Il permesso di cadere. Intervista a Sandra Sassaroli

Sandra Sassaroli, medico chirurgo dal 1975 e specialista in psichiatria dal 1979, è una professionista di spicco della psicoterapia cognitivo-comportamentale italiana. Dal 2001 dirige la Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitiva “Studi Cognitivi” e ha fondato insieme a un gruppo di colleghi la Società di psicoterapia cognitivo comportamentale CBT- Italia nel 2019. Autrice di volumi fondamentali tra cui La mente prigioniera (2000), Il rimuginio. Teoria e terapia del pensiero ripetitivo (2017) e Il colloquio in psicoterapia cognitiva. Tecnica e pratica clinica (2013), ha contribuito in modo decisivo alla diffusione di modelli evidence-based per i disturbi d’ansia, i disturbi alimentari e del rimuginio. Ospite di molti podcast e riviste di rilievo ha fondato InTHERAPY, un servizio di psicoterapia che attraverso un’equipe di professionisti specializzati da lei coordinati, accompagna le persone in un percorso di guarigione di comprovata efficacia clinica.

 

Dottoressa Sassaroli, quando parliamo di “paura del mondo”, di cosa parliamo davvero? Si teme ciò che accade fuori o quel che sentiamo dentro?
La paura del mondo riguarda ciò che accade fuori, ma appartiene soprattutto a chi, dentro di sé, ha già imparato la paura. Penso, per esempio, a chi è cresciuto in un contesto familiare in cui i genitori temevano che “non ce l’avremmo fatta”. È una vulnerabilità che si apprende da piccoli, anche se esistono componenti genetiche. Noi terapeuti parliamo più di ansia: mentre la paura emerge davanti a un pericolo reale – come vedere un leone – l’ansia è una paura immaginata, in psicologia detta “fantasmatica”, che ha connotati meno specifici.

 

Secondo lei, cosa rende oggi il mondo più spaventoso rispetto a trent’anni fa? è solo un’impressione?
Dopo il Covid abbiamo assistito a un aumento significativo – intorno al 35% – dei pazienti con disturbi d’ansia, alimentari e psicologici in generale. La pandemia è stata una prova devastante di isolamento imposto, soprattutto per gli adolescenti, che non hanno potuto sviluppare alcune esperienze di socializzazione fondamentali al momento giusto; e per gli anziani, che hanno sofferto forme profonde di depressione.
È vero che esistono paure specifiche del nostro tempo: guerre sempre più vicine, minacce atomiche, alluvioni. Tuttavia, credo che in ogni epoca l’essere umano sia stato impaurito. Dalla civiltà dei cacciatori-raccoglitori ai castelli medievali, gli uomini sono costruttori di complessità: creano paure e cercano poi strategie per affrontarle. La paura resta però un’emozione fondamentale, utile a segnalarci le minacce e a fornire informazioni per sviluppare strategie di coping[1].

 

Qual è la paura più diffusa che ha visto nel mondo odierno? E la sua paura più grande?
Dal 2020 in poi ho visto aumentare i disturbi alimentari, l’ansia generalizzata, ma anche tanta rabbia e disregolazione emotiva negli adolescenti. La paura dominante è quindi quella dell’errore, che alimenta una ricerca ossessiva di perfezione e di standard che sono, come sappiamo, irraggiungibili.
Sul piano personale, ciò che mi disturba di più è la facilità con cui, come comunità, sminuiamo l’Unione Europea. Siamo il giardino del mondo: il luogo in cui la sanità sostiene i cittadini e la cultura attraversa le città. Eppure, siamo abituati a parlarci addosso con disprezzo e a sentirci minacciati dalle grandi potenze. Quel che mi impaurisce quindi è che l’Europa non sia unita come dovrebbe e che questo ci porti, nel contesto geopolitico, a distruggerci da soli.

 

