Come un filo d’erba. Intervista ad Andrea Bariselli

Andrea Bariselli è psicologo, neuroscienziato e imprenditore, tra le voci più originali e note nel dialogo tra cervello, natura e comportamento umano. Fondatore di progetti di ricerca dedicati all’esperienza immersiva, ha creato Thimus(azienda pioniera nelle neuroscienze applicate e nell’analisi dell’esperienza umana) e Thalea (realtà con cui ha sviluppato Rewild Your Mind, un percorso riconnessione personale nei luoghi naturali). È autore del podcast A Wild Mind e del libro omonimo, entrambi centrati sulle connessioni profonde tra mente e ambiente. Relatore in moltissimi eventi nazionali ed internazionali, Bariselli ci racconta come la paura di un mondo che si sgretola da un punto di vista ambientale e sociale può trasformarsi in un’occasione di coraggio e libertà, rivendicando il diritto di ognuno alla normalità.

 

Cosa l’ha spinta, nel suo lavoro di divulgazione, a portare le scienze del cervello fuori dai laboratori?
Perché sono, da sempre, una persona profondamente irrequieta. All’inizio della mia carriera trascorrevo le mie giornate in laboratorio o in studio con i pazienti, ma sentivo che questo non mi bastava. Contemporaneamente, le tecnologie di elettroencefalografia sono passate da essere sistemi complessi pieni di fili a comodi strumenti wireless. Tale svolta ha reso possibile nel campo della psicologia qualcosa che fino a poco tempo prima sembrava impensabile: studiare il comportamento umano non solo nei laboratori, ma anche fuori nella vita reale. Questo passaggio mi ha catturato poiché permetteva di viaggiare e fare ricerca nello stesso tempo.
A guidarmi non è stato tanto il desiderio di “divulgare”, quanto l’amore per ciò che facevo: solo dopo ho capito che questa passione poteva parlare anche agli altri e avrebbe aperto prospettive inesplorate.

 

I dati e gli studi sulla situazione ambientale odierna ci indicano che dobbiamo cambiare rotta. Secondo lei, come specie, ne siamo consapevoli?
Credo che in parte una consapevolezza esista. Tuttavia, siamo tutti vittime di una grande negazione di fondo: sappiamo che le cose stanno naufragando, eppure continuiamo a vivere come se non fosse così. Lo scenario che abbiamo davanti, tra l’altro, è molto più ampio di una semplice crisi climatica. Si tratta di una frattura che attraversa molti piani – sociale, politico, economico e ambientale – di cui quest’ultimo è forse il più visibile: il mondo sta cambiando ad una velocità ben superiore di quella che immaginavamo.
Alla luce di ciò, volendo essere onesti – e anche un po’cinici – credo che se la nostra specie non comprenderà davvero la portata di ciò che sta accadendo, e non saprà adattarsi, il percorso evolutivo sarà destinato semplicemente a concludersi. Così è sempre accaduto e non c’è motivo per cui noi dovremmo essere un’eccezione. La nostra vita sul pianeta non è forse nulla se paragonata alle piante che abitano la Terra da oltre quattrocento milioni di anni? Le piante sono un grande sistema di equilibrio cooperativo capace di evolvere, ma sempre dentro una logica di relazione con l’ambiente, mai di dominio. Noi invece questo passaggio non l’abbiamo ancora compiuto e, se non lo faremo, il nostro destino sarà scritto.
È importante allora arrivare ad una consapevolezza: il fatto che non siamo immortali non toglie nulla alla meraviglia di abitare questo pianeta.

 

