 anni di sfruttamento e schiavitù. Portoghesi, olandesi, belgi, francesi, americani e cinesi, tutti, ancora oggi, vogliono qualcosa dal Congo: diamanti, rame, uranio, oro, cobalto e molto altro. Per comprendere la dimensione planetaria di questi interessi basti pensare che il Congo è il maggior produttore mondiale di Coltan, un minerale fondamentale per la preparazione di conduttori elettromagnetici utilizzati per la produzione dei nostri computer e telefoni cellulari, un mercato immenso.

C’è ancora oggi qualcosa di profondamente scorretto nell’approccio occidentale all’approvvigionamento di queste materie prime. I minerali della guerra vengono infatti ancora estratti illegalmente e finanziano una guerra civile che nel paese africano sembra non avere fine. È per questo commercio criminale che signori della guerra sfruttano donne e bambini, calpestando ogni diritto fondamentale[1]. In questa storia non è chiaro il coinvolgimento delle istituzioni, ma in un rapporto del 21 novembre 2011 l’ONU afferma che l’esercito congolese è coinvolto nell’estrazione e contrabbando illegale di oro e altri minerali, i cui proventi sono usati per foraggiare la guerriglia contro i ribelli. Così la RDC è diventata una delle nazioni più povere del mondo e in molte regioni del Paese, in questo preciso istante, la violenza di massa continua ad essere una normalità, nonostante l’importante processo di riforme avviato 5 anni fa dal Governo del Presidente Kabila.

Con questa riforma il governo di Kinshasa ha approvato un sistema di registrazione delle attività minerarie, cercando di aumentare i controlli, ma poche imprese rispettano le regole e coloro che dovrebbero farle rispettare sembrano partecipare al lucroso e illegittimo affare, un mercato insanguinato dove ogni tracciabilità è impossibile. Dietro il mercato dei metalli rari ci sono crudeli milizie locali che non si accontentano di occupare e sorvegliare le miniere per conto di compiacenti imprese, ma fomentano guerre etniche e commettono atrocità contro la popolazione: espropriano le terre, violentano donne e bambini, riducono le ragazze in schiavitù sessuale. Sempre secondo l’Onu dal 1998 i conflitti in Congo, tutti riconducibili alla gestione delle risorse minerarie, sono costati la vita a 5,5 milioni di civili. In questa storia lontana, che gli africani chiamano la “terza guerra mondiale”, il ruolo di protagonisti è riservato a noi. Proprio questo conflitto ha permesso alle grandi aziende minerarie di estrarre a prezzi estremamente ridotti i minerali rari che ci permettono di telefonare e navigare su internet. Sapendo di non poter mangiare pietre, seppur preziose e rare, i congolesi sarebbero ben disposti a vendere ad un prezzo congruo le proprie risorse, ma qualcuno preferisce approfittare della confusione creata dalla guerra civile e delle violenze per sottrarre illegittimamente al Congo la sua ricchezza. In questo stato di cose chi ne fa le spese sono i bambini, che scontano un’esistenza senza alcun diritto, protezione e futuro.

Gli abitanti del Congo sono circa 62 milioni di cui la metà sono minori di 18 anni. La condizione dell’infanzia qui è gravissima, si stima che 15 milioni i bambini non siano stati registrati alla nascita, che siano ben 9 milioni quelli denutriti, di cui 6 milioni non raggiungono i 5 anni, inoltre sono ben 4 milioni i bambini che muoiono nel primo anno di vita. Per chi sopravvive le cose non sono certo più semplici, 50 mila bambini vivono in strada nella sola Kinshasa, 43 mila lavorano nelle miniere del Kivu e 33 mila sono i bambini soldato. Dati scioccanti che messi in fila uno dietro l’altro danno una mortalità infantile da capogiro, la cui cifra si attesta attorno agli 11 bambini al minuto.

Poco consapevole di tutto questo nel 2008 inizia la mia avventura da pedagogista per la Fondazione Paoletti in una scuola della periferia di Kinshasa, aule grigie e muri pericolanti. I bambini erano circa 120, denutriti e spaventati, i maestri erano 5 e non sembravano diversi dai bambini che stavano in classe, spaventati, arrabbiati, delusi, senza speranza. Dopo un primo impatto, devastante, nemmeno io avevo molta fiducia, ma non avevo dubbi da dove cominciare: formare gli insegnanti[2] e migliorare le condizioni igieniche e sanitarie di base. I quaderni, le penne e la ristrutturazione della scuola sarebbero arrivati dopo. Essere pedagogista può significare molte cose, ma tre sono quelle veramente essenziali che ci hanno permesso di affrontare questa situazione davvero critica: osservare molto, fare ciò che è necessario, creare le condizioni[3], per andare oltre.