Come si aiuta un giovane a fare i conti con il proprio “dover essere”?
Una volta i figli erano molti, adesso, invece, si fa 1 figlio solo e su di lui ricadono tutte le aspettative e le preoccupazioni dei genitori. In altre parole, da un lato c’è una tendenza all’iperprotezione, dall’altro si ha la pretesa che tutti i nostri figli vadano alla Sorbona.
La cosa importante per il bene dei propri figli è, invece, non pretendere. Su questo sono piuttosto definitiva: fino ai 14 anni è giusto proteggere e dare regole; poi, però, bisogna lasciare che ciascuno costruisca la propria strada.
Tuttavia, la realtà sociale di oggi fatica a funzionare in questa logica, ed è quindi essenziale per i figli fare i conti con il proprio “dover essere”: proprio di fronte a queste aspettative di successo smisurate si genera il perfezionismo.
Sul perfezionismo si è fatta un sacco di ricerca, ma la sua vera essenza sta nel timore dell’errore. Per sfuggire ad una deriva perfezionista, dovremmo sforzarci di insegnare ai nostri figli a sbagliare e basta: accettare l’errore senza astratti bilanci negativi su chi siamo noi e, soprattutto, senza che ci renda indegni.
Ma il motivo per cui è così difficile lasciare ai figli la libertà di sbagliare è perché, in realtà, la paura è quella degli adulti. Soprattutto quando il desiderio di perfezione di genitori critici si intreccia con l’intenzione di riscattare i propri fallimenti, si può instaurare una dinamica profondamente deleteria per il benessere dei figli. Si tratta quindi di un dolore reale, spesso non riconosciuto, a cui talvolta non si concede nemmeno lo spazio di esistere. A questo proposito, consci che i social media non vanno demonizzati, dobbiamo dare conto ai molti studi che mostrano come un loro utilizzo troppo precoce ostacoli la maturazione dell’attenzione e della concentrazione. Ciò comporta infatti una perdita della capacità di stare nel vuoto, così come nella sofferenza che talvolta il vuoto comporta.
Lasciamo allora a ragazzi e ragazze la possibilità di sperimentare la sofferenza, la risoluzione e il senso di rivalsa, in altre parole una “buona imperfezione”: ricredersi, tornare sui propri passi e provare ancora.

 

C’è un legame tra isolamento sociale e perfezionismo?
Chi entra nella categoria Hikikomori non ha solo un tipo di personalità. Può trattarsi di una schizofrenia con sintomi negativi[2], un grave schizoide[3] o semplicemente una persona evitante.
Spesso non si lascia ai figli il tempo necessario, soprattutto nelle fasi dello sviluppo, per capire cosa si ha davvero voglia di fare – anche se quel “fare” non porta a risultati eclatanti. Nelle famiglie, da sempre, ci sono stati membri che hanno combinato poco o che avevano scarso desiderio di misurarsi, e questo veniva accettato.
Oggi, invece, se il figlio unico ha un temperamento poco volenteroso e i genitori si aspettano che vada alla Sorbona, quel figlio o quella figlia si ritrova a dover sostenere un macigno sulle proprie spalle. Se un ragazzo si sente accettato solo a condizione di avere un successo assoluto, quando nell’adolescenza le aspettative diventano insostenibili, chiudersi in camera può apparire come l’unico modo per sfuggire a quel dolore.

 

La sessualità, in fondo, è anche un gesto di fiducia: spogliarsi emotivamente e mostrarsi vulnerabili. L’impressione è che oggi, rispetto a prima, ci sia meno desiderio e meno coraggio di esporsi. Cosa è cambiato nel modo in cui viviamo il sesso?
Premesso che ci sono colleghi più esperti di me sul tema, è evidente che oggi esista una libertà sessuale molto maggiore. Un tempo avere un’attività sessuale era più difficile: bisognava passare da fidanzamento, matrimonio, convivenza. Questi vincoli servivano anche a controllare le madri e a stabilire con certezza chi fosse il padre del bambino. Ora tutto è più libero, con il test del DNA è possibile individuare facilmente la paternità e le donne – per fortuna – possono decidere autonomamente se includere un figlio nel loro progetto di vita.
Io, che ho vissuto la nascita del femminismo quando avevo 20 anni, ricordo bene quanto le cose fossero diverse: se penso alle mie cugine che hanno solo 10 anni in più di me, c’è tra noi un abisso nelle libertà alle quali abbiamo potuto accedere.
Ora che è così facile fare tutto, i ragazzi e le ragazze si chiedono: “perché dovrei?”. Soprattutto i ragazzi maschi stanno infatti acquisendo una consapevolezza diversa delle alternative al loro modello di maschilità, tant’è che spesso sono le ragazze a farsi avanti e loro a rifiutare, cosa che sembrava impensabile fino a qualche generazione fa. Molti maschi iniziano a temere la performance sessuale per il rischio di non soddisfare le aspettative, soprattutto in relazioni percepite come più pressanti.
Questo, insieme ad altri cambiamenti nelle dinamiche tra sessi, contribuisce a creare un tessuto sociale più fragile. Complice anche la dinamica propria delle app di incontri, dove l’interesse sessuale finisce spesso per essere l’unico motore della conoscenza reciproca: in queste interazioni si tollera infatti un livello di dolore sorprendentemente alto, soprattutto per chi ha meno sicurezza di sé.
Tuttavia, sul piano sociale, la libertà femminile nelle scelte di maternità non si riflette ancora pienamente nelle opportunità lavorative. Le donne hanno ancora molti tetti di vetro da infrangere, e – credo – molto coraggio da mettere in campo, soprattutto quando incontrano uomini che cercano di sminuirle.