È possibile superare queste fratture singolarmente, o è necessario un movimento comune?
Le dimensioni individuale e collettiva sono inseparabili: ogni cambiamento nasce sempre da un movimento interiore. E forse, oggi, qualcosa in tal senso si sta muovendo. Sul piano individuale, credo stia emergendo un lento risveglio della coscienza che, pur non portando ancora all’azione, riconosce che siamo in crisi. Sul piano collettivo invece si avverte un’ambiguità: da un lato la sensazione che qualcosa stia cambiando, dall’altro la consapevolezza che molti dei pilastri del nostro mondo non reggono più.
I presupposti sociali su cui abbiamo fondato la nostra comunità – il mito del lavoro e della produttività (miti per me personalmente crollati da un po’) – sono ormai promesse che il sistema non può più mantenere. Oggi, infatti, lo si vede chiaramente: non esiste più un unico modello di realizzazione basato sul lavoro. Quando abbiamo ridotto la vita alla sua funzione produttiva e abbiamo sostituito l’esperienza del vivere con l’allucinazione collettiva del fare, abbiamo smarrito la possibilità di esistere in modo semplice e naturale. Ma non è scritto da nessuna parte che il destino dell’essere umano debba essere quello di lavorare e produrre: siamo creature fra le creature, e il nostro diritto, semmai, è semplicemente quello di vivere.
Tornando alla questione climatica, quando il sistema sociale ed ecologico iniziano a sgretolarsi, emerge un senso di derealizzazione che lascia, comunque, una possibilità di fascinazione. In altri termini, è possibile vivere la meraviglia del mondo anche e soprattutto nell’assurdità del momento che stiamo vivendo: come il pianista del Titanic che continua a suonare mentre la nave affonda e, così facendo, fa pace con la caducità della vita. Lo spavento nei confronti di quel che viviamo non può e non deve essere un ostacolo al riconoscere che la vita è bellissima e insieme spaventosa, come ci insegna il thauma[1]greco.
Il luogo migliore per sperimentare questa finitezza è la natura, come punto di sintesi tra equilibrio, trasformazione, fine e rinascita individuale e collettiva. La questione davvero drammatica è che oggi ci manca il tempo per andare al fondo di questa finitezza. Se non si ha tempo per pensare, non si sperimenta il dramma e lo stupore. Ci servono verità, ma se non hai tempo di formulare una domanda, come puoi trovare la risposta?

 

Rewild your mind è un percorso di riconnessione personale in luoghi naturali. Secondo lei, da psicoterapeuta ed esperto dell’esperienza umana, che cosa – in fondo – cerchiamo?
Le persone non lo sanno esattamente: vogliono fare semplicemente qualcosa di diverso da tutto il resto. Da questo punto di vista, il fatto che i percorsi di Rewild your mind siano andati subito in overbooking con moltissimi iscritti, mi colpisce perché significa che, nonostante tutto, oggi molte persone sono ancora in ricerca, e scelgono di dedicarsi del tempo e di ascoltarsi anche dentro uno spazio che non promette trasformazioni miracolose. Accanto a questo desiderio, però, c’è anche tanta paura di farsi domande scomode, quegli interrogativi che emergono quando ti accorgi che la tua esistenza – spesso piena di scadenze, aspettative, pagamenti – a volte non ha senso, soprattutto quando la società non è più in grado di soddisfare le aspettative.
Ecco, proprio in questa assurdità io vedo la frattura più affascinante del nostro tempo: un mondo “vecchio” e uno “nuovo” che stanno imparando a convivere. Noi siamo nel mezzo, sospesi in uno spazio potenziale.
Quando porto le persone nella natura, succede qualcosa di magico: persone diverse tra loro mostrano lo stesso bisogno profondo, la stessa sensibilità. Mi sono reso conto di quanto in ciascuno di noi esista ancora un enorme potenziale inespresso e allora, perché non tornare davvero a incontrarci, a parlarci? Di questo abbiamo soprattutto bisogno.
È quando le persone si ritrovano fisicamente – attorno a un tavolo, durante una passeggiata, davanti a un bicchiere – che accadono cose straordinarie. Vediamoci, se siamo in due o in dieci non importa, perché non tutto deve diventare palcoscenico o performance: se ci incontriamo, siamo ancora fortissimi.

 

Ognuno di noi si percepisce come irripetibile e diverso. Eppure, la cultura e i modelli che apprendiamo ci rendono parte di un modo di funzionare comune. Davanti a tutto ciò, siamo una società sola?
Tantissimo. Non siamo mai stati soli come oggi, sia nel numero di connessioni che nella loro intensità. Dopo A Wild Mind o The Filament[2], il numero di messaggi ricevuti mi ha impressionato. Le persone raccontano di essersi emozionate e di aver sentito le stesse cose che ho condiviso; tant’è che mi sono reso conto di possedere una vera e propria antologia della cultura emotiva del nostro tempo. Questo però mi ha dato anche contezza di quanto, in alcune vite, non ci sia stata banalmente la possibilità di confrontarsi su alcuni temi.
Discutere con qualcuno, infatti, fa improvvisamente accorgere di non essere solo: realizzi – ad esempio – di non essere l’unico a provare un certo senso di sconfitta, depressione o ansia nei confronti del futuro, e ti relazioni così con chi condivide i tuoi vissuti.  Com’è possibile invece che, nell’epoca più iperconnessa della storia, siamo arrivati ad essere così soli e così distanti dal nostro apparato emotivo?
Forse è il sistema a non lasciare questo spazio, alimentando una società performativa in cui emotività e fragilità sono sinonimi con un’accezione negativa. La conseguenza è un vuoto che si amplifica man mano che diminuisce l’età: e alla fine sono i ragazzi a soffrire di più. Di fronte a questa sconfitta del nostro tempo, lo squarcio può essere ricucito solo – insisto – ritrovandoci fisicamente.
Siamo estenuati dai milioni di connessioni che ci circondano e, di conseguenza, per noi un corpo è “solo” un corpo, privo di qualsiasi sacralità. Ognuno è invece portatore della possibilità di sperimentare la vita e soprattutto dell’occasione di incontrare un’altra persona capace – come ci ha insegnato Giacomo Rizzolatti – di capire cosa stiamo provando solo guardandoci.
Questo è forse il fulcro fondamentale dell’essere simili: trovare qualcuno che sta vivendo il tuo stesso tempo e rimanerne meravigliati.