In Congo si devono fare i conti con molte variabili che rendono il lavoro difficile, lento e complesso. Il back ground culturale non è per nulla di immediata comprensione, le persone sono spesso impaurite e la fiducia è minata dalla violenza. Il clima del paese è caldo e umido, le strade sono accidentate, le telecomunicazioni difficili, scrivere un’email o acquistare del materiale didattico è spesso un’impresa. Poi ci sono le proprie emozioni da tenere in considerazione, contrastanti, violente, profonde e fortissime. In Congo è tutto più intenso, dai colori della natura, ai pericoli, alle amicizie, ai sentimenti. Per un europeo lavorare a Kinshasa significa confrontarsi immediatamente con una totale assenza di sicurezza, con un contesto in cui la vita delle persone, sopratutto se bianche, non ha molto valore. L’Africa che ho conosciuto provoca terrore e stupore, nel medesimo istante.

In questo contesto Scuole nel Mondo, il programma di cui sono responsabile e già attivo in 7 Nazioni e 4 continenti, è intervenuto per sostenere e sviluppare il processo educativo scolastico ed extrascolastico di un quartiere alla periferia di Kinshasa, Mont Ngafula. Più nel dettaglio abbiamo lavorato per creare quelle condizioni necessarie affinché l’apprendimento si compia, lavorando su un set di variabili primarie relative alla qualità della relazione degli insegnanti con gli alunni. Come per tutti gli altri progetti del programma, abbiamo deciso fin da subito di lavorare con personale autoctono, operando per definire una differente impostazione didattica e manageriale, impostata sull’approfondimento e l’indagine di un flusso di lavoro, seguendo un modello pedagogico che si sviluppa sui concetti chiave di ruolo, responsabilità, priorità, delega e controllo. Abbiamo deciso di partire dal ruolo poiché nei contesti in cui la povertà economica e culturale è dominante, la relazione adulto-bambino è spesso capovolta minando alla base il processo di fiducia che dovrebbe guidare un percorso di sviluppo e crescita.

Siamo partiti quindi dalla necessità di ristrutturare, insieme agli insegnanti, l’idea di adulto e con essa i suoi compiti, restituendole le sue naturali responsabilità: crescere per far crescere, educarsi per educare. Senza un lavoro di auto-miglioramento e di apprendimento continuo nessun insegnante può dirsi tale o potrà essere riconosciuto dal suo gruppo classe. Riuscire a trasmettere al bambino l’amore per la conoscenza è l’unico vero strumento che permette all’uomo di cambiare nel mondo che cambia. Da questo lavoro di ristrutturazione interiore sono discese anche le priorità d’azione, per cui la cura delle strutture scolastiche, l’ascolto dei bisogni educativi degli allievi e la creazione di un corpo docente affiatato sono diventate per gli insegnanti stessi condizioni essenziali per il processo educativo. Questa metodologia di lavoro tocca anche la dimensione manageriale della scuola poiché una buona gestione delle risorse e delle deleghe costruiscono un rapporto di fiducia reciproca indispensabile, in una terra in cui la speranza è agonizzante. Siamo quindi intervenuti sulla modalità di gestione economica con l’introduzione di un tool box di reportistica molto dettagliato e di una time line di lavoro commisurata al contesto locale. In un lavoro di questo tipo, la difficoltà più grande è, e rimane, l’accompagnamento degli adulti ad accogliere standard operativi qualitativamente elevati. Insegnare ai bambini a leggere, scrivere, a stare insieme, a rispettare i propri compagni è forse la cosa più semplice.

Così, piuttosto velocemente, si è trasformata non solo l’idea di adulto, ma anche l’idea di bambino, che in un contesto così complicato e sofferente è molto lontana da quella di un portatore di diritti, per lo più è un piccolo servo, qualcuno da vessare, qualcuno su cui rivalersi, perfino da esorcizzare. A migliaia infatti vengono accusati, dai genitori o dai vicini, di essere posseduti dal diavolo e per questo sono cacciati di casa, umiliati, picchiati e uccisi. Oltre alle epidemie di malaria e colera, abbiamo assistito a più ondate di epidemie di superstizione che, fomentate dalla paura e da un furore pseudo-religioso, distruggono vite giovanissime, alimentando nuove sette e procurando affari d’oro agli esorcisti.

