Le cetre sono vive. Intervista a Vivian Lamarque
Vivian Lamarque, nata a Tesero (Trento) nel 1946 e milanese d’adozione, è una delle più autorevoli e amate voci della poesia italiana contemporanea.
La sua storia, che conta quattro cognomi e una vita articolata, riflette la complessità della sua scrittura: fin dal suo esordio con Teresino (1981) – premiato con il Viareggio Opera Prima – ha saputo coniugare levità e profondità, ironia e malinconia in un linguaggio solo apparentemente semplice ma di rara precisione e musicalità. Tra le sue opere più note si ricordano Il signore d’oro (1986), Una quieta polvere (1996) e Poesie 1972-2002 (2002). Poetessa intensa e originale, è anche autrice di libri per l’infanzia e raffinata traduttrice. Con L’amore da vecchia (2022) – Premio Strega Poesia – ha confermato la sua voce inconfondibile, capace di trasformare la quotidianità in emozione universale. Nel 2025 – Premio Scalfari e Premio Betocchi – ha pubblicato E intanto la vita? Poesie per Lei, Dottore, 1984-2025.
Che rapporto ha con il tempo che passa? Cosa vuol dire per lei ora scrivere poesia alla sua età? Finisce davvero«Il filo da ricamo»?
No, ancora non è finito il mio filo da ricamo, anche se le spolette si fanno sempre più sottili, più leggere. Un tempo a scuola, nell’ora di economia domestica, con l’ago ricamavamo il bel punto erba, il bel punto croce, erano belli i colori dei fili, ora miei fili sono le mine di grafite, l’inchiostro Pelikan azzurrino, i tasti del pc e del telefonino.
Da quando e perché scrive poesie?
Scrivo versi da quando avevo 10 anni. In un passaggio difficile della mia infanzia la poesia mi si spalancò come una inattesa porta di sicurezza durante un incendio (tutto il contrario della tragedia di Crans-Montana). Sono passati 70 anni e non mi ha più lasciata. Nella poesia “Esercito” (in L’amore da vecchia) imploro: non lasciarmi mai, Alfabeto.
Il secolo scorso, quando scrivevo poesie con la matita e poi sulla Lexikon 80 (il nome lo diede Franco Fortini), le avevo sempre sott’occhio, le vedevo crescere, le modificavo finché non le sentivo pronte. Invece il pc me le inghiotte (non mi piace stampare subito), le sottrae alla mia vista, spesso le dimentico e quando ogni tanto spuntano da qualche file, qualche volta non le riconosco, le cancello, oppure le correggo, le richiudo nel computer, lì si riaddormentano, di nuovo rischiano di essere dimenticate.
Le capita nel rileggerle di trovarsi spiazzata…?
Molto raramente leggo in pubblico l’antico poemetto “L’amore mio è buonissimo”, compreso nel mio primo libro Teresino: non saprei spiegare i motivi, uno sì, perché… mi fischiano le esse del superlativo! Poi ho centinaia di poesie dattiloscritte e mai pubblicate perché in attesa di essere limate, migliorate.
L’età in più che abbiamo noi anziane ed anziani, cosa può testimoniare? Come rileggere le nostre cicatrici?
Nel mio penultimo libro, L’amore da vecchia, le cicatrici delle nostre lunghe vite sono terra dalla quale fioriscono nuove forme d’amore, un amore meno esclusivo di quello della giovinezza, un amore diffuso, ma indomito fino all’ultimo giorno.
Sì, mi ha curata la poesia ma indispensabile giardiniera è stata anche la lunga analisi junghiana con il Dott. B.M. Bene lo illustra Vittorio Lingiardi nella postfazione al mio ultimo libro E intanto la vita? Lettere per lei, dottore.
Forse niente abbiamo imparato. È scesa una grande grande nebbia, non riconosciamo più il paesaggio a noi intorno. Cosa dire? Ci risponde da lontano Montale: «Codesto solo oggi possiamo dirti / ciò che NON siamo, ciò che NON vogliamo».
Scrive Wislawa Szymborska: «La poesia? Più d’una risposta incerta è stata già data in proposito. Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo come alla salvezza di un corrimano». Cosa ne pensa?
Di Szymborska amo molto sia quell “io non lo so, non lo so” , sia l’immagine del corrimano, cui potrei aggiungere anche quella di un bastone bianco per ciechi, ma corrimano è più bello.
Quello che stiamo attraversando è un momento di grande difficoltà: questo rigurgito di odio e di violenza come si accorda con la poesia? Come può essere un momento generativo?
Come ho scritto su “la Lettura” del 22 febbraio, più oscurissima la selva in cui l’uomo si sta smarrendo, più devono alzarsi le voci dei poeti, tutto il contrario di “appendere le cetre al triste vento”.
Più che alle paure dei giovani ho cercato di rispondere alle paure dei bambini, con le mie fiabe. Per esempio, nella Storia con mare cielo e paura (Salani Editore, 2024), dedicata «ai bambinelli buttati via dalla vita» (Elsa Morante), mi riferivo allora a quelli inghiottiti dal Mar Mediterraneo.
Cosa le piacerebbe che restasse di lei, tra cento anni?
Per esempio, la poesia “Cambiare il mondo”. Come sarà tra 100 anni? Quanto mi piacerebbe saperlo.
Scrive Italo Calvino in Lezioni americane: «certo la letteratura non sarebbe mai esistita se una parte degli esseri umani non fosse stata incline ad una forte introversione, ad una scontentezza per il mondo com’è…». Cosa ne pensa lei al riguardo?
Sì, concordo. Concordo sempre con Calvino, specie quando tratta della “difficile facilità”.
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