 

Lei è una donna di successo. Qual è il motore della sua carriera? Cosa l’ha portata a realizzarsi?
Credo innanzitutto che occorra, in generale, avere il coraggio di “essere menati” dalla vita, cadere e non rinunciare. Lo dico perché, pensando alla mia carriera, non è stata affatto una carriera di successo.
Ho fatto la psicoterapeuta per tanti anni, ho poi lavorato in un centro di igiene mentale e mi sono resa conto qualche anno dopo di non riuscire a studiare come avrei voluto ciò che mi interessava. Tra l’85 e l’86 ho iniziato a scrivere i miei primi libri. In seguito, mi sono trovata a collaborare con colleghi che più strategici di me si trovavano a usare le mie competenze, la mia estroversione e la mia capacità di convincere, ma che, a volte allo stesso tempo, tendevano a sminuirmi e ad impormi le loro decisioni.
Ho retto questa condizione per circa 8 -9 anni fino a che ho deciso di  trasferirmi e, a 50 anni, ho fondato la mia prima scuola a Milano.
Se ho accettato più a lungo questa condizione di sottomissione è anche perché avevo un papà prepotente: aspettavo sempre che le persone mi volessero bene, facevo tanto perché ciò accadesse, ma questo bene non mi arrivava mai. La compiacenza è uno dei problemi che le donne devono risolvere.
Quando sono arrivata a Milano – dove all’epoca non c’era nessuno con le mie competenze – ho incontrato altre situazioni complicate in una città che non conoscevo, ma a quel punto io mi ero curata grazie alla psicoterapia.
La cosa più bella è che mi sono poi accorta di avere una capacità: sapevo riconoscere persone davvero intelligenti e competenti, senza sentire il bisogno di essere io quella in prima linea, quella da esporre o da far conoscere. Nessun narcisismo, tutt’altro. Anzi credo che, in un certo senso, mi abbia aiutata anche quella mia lieve depressione di fondo.
Quando incontravo qualcuno bravo, pensavo subito: “Cavolo, lo voglio con me!”. E infatti il mio gruppo è diventato un insieme di persone straordinarie. Poi è arrivata l’università, la fondazione della Sigmund Freud University, e molte altre opportunità.
Ma il vero motivo per cui la mia scuola è oggi considerata una delle migliori in Italia è che ho scelto persone molto diverse da me, a volte anche molto più brave a fare cose che non sapevo fare, e non ho mai sentito il bisogno di impormi.
Ho delegato a diversi colleghi e ho molto sofferto perché tante donne non hanno voluto esserci con me in questa partita difficile. Molte erano legate ai figli e proprio per questo non volevano spostarsi a Milano. Riconosco che quel che dico può sembrare un giudizio, e mia figlia – femminista com’è – me lo fa notare ogni volta. Mi dice che non posso ‘dare la colpa alle donne’. E ha assolutamente ragione: non è una colpa. Credo tuttavia che dobbiamo imparare a stare in piedi, a incassare i colpi, e, se cadiamo, ad alzarci. E anche, quando necessario, ad accogliere le conseguenze delle nostre scelte.
In molte delle occasioni in cui ci troviamo noi donne, un uomo non rinuncerebbe mai ad un’opportunità lavorativa e dovremmo quindi imparare anche noi a non avere paura di cogliere le occasioni. Paura della vergogna, della colpa, del giudizio. Agli uomini al contrario è più concesso sbagliare, e per questo rischiano di più, e spesso ottengono di più.
Il punto è proprio che siamo state educate, dopo ogni colpo subito, a non rialzarci, come se non ci fosse permesso fino in fondo. Ed è proprio questo il muro da superare: oltre il timore di essere colpite nuovamente e oltre quella tendenza a rinunciare.

 

Se dovesse dare un consiglio ai giovani quale sarebbe?
Fare, non chiacchierare. Fare davvero, solo quello.
Se vedi un pezzo di plastica, raccoglilo. Non mangiare carne se puoi evitarlo; rinuncia a qualcosa quando è possibile. Non tenere il riscaldamento troppo alto. Se puoi, fai politica di quartiere. E nella tua vita, nel tuo progetto, sii onesto con il mondo e con il tuo lavoro – soprattutto se fai una mansione così moralmente orientata come quella del terapeuta.
E alle donne dico: non abbiate paura di combattere di fronte alle minacce relazionali e sociali.

 

A CURA DI REBECCA CONTI

 

[1] Il coping (dall’inglese “to cope”, fronteggiare) è l’insieme di strategie cognitive e comportamentali che una persona usa per gestire, affrontare e superare situazioni difficili, stressanti o avverse.
[2]La schizofrenia con sintomi negativi è caratterizzata soprattutto da una riduzione dell’emotività, della motivazione e delle capacità sociali e comunicative, che vengono contrapposti dai sintomi positivi, nonché deliri o allucinazioni.
[3] Il disturbo schizoide di personalità è un disturbo del DSM-5 in cui l’individuo appare isolato, emotivamente distante e poco interessato alle relazioni.

 

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