Storia di un padre. Intervista a Dino Scaldaferri
Dino Scaldaferri è un educatore sociale volontario che opera nelle carceri, nelle comunità e nei luoghi della marginalità. Dopo la perdita del figlio a causa dell’AIDS, ha scelto di dedicare la propria vita all’ascolto e all’accompagnamento dei ragazzi e delle ragazze in difficoltà. Da questa esperienza di dolore e rinascita è nato Mio figlio mi ha insegnato, il libro scritto con Alessandro Muliari che racconta il percorso attraverso cui Dino ha trasformato una ferita personale in un concreto impegno educativo.
Signor Scaldaferri, da dove nasce la sua storia?
Anche se mi sento un eterno bambino, la mia storia nasce insieme a me, nel 1938, all’alba della guerra. Il mio titolo di studio è la quinta elementare: nel paese in cui vivevo non c’erano scuole superiori ed eravamo contadini.
Da adulto, poi, sono stato autorizzato dall’ASL come educatore e ho seguito un corso sulla doppia diagnosi, guidato dalla convinzione che per aiutare i ragazzi serve preparazione. Non sono laureato in psicologia o medicina, ma Fabietto mi ha dato una laurea speciale.
Probabilmente, come mi dice mia moglie Maria, era qualcosa di già innato. Lei dice sempre, scherzando, che le dà persino fastidio il fatto che guardo dentro alle persone e non mollo finché non risolvo il problema.
Perché i ragazzi e le ragazze oggi diventano dipendenti?
Per esperienza, sono più a rischio i ragazzi: raramente una ragazza inizia da sola, spesso lo fa per compiacere il partner, anche se esistono chiaramente le eccezioni.
Credo che le dipendenze in sé dilaghino per l’illusione che la droga “risolva” qualcosa. Poi arrivano il pentimento, l’autolesionismo e le mille forme con cui si cerca di attutire il dolore. E oggi si aggiungono la ludopatia, il gioco d’azzardo e i social.
Proprio i social rappresentano la via di fuga perfetta: ti confermano sempre la tua versione del mondo, senza il bisogno di incontrare un adulto che ti contraddica. È chiaro allora come il rischio della dipendenza sia dietro l’angolo.
Ho perso molti ragazzi lungo i percorsi, anche per il cambiamento delle sostanze: un tempo c’era l’eroina – devastante – ma che ti permetteva di restare “lucido”, oggi invece le droghe sintetiche sono economiche e si inizia a farne uso sempre prima. Infatti, ho a carico più minori che adulti e quello che vedo è che un cervello in formazione subisce danni profondi. Dopo i 30 anni la dipendenza diventa “storica” ed è più difficile recuperare. Nei giovani, invece, il cambiamento è possibile: se non riusciamo a sganciarli, la responsabilità è anche di noi adulti, educatori e famiglie comprese. Proprio per questo serve un percorso parallelo anche con le famiglie, oltre che con i ragazzi. Dico sempre: ascoltate i ragazzi, anche quando urlano perché è il loro modo di dire “guardami, sto male” ma soprattutto fare attenzione quando sono in silenzio, è un segnale che hanno interrotto la comunicazione con gli adulti.
Ricordo una comunità vicino Milano: seguivo gli inserimenti, a pranzo osservavo chi facesse più fatica e poi chiedevo a qualcuno di accompagnarmi per una commissione: a chi accettava dicevo che volevo solo parlare con lui o con lei. Quante volte è successo che scoppiassero a piangere per questa piccola attenzione nei loro confronti.
Tra i giovani è diffusa una forte inquietudine nei confronti della relazione: una relazione che, se mediata e curata, è in grado di sottrarci anche alle dipendenze. Hanno paura di relazionarsi con i propri coetanei, ma – per la mia esperienza – anche con l’altro sesso. La sessualità si scopre quasi per caso, senza una cornice che prepari adeguatamente all’incontro con l’altro. Invece, la vita sessuale è diversa a seconda che si tratti di un uomo o una donna, ma questo oggi sembra ancora un tabù.
Così, quando ci troviamo davanti a una situazione problematica, dobbiamo farci largo tra mille contesti disfunzionali e dolorosi creati da una carenza di ascolto. E allora, da dove iniziare? Chiudiamo tutte le porte della devianza e lasciamone aperta solo una, così che quando un giovane la apre, ci trovi tutti (Dino, le forze dell’ordine, gli assistenti sociali, la comunità d’ambiente) in rete, insieme per aiutarlo.