 

Eppure, oggi sono tante le persone che paiono spaventate. Soprattutto tra i più giovani… Dove trovare le risposte per le domande che ci sovrastano?
Mi spaventa l’abisso culturale che stiamo attraversando, sembra quasi che più parliamo, più crediamo di sapere. Le nostre domande, invece, sono sempre le stesse da migliaia di anni e chi conosce davvero sa di non sapere: non sono certo io il primo a dirlo.
Oggi tante persone parlano con una certezza che spesso mi fa venire la pelle d’oca: sembra si sia perso il contatto con quella zona grigia, incerta, che poi è dove la vita accade davvero.
Per recuperare questa dimensione e provare a rispondere alle nostre domande, dovremmo forse tornare al nostro spazio più elementare, in cui tecnologia, cambiamento e intelligenza artificiale non possono ancora arrivare. Dove possiamo “usare le mani” e incontrare davvero qualcuno, lì ci si riappropria dei confini personali e così anche l’analogico diventa una riscoperta.
Mi colpiscono tanti ragazzi che lasciano un lavoro sicuro per aprire una farm, lavorare la terra, scegliere un compromesso fatto di fatica, tempo ed energia spesa. Tornare ad usare la fisicità – sporcarsi, avere freddo, stancarsi, temere – significa restituirci una dimensione che abbiamo perso.
Il corpo è quindi il nostro ultimo baluardo di libertà: invecchia, cambia, si ribella, è fuori dal nostro controllo e proprio per questo ci ricorda che siamo vivi.
In quest’epoca dominata dalla paura del futuro, l’unico modo per superarla è, come dico ai miei figli, andarci incontro. Io, ad esempio, ho iniziato a correre nei boschi di notte non perché mi piacesse, ma proprio perché mi spaventava.
Eppure, è proprio lì che si apre la possibilità preziosa di fare ciò che si desidera, anche se nulla dovesse cambiare: a pensarci, la vera rivoluzione è proprio questa, fare qualcosa che apparentemente non ha un senso. Il senso però – come la felicità – non si trova, ma si abita nei momenti che non servono a nulla e la più grande forma di libertà oggi si racchiude proprio nel rivendicare questo diritto all’inutilità. La misura forse sta nella “normalità”: in chi riesce a scegliere il proprio tempo, a leggere un libro senza scopo e a portare fuori il cane un’ora in più.

 

Tra i giovani è sempre più diffusa la cosiddetta eco-ansia[3]. Le capita di sentirsi così e come la gestisce?
Tutti i giorni mi succede. Eppure, penso che anche dopo quest’epoca dei combustibili fossili, la Luna continuerà a specchiarsi nell’acqua e i tramonti saranno ancora rossi. Quando vivi un tramonto, capisci che la meraviglia resterà, custodita nella terra come sotto una teca. Ai giovani vorrei dire questo: non abbiate paura che la bellezza scompaia. Il mondo sarà certamente più difficile da abitare, ma la sua essenza rimane e, se non impariamo a vederla, non sapremo più nemmeno per cosa stiamo combattendo.
È questa la battaglia: proteggere ciò che rende il mondo bellissimo.

 (A CURA DI REBECCA CONTI)


 

[1] Nella filosofia antica, come in Platone e Aristotele, il thauma è considerato l’origine stessa del pensiero filosofico: è lo stupore che spinge gli esseri umani a interrogarsi sul mondo.
[2] The Filament è un podcast di Andrea Bariselli che esplora gli archetipi, la mente e la nostra storia interiore attraverso un viaggio simbolico nella spiritualità degli ascoltatori.
[3] L’eco-ansia è una forma di ansia e preoccupazione persistente legata alle conseguenze dei cambiamenti climatici e alle minacce ambientali.

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