AscoltaMi, cinque colloqui non bastano
Di DAFNE GUIDA
Presidente e Direttrice generale Stripes Coop
C’è un momento, in questi anni di lavoro sul campo, che mi torna spesso in mente. Una ragazza di quattordici anni, seduta in fondo all’aula, con lo sguardo fisso oltre il vetro della finestra. Non distratta, ma assente. Non ribelle, semplicemente altrove. E nessuno, in quella classe, aveva gli strumenti per raggiungerla davvero. Ecco perché, quando ho letto della partenza di AscoltaMi (il servizio messo a punto dal Ministero dell’Istruzione che garantisce a ogni ragazzo tra i 13 e i 15 anni cinque colloqui digitali gratuiti con uno psicologo specializzato)[1], ho sentito qualcosa muoversi. Un sollievo, prima di tutto. Il riconoscimento, finalmente, che la salute mentale dei nostri ragazzi è una questione pubblica, non una faccenda privata da gestire in silenzio.
Accogliamo con favore questo segnale perché è la prima volta che si investe per intercettare precocemente i segnali di disagio adolescenziale. È importante. È necessario. Ma non è sufficiente.
I dati che circolano sono allarmanti, e chi lavora ogni giorno nelle scuole lo sa bene: oltre uno studente su due soffre di ansia o tristezza, quasi il 50% lamenta una stanchezza cronica che non è quella sana di chi ha corso e giocato, ma quella opaca di chi non trova senso in ciò che fa. Non sono numeri astratti. Sono volti. Sono le occhiaie di chi non dorme, le scuse di chi evita la mensa, il silenzio di chi non alza più la mano.
Di fronte a un malessere così sistemico, così diffuso, così radicato nel tessuto quotidiano della vita scolastica, non possiamo rispondere soltanto con interventi individuali e clinici. Non perché questi non abbiano valore – ne hanno, eccome – ma perché cinque colloqui da remoto, per quanto preziosi, rischiano di restare una risposta emergenziale a un problema che affonda le radici nella qualità del contesto educativo.
C’è una logica che vorrei mettere in discussione, con rispetto ma con chiarezza: quella della delega.
La delega allo psicologo è diventata, in molti contesti, la risposta automatica al disagio adolescenziale. Un ragazzo sta male? Mandiamolo dal professionista. Come se il benessere fosse qualcosa che si cura altrove, in uno spazio separato, da qualcuno di specializzato. Come se la scuola, la famiglia, la comunità potessero lavarsene le mani una volta consegnato il numero di telefono giusto.
Io credo in qualcosa di diverso. Credo nella corresponsabilità pedagogica. Il benessere di uno studente non dipende solo dall’assenza di sintomi. Dipende dalla capacità del sistema-scuola di essere inclusivo, di riconoscere e gestire lo svantaggio socioculturale che troppo spesso ostacola la partecipazione alla vita della comunità. Dipende dalla qualità delle relazioni che si costruiscono ogni giorno, in classe, nei corridoi, nelle ore di ricreazione, tra ragazzi, tra ragazzi e insegnanti e tra ragazzi e famiglia.
Allargare lo sguardo – ed è questo che chiedo, che chiediamo come cooperativa impegnata quotidianamente su questo fronte – significa capire che l’educatore e il pedagogista devono lavorare fianco a fianco con lo psicologo.
Non in sostituzione. Non in competizione. In sinergia. Se l’obiettivo dichiarato è il pieno sviluppo dei talenti di ogni ragazzo, dobbiamo agire sulle dinamiche relazionali quotidiane. Dobbiamo formare insegnanti ed educatori capaci di leggere il disagio prima che diventi crisi. Dobbiamo portare nelle classi una progettualità pedagogica forte, capace di trasformare l’ambiente scolastico in un luogo che, per sua natura, generi benessere e prevenga il disagio.
Non possiamo limitarci a curare le ferite una volta che si sono aperte. Dobbiamo costruire contesti in cui quelle ferite sia meno probabile che si aprano.
Torno a quella ragazza con lo sguardo oltre il vetro.
Cosa le avrebbe fatto davvero del bene? Forse uno sportello, certo. Ma soprattutto qualcuno che la vedesse ogni giorno. Un educatore che sapesse starle vicino senza invadere. Un pedagogista che lavorasse con i suoi insegnanti per capire come raggiungerla. Un ambiente che non la lasciasse sola con il suo altrove. Forse, anche la possibilità di parlare attraverso lo smartphone ad uno psicologo capace di prendersi in carico un percorso.
Il benessere psicologico è una condizione essenziale. Ma si costruisce abitando stabilmente le classi e i territori, non solo comparendo sullo schermo di un computer per cinquanta minuti alla settimana.
Una riflessione va fatta anche sugli schermi perché spesso li accusiamo di essere il luogo del ritiro e dell’isolamento, ma allo stesso tempo pretendiamo che diventino il luogo sicuro in cui un adolescente può raccontarsi allo psicologo. La verità è che per molti ragazzi il contesto domestico non offre né protezione né distanza emotiva. Chi vive conflitti familiari o passa le giornate chiuso in camera, non può trovare in quello stesso spazio la separazione necessaria per aprirsi davvero. Il cellulare sul letto o la videochiamata dalla scrivania non ricreano quello “spazio isomorfico”, quello spazio fisicamente e simbolicamente altro, che permette di elaborare emozioni con libertà. La stanza del terapeuta non è un dettaglio accessorio ma parte integrante della cura: con il suo silenzio, la sua neutralità, la sensazione di essere altrove e al sicuro. Per questo è importante non confondere lo strumento con la relazione. Lo psicologo da remoto può essere una risorsa preziosa, ma non può diventare l’unica risposta né sostituire completamente l’esperienza di un luogo pensato per accogliere e contenere. AscoltaMi è un primo passo importante e va riconosciuto, ma adesso serve costruire il cammino: quello che non vive solo sullo schermo ma dentro le scuole, tra le persone, negli spazi che abitiamo ogni giorno; perché il benessere non si attiva a chiamata, si coltiva.
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