Madame Grace, una donna arrivata al progetto qualche anno fa, ha condiviso con noi alcuni episodi, di cui voglio riportare solo il più significativo. Grace è venuta da noi perché voleva condividere un dolore immenso, parlava a bassa voce, era imbarazzata, non trovava le parole, ma il desiderio di denunciare gli orrori a cui ha assistito era più forte delle sue difficoltà. Suo figlio si chiamava Christophe e aveva 8 anni, Grace ci ha raccontato tra le lacrime di come l’hanno bruciato vivo davanti ai suoi occhi, cospargendolo prima di petrolio, dandogli poi fuoco gettandogli addosso un fiammifero, gridava, chiedeva pietà, ma in un attimo è stato avvolto dalle fiamme. Christophe era sospettato di essere un piccolo stregone, per questo gli hanno dato fuoco, Grace ci ha raccontato che sono stati i vicini di casa e che da tempo volevano ucciderlo, lo accusavano di possedere poteri occulti e di fare dei sortilegi. Questa madre coraggio ci racconta che la polizia era al corrente del pericolo che correva il bambino, ma non ha ritenuto di dover intervenire per proteggerlo: “quella mattina mio marito era lontano a lavorare nei campi di manioca, sono arrivati tre uomini, mi hanno immobilizzata, picchiata e violentata. Christophe si trovava a pochi metri da me, era terrorizzato, piangeva, si dimenava, e mentre bruciava, urlava il mio nome. Non mi darò mai pace per non essere riuscita a salvarlo”. In questo contesto l’essere umano viene annientato fisicamente, emotivamente, psicologicamente e anche spiritualmente: la speranza muore e con essa il futuro.

Abbiamo però scoperto come la scuola sia un luogo di incontro e di condivisione che restituisce, per quanto può, dignità e fiducia ai genitori come Grace, che devono trovare la forza per andare avanti, per far crescere i figli sopravvissuti. La scuola non solo combatte l’analfabetismo, ma aggrega genitori e insegnanti che vogliono mettere fine a queste superstizioni e violenze. Nella scuola di Mont Ngafula abbiamo voluto creare per questo anche un comitato di genitori che, oltre a sensibilizzare gli abitanti del quartiere alle buone pratiche igieniche e alla necessità dell’istruzione, dialogano con gli altri genitori prima che convinzioni mortifere conducano a esiti drammatici come quelli che abbiamo appena letto.

La realtà dei fatti è davvero molto lontana da ciò che ci possiamo immaginare, spesso i bambini accusati di stregoneria sono denunciati proprio dai loro stessi familiari, addirittura dai genitori. Appena in casa accade una disgrazia, una malattia, un incidente, o vengono fatti anche semplici sogni premonitori da zii, genitori o nonni la colpa ricade sui figli, ritenuti perfidi, maligni e pericolosi. Poco importa se hanno due, quattro o dodici anni, i bambini sono giudicati colpevoli delle peggiori nefandezze e meritano di essere malmenati, umiliati, gettati in strada. I marciapiedi delle città sono pieni di questi bambini abbandonati: li chiamano enfants sorciers, bambini stregoni, sono loro i figli maledetti del Congo. Questo purtroppo è un dramma mostruoso che non fa notizia, i soprusi si ripetono ogni giorno nel silenzio e nell’indifferenza generale, e i nostri insegnanti, come altre persone di buona volontà, si trovano a lottare ogni giorno contro l’omertà, la superstizione, l’inerzia, l’ostruzionismo della popolazione, e spesso purtroppo, anche delle istituzioni.

Fino a una decina di anni da, il fenomeno degli enfants sorciers era pressoché sconosciuto a Kinshasa. In Congo la magia nera fa parte della cultura tradizionale, più o meno tutti credono negli spiriti maligni, ma un tempo l’accusa di stregoneria cadeva solo sulle persone adulte, il più delle volte sugli anziani che rischiavano la vita o nel migliore dei casi cacciati dalla comunità. Oggi questo destino tocca a bambini la cui unica colpa è trovarsi vicini alle disgrazie di tutti i giorni, non a caso gli enfants sorciers provengono sempre da famiglie povere, in cui spesso la madre è morta o il padre si trova a combattere lontano. E anche quando entrambi i genitori sono presenti, ma in casa mancano i soldi per il cibo, l’accusa di stregoneria diventa la scusa per liberarsi di un’altra bocca da sfamare.

A queste latitudini la scuola diventa un avamposto in cui i bambini possono trovare insegnanti e adulti preparati che, non solo conoscono la realtà locale, ma sono anche pronti ad accogliere le situazioni più complesse. Abbiamo trasformato quella che era una piccola scuola fatiscente in un centro d’accoglienza, ristrutturandola completamente, aggiungendo due nuovi edifici, dotandola di ben 11 aule, 2 uffici e un refettorio. Abbiamo poi anche lavorato per creare un ambulatorio medico che cura gratuitamente ogni singolo bambino della scuola.

Dopo cinque anni di lavoro riusciamo ora ad accogliere più di 600 bambini e i nostri insegnanti sono diventati 25, abbiamo formato non solo il personale della nostra scuola, ma anche quello di 35 altre scuole limitrofe. I lavori di ristrutturazione non sarebbero potuti iniziare senza un lavoro parallelo e preliminare sugli insegnanti, troppo spesso mi è capitato di vedere meravigliosi interventi strutturali abbandonati da chi li ha costruiti e da chi li avrebbe dovuti curare. Per ricostruire la scuola bisognava che gli insegnanti stessi credessero nel progetto, che avessero nuovi strumenti pedagogici, che sentissero la vicinanza di qualcuno venuto da lontano per sostenerli in questa difficile avventura.