La sua storia è un esempio di cura e di coraggio. Se potesse dare un consiglio ai genitori: come accorgersi della sofferenza dei ragazzi e come star loro vicino, concretamente?
Se noi adulti non ci mettiamo in discussione – innanzitutto i genitori – non cambieremo mai le cose. Ai giovani dobbiamo far capire che noi ci siamo: presenti e non con regali che sostituiscono le nostre assenze. È importante parlare tanto con loro, rendendoli autonomi, gratificandoli quando fanno un passo avanti e, invece, capire insieme a loro quando ne fanno uno indietro.
Un paio d’anni fa, solo per fare un esempio, ho parlato ad una conferenza in un istituto tecnico e ancora adesso gli studenti mi chiamano per dirmi che hanno letto il mio libro. In quell’occasione, mi hanno fatto un sacco di domande e si è così creata una condivisione difficile da immaginare: ci siamo confrontati senza filtri. A dirla tutta mi hanno anche messo un po’ in crisi, perché poi in questi ragazzi per me c’è sempre un pezzettino di Fabio.
Fabietto è morto nel 1986. Con lui ci siamo parlati veramente senza barriere, senza sconti, tant’è che dico sempre che quella è stata la mia vera università. Lui faceva uso di sostanze e, dopo un po’ di tempo, ero riuscito a sganciarlo dall’eroina col “fai da te”. Ero separato dalla mia ex moglie, così l’avevo portato a casa mia. Abbiamo poi scoperto che era sieropositivo, ma purtroppo allora non c’erano i farmaci di oggi, né era possibile inserirlo in comunità.
Ma la cosa peggiore era l’emarginazione. Chi aveva questa etichetta addosso era davvero visto come un untore, non gli davano neanche la mano. Forse proprio l’isolamento che ha vissuto è stata la sua malattia più grande. Pertanto, è dal 1986 che ho abbandonato il mondo terrestre. Una sera, rincasato dal lavoro, Fabio mi aggredì e mi disse: “Sei un fallito”. Reagii cacciandolo di casa. In quell’occasione stava già male fisicamente, ma aveva smesso da un po’ di drogarsi. Io stavo trascurando molto il lavoro per stragli vicino e lui, provocandomi al punto tale da cacciarlo, pensava di liberarmi da un peso. Ci cascai con una pera. Da lì in poi si chiuse in se stesso e anche le sue difese immunitarie crollarono, rendendo necessario il ricovero in ospedale.
Poi, una mattina in ospedale mi disse che “sapeva che io sapevo” e “promettimi che ce la gestiamo io e te”. Così è stato. Verso la fine, mi chiese di occuparmi anche di altri ragazzi e mi fece un elenco dei suoi amici. Quell’elenco è finito, ma da quel momento sono sempre pronto, con le orecchie aperte. Non è un lavoro facile, ma quando siamo davanti a un ragazzo che soffre bisogna andarci con i guanti di velluto, come si fa con un cucciolo di cane che, timidamente, porge il muso alla mano per farsi accarezzare.
Alla luce di ciò, oggi dico ai genitori: non sentitevi mai giudicati, perché io ho sbagliato prima di voi. Il libro che ho scritto è un’autobiografia con la quale desidero lasciare una testimonianza proprio ai genitori; oltre che un buon auspicio: «Essendo da tempo scaduta la “garanzia” (ho appena compiuto 82 anni) – ora, invece, sono 87 – sono certo che quando molti di voi staranno leggendo questo libro, io ormai non ci sarò più. Spero però di avervi trasmesso l’amore e l’attenzione per il prossimo e per le persone più fragili e più sfortunate di noi e la disponibilità ad andare oltre all’apparenza, in modo da poter continuare ad aiutare attraverso di Voi esattamente come Fabietto in questi anni ha fatto con tanti ragazzi attraverso me».
Da dove arriva questa fragilità di cui parla?
Come è noto, nascono nell’infanzia. Le ferite poi guariscono, ma le cicatrici restano. Per questo, alle coppie che si stanno separando in modo conflittuale, ripeto sempre: potete smettere di essere marito e moglie, ma non di essere genitori.
