Palestre di umiltà… Intervista a Giuseppe Bertuccio D’Angelo

Giuseppe Bertuccio D’Angelo, 33 anni, messinese, è fondatore di “Progetto Happiness”: un racconto in immagini e parole che, attraverso video su YouTube, lo porta nei luoghi più remoti del mondo per scoprire, direttamente dalle persone che li abitano, cosa sia davvero la felicità.
Con la curiosità come motore, è diventato il primo content creator italiano a partecipare a una missione di soccorso in mare sulla Ocean Viking di SOS Mediterranee, documentando storie di coraggio e solidarietà.
È speaker a eventi come TEDx e collabora con organizzazioni come ActionAid, portando le storie raccolte nei suoi reportage in iniziative di formazione e sensibilizzazione.
Con oltre milioni di visualizzazioni e un seguito crescente sui social, ci racconta di una realtà tutt’altro che rose e fiori, dove, per poter stare, a volte, serve anche stare scomodi. Fuori da ogni cliché o luogo comune, Giuseppe ci restituisce un pezzo di vita fatto di cambi di sguardo, messe in discussione, stupore, meraviglia ma anche fatica. Un viaggio o, per dirlo come lo direbbe lui, una missione, che ci spinge a porci le domande giuste.

 

Nel tuo lavoro mostri realtà segnate da profonde disuguaglianze che oggi non possiamo più dire di “non conoscere”. Dal tuo punto di vista, perché la consapevolezza non basta a scardinare questi “nuovi razzismi” sistemici? In altre parole, cosa è necessario perché il racconto diventi davvero trasformativo?
Mi sono reso conto, viaggiando, che oggi sappiamo quasi tutto. Sappiamo delle disuguaglianze, dello sfruttamento, delle periferie dimenticate. Le immagini ci arrivano addosso ogni giorno. Eppure, non cambia quasi nulla. Credo che la consapevolezza, da sola, sia diventata una forma di anestesia: sapere non significa sentire. E sentire non significa ancora assumersi una responsabilità. Il racconto diventa trasformativo solo quando smette di essere informazione e diventa relazione. Quando, cioè, non ti permette più di restare neutrale. Quando non puoi più dire “non mi riguarda”. Io non voglio convincere nessuno. Voglio creare una crepa. Un momento in cui chi guarda si riconosce nell’altro, anche solo per un secondo. È lì che crollano i nuovi razzismi, che spesso non sono odio esplicito, ma distanza emotiva, indifferenza, comodità. Il cambiamento nasce quando smettiamo di guardare certe vite come un tema e iniziamo a sentirle come una possibilità di incontro.

 

Sulla felicità esistono diversi pregiudizi. Secondo la tua esperienza, cosa c’è di vero?
Ho visto due errori opposti. Il primo è pensare che in certi contesti la felicità non possa esistere. Il secondo è dire che chi ha meno è automaticamente più felice. Entrambi sono modi per semplificare qualcosa che è molto più complesso. La felicità non è una condizione stabile, né un privilegio, né una compensazione morale alla povertà. È un’esperienza fragile, intermittente, spesso contraddittoria. Ho incontrato persone che vivevano in condizioni durissime e non erano affatto felici. E ne ho incontrate altre che, dentro quelle stesse condizioni, riuscivano a ritagliarsi momenti di verità, di senso, di presenza. La felicità non cancella il dolore. A volte col dolore ci convive. A volte gli sopravvive.

 

Nei tuoi viaggi entri in contatto con una grande varietà di realtà e caratteristiche umane, incontrando scelte e condizioni anche difficili da comprendere o accettare. Perché, secondo te, la diversità può fare paura? E come la vivi tu, nel lavoro e nella quotidianità?
Credo che la diversità faccia paura perché mette in crisi la nostra idea di normalità. Ci costringe a chiederci se il nostro modo di vivere, di pensare, di desiderare sia davvero l’unico possibile. La paura nasce quando confondiamo identità con rigidità. Quando pensiamo che per esistere dobbiamo difenderci dall’altro, invece che incontrarlo. Nel mio lavoro cerco di vivere la diversità come una palestra di umiltà. Entro in mondi che non capisco fino in fondo. A volte non li condivido. Ma li rispetto. E questa esposizione continua mi ha insegnato una cosa semplice: non devo essere d’accordo per restare umano.

 

Rispettare l’altro significa riconoscerne il valore e la dignità: si può rispettare senza capire?
Sì. E spesso è l’unica forma di rispetto possibile. Capire tutto è un’illusione. Ci sono tradizioni, scelte, visioni del mondo che resteranno sempre parzialmente opache ai miei occhi. E va bene così. Il rispetto nasce prima della comprensione. Nasce dal riconoscere che l’altro ha una storia, una logica, una dignità che non dipendono dal mio giudizio. Quando pretendo di capire tutto, rischio di ridurre l’altro a una mia interpretazione. Quando rispetto, gli lascio spazio.

 

Giuseppe, si può educare alla felicità?
Non credo si possa insegnare la felicità come una materia. Ma credo profondamente che si possa educare allo sguardo. Educare a riconoscere ciò che conta. Educare all’ascolto. Educare alla presenza. Se c’è una cosa che ho imparato viaggiando è che la felicità non si trasmette con le risposte, ma con le domande giuste. Con l’abitudine a fermarsi. Con il coraggio di stare dentro le cose, anche quando sono scomode. Forse educare alla felicità significa questo. Non promettere una vita felice, ma aiutare le persone a non vivere distratte dalla propria vita. E questo, oggi, è già un atto profondamente educativo.

 

A CURA DI REBECCA CONTI

IMMAGINI © @giuseppe.bedan e iStock.com/cagkansayin

 


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