Non solo idee quindi, ma anche strumenti, relazioni e molto operatività. Durante i nostri incontri di formazione abbiamo lavorato moltissimo per riuscire ad incontrare gli insegnanti ad un livello di intimità maggiore, dopodiché abbiamo parlato loro delle più recenti scoperte in ambito psico-pedagogico e neuroscientifico sul funzionamento dell’uomo, tracciando una mappa di cosa sappiamo oggi di come funzioniamo e di quali siano i nostri processi di apprendimento. Si è lavorato moltissimo con simulate dinamiche di gruppo, sollecitando la condivisione dell’esperienza e la costruzione di un gruppo di lavoro, facendo emergere le loro conoscenze pedagogiche pregresse, preziose e piene di saggezza. Il rispetto dei tempi e della cultura locale è stata la vera chiave che ci ha permesso di entrare in un mondo che difficilmente viene condiviso. Abbiamo conosciuto così il terrore e la difficoltà di una scuola che vive fianco a fianco con credenze e pratiche magiche, ma abbiamo incontrato anche la forza, la bellezza, il coraggio, la professionalità e la dedizione di moltissimi insegnanti.

In queste condizioni lavorare sull’espressione di sé stessi come individualità e come insieme è complicato ma non impossibile, il dolore di intere generazioni sfruttate e vessate non si ristruttura in poche ore, ma è possibile lavorare sulle idee di sviluppo, crescita, intelligenze multiple[4], apprendimento cooperativo, modalità comunicative nell’insegnamento[5], intelligenza emotiva[6], creando nuove basi per una didattica rigenerata e rigenerante. Ottimi risultati sono arrivati anche grazie all’introduzione di strumenti per la facilitazione delle relazioni all’interno delle classi e della scuola, come ad esempio il consiglio di cooperazione[7], uno strumento decisivo per fare esperienza della responsabilità della parola, del turn talking, della sensazione liberatoria che solo uno spazio libero sa dare. Infine abbiamo anche inserito strumenti come il diario di bordo, le riunioni di equipe, gli incontri con i genitori, la progettazione pedagogica. Questo insieme di idee e strumenti sono parte del progetto pedagogico proposto dalla Fondazione Paoletti e dal suo fondatore, un gruppo di ricerca che negli ultimi 12 anni si è dedicato allo sviluppo di un sistema educativo integrato svolgendo numerose ricerche sperimentali e compilative in ambito pedagogico, psicologico e neuroscientifico.

Dopo 5 anni di lavoro sento quella prima volta a Kinshasa lontana nel tempo, ma vicina nel cuore, il ricordo di ciò che avevo trovato, di come abbiamo lavorato al nostro sogno, delle difficoltà incontrate e superate mi ricorda con chiarezza che è possibile creare qualcosa di estremamente significativo in ogni parte del mondo, anche nella più difficile a patto di avere le idee chiare e di lavorare con un preciso intento pedagogico.

Questa consapevolezza mi spinge a pensare che oggi anche a casa nostra, in Italia, possiamo fare tesoro di queste esperienze impegnandoci come pedagogisti, educatori e genitori nel produrre quel salto di qualità di cui il nostro sistema educativo ha estremo bisogno. Perché i politici, gli imprenditori, i banchieri che ci hanno portato alla crisi, prima di essere tali sono uomini, prodotti di un contesto culturale ed educativo. Il miglioramento della condizione del nostro paese passa quindi per il miglioramento delle nostre strutture educative e richiede investimenti decennali, ma sopratutto un cambio di paradigma: io esisto in quanto essere sociale che opera per il miglioramento delle condizioni generali dell’esistenza di tutti gli altri esseri umani.

*Pedagogista, responsabile del Programma Scuole nel Mondo dell’Associazione Patrizio Paoletti Onlus


[1]             Assemblea parlamentare UE-ACP a Kinshasa

[2]             Morin E., La testa ben fatta, Raffaello Cortina, Milano 2000.

[3]             Paoletti P., Osservazione, Edizioni 3P, 2011.

[4]             Gardner H., Educazione e sviluppo della mente. Intelligenze multiple e apprendimento, Centro Studi Erickson, 2005.

[5]             Paoletti P., Crescere nell’eccellenza, Armando, 2007.

[6]             Gordon T., Leader efficaci, essere una guida responsabile favorendo la partecipazione, La Meridiana, 1999.

[7]             Jasmine D., Il consiglio di cooperazione, La Meridiana, 2003.