Insisto spesso anche sull’importanza di coinvolgere il bambino in tutti gli eventi familiari, ad esempio preparandolo all’arrivo di un fratellino o di una sorellina cominciando a dire così: “abbiamo bisogno del tuo aiuto, perché da soli non riusciamo”. I bambini cioè devono sentire che possono partecipare al mondo degli adulti. Pensiamo a quando spieghiamo una regola a un bambino: se usiamo il plurale, se diciamo che una certa cosa “non la possiamo fare”, gli facciamo capire che ciò che vale per lui vale anche noi. Il confronto è sempre la chiave della comprensione, anche quando siamo indecisi sulla risposta da dare: “Ne hai parlato anche con la mamma? Ne parliamo con lei e vediamo”. Ciò per dire che dare una spiegazione significa innanzitutto includere il bambino nei processi responsabilizzanti e, di conseguenza, dare importanza a lui che ne entra a far parte.
Da ultimo, dobbiamo essere in grado di vedere oltre il male che, talvolta, un ragazzo o una ragazza possono causare. Nel mio lavoro di volontariato in carcere, è stata una rivelazione comprendere quanto sia la causa del male a dover curare, non solo il male stesso. Se lo si fa, spesso i ragazzi sono anche capaci di fare il primo passo e ammettere di aver sbagliato. Penso a un ragazzo con cui ho fatto un lavoro bellissimo in questo senso e che mi ha permesso, passando per la sua rete di familiari, per i giudici e per il carcere, di dargli una seconda possibilità. Sono passati più di 20 anni, e lui tutte le mattine mi manda ancora il buongiorno e la sera la buonanotte.
Perciò, quando le nostre sofferenze vengono intercettate, le parole degli altri possono diventare un motore potente che comincia a riscaldarsi dentro di noi.
Gli episodi di cronaca che accadono sempre più frequenti ci mostrano che il disagio, se non gli si dà voce, può tramutarsi in forme spaventose di violenza. Sempre, non solo nei casi estremi, il nostro ruolo di adulti non è cedere alla paura, ma evitare che questa paura accechi i ragazzi, nascondendo ogni via di salvezza.
La tendenza comune di molti genitori è voler proteggere i figli da frustrazione, delusioni e tristezza. La realtà, però, è fatta anche di montagne da scalare. Cosa significa educare alla vita?
Io sostengo che, purtroppo, non c’è più famiglia: c’è un’unione flebile. Quante volte capita che ex-coppie non sembrino volere il bene del figlio sfogando su di lui parole pesanti riguardo all’altro genitore? Come possiamo pensare di educare con un messaggio così ambivalente?
Un altro tema ricorrente nell’educazione è considerare il figlio come un investimento personale: iscrizioni a calcio, nuoto, musica o sport scelti più per i desideri irrisolti dei genitori, che per le inclinazioni del ragazzo. Ma il primo compito di un genitore è chiedersi: “tu, figlio mio, chi sei?”.
Dovremmo cioè insegnare ai nostri figli che ciò che fanno non definisce chi sono e che l’errore fa parte del percorso, senza coincidere con la loro identità. Non dovremmo mai dire: “tu sei sbagliato”; ma: “quel tuo gesto, quella scelta è sbagliata”. Oppure, quando un figlio prende una nota, non dobbiamo cercare subito la colpa nell’insegnante, perché così trasmettiamo solo un messaggio: “tu non ce la fai ad assumerti certe responsabilità e vai protetto sempre e comunque”. In fondo, è come dire “tu sei fragile”.
Per educare, più che a noi uomini e donne, io credo dovremmo forse ispirarci a una madre colomba che, mentre il piccolo esce per la prima volta dal nido per volare, lo guarda a distanza.
Mio padre faceva proprio così: osservava a distanza, ma c’era sempre. Quando capì che fumavo, non si arrabbiò: mi disse solo che, se avessi bruciato i pantaloni, la mamma me le avrebbe date. Io mi sentii così deluso da me stesso, che per mesi non dormii. È così che mi educava: senza rumore, mettendomi in condizione di parlare.
Ognuno ha la sua storia familiare e di vita, e proprio il rapporto e l’educazione con i nostri genitori ci plasma e crea realtà interiori talvolta difficili da decifrare. Per questo, quando sono con i ragazzi, scendo nel loro mondo per sentire che cosa, forse, non ho capito del mio.
(A CURA DI REBECCA CONTI)
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