Un’istruttoria per la sopravvivenza in aula
Di VALERIO PAPIRIO
Educatore
Uno spettro si aggira nei corridoi delle nostre scuole. È un vuoto che non è fatto di assenza fisica, ma di una sparizione più sottile, quasi diafano. Ci domandiamo spesso, con una punta di malinconia che fatichiamo a confessare persino anoi stessi, che fine abbia fatto quella professoressa che, pur non avendo mai cercato le luci della ribalta, riusciva a trasformare l’ora di lezione in un evento del pensiero. È una domanda che brucia. Porta con sé il sospetto che la funzione educativa, intesa come quella trasmissione di conoscenza che non teme di dirsi autorevole, sia oggi sotto assedio da ogni fronte. Quella docente, che oggi verrebbe probabilmente liquidata come “all’antica” o custode di una visione troppo muscolare della cultura, è la stessa persona a cui molti di noi sentono di dover tutto.
Il progetto Il tempo della memoria pedagogica[1]nasce proprio da qui, dall’impossibilità di ringraziare chi ci hapreceduti se non onorandone la memoria attraverso un atto di resistenza che sappia essere, al contempo, profondamente unico e collettivo.
La scuola contemporanea sembra aver smarrito il filo del racconto generazionale. I giovani docenti vengono lanciati nelle aule come in una perenne zona di emergenza, privi di quelle cautele e di quelle informazioni minime che ogni microsistema classe richiederebbe per non trasformarsi in un campo di battaglia. Si muovono spesso con l’arroganza di chi si crede migliore per il solo fatto di maneggiare con disinvoltura un applicativo digitale, mentre i colleghi prossimi alla quiescenza li osservano con un distacco che sa di disprezzo. È un conflitto vecchio come il mondo, certo, ma oggi assume i contorni di una tragedia culturale, perché in questa guerra di posizione stiamo perdendo le buone pratiche, quei gesti minimi e sapienti che non si imparano in nessun corso di formazione ministeriale.
Eppure, proprio in questo scenario di “epidemia” delle certificazioni usate come scudo e non come strumento di inclusione reale, dobbiamo ritrovare il coraggio di una tracciabilità che sia memoria e non burocrazia.
Domani cosa faccio in classe? È questo il mantra, l’ossessione feconda che ha guidato ogni pagina del mio lavoro, un’urgenza che mi è stata consegnata dal magistero del Professor Mantegazza, il quale mi ha insegnato a diffidare della pedagogia che non sa sporcarsi le mani con la polvere dei gessetti o con i bit dei registri elettronici. C’è una frizione dolorosa tra le riforme calate dall’alto, scritte in una lingua che mastica metriche d’impresa, e il volto di quello studente che ti fissa aspettando una rotta. Perché un docente dovrebbe leggere il mio saggio? Cosa se ne farebbe della teoria se questa non parlasse al suo stomaco stretto prima di entrare in una terza liceo difficile?
Proprio per sfuggire alla retorica motivazionale, che spesso altro non è se non un velo pietoso steso sulle macerie di un sistema esausto, ho scelto la via della concretezza estrema. Il saggio non è un manuale di buone intenzioni, ma un corpo vivo di vignette esplicative progettate per ridurre la distanza tra la teoria e la quotidianità più cruda. Sono scene madri quasi teatrali, dove il docente può riconoscersi non come l’eroe di una narrazione agiografica, ma come il professionista riflessivo che deve decidere in novanta secondi come gestire un’interruzione, un conflitto o una sanzione che sappia essere davvero riparativa e non solo punitiva.
Si tratta di fermi immagine che non hanno la pretesa di insegnare il mestiere a chi lo vive, ma di offrire un’ancora. Penso a quel docente che oggi deve sottostare ai tribunali di internet, ai “genitori-sindcacalisti” o ai professionisti a pagamento che pretendono di dettare l’agenda didattica senza aver mai incrociato lo sguardo di un adolescente in crisi. È la deriva di una scuola che, per timore del contenzioso, scivola verso la valutazione difensiva, quella rinuncia abdicatoria dove si preferisce alzare un voto borderline o tacere un richiamo pur di non finire nelle bacheche di Facebook o, peggio, davanti a un giudice del TAR.
ARCA: un protocollo contro l’oblio
Tutto questo lavoro rischierebbe di restare un esercizio accademico se non trovasse uno sbocco nell’istituzionalizzazione del protocollo ARCA (Archivio di Racconti di Classe e Apprendimenti)[2]. Nella scuola di oggi, dove il tempo è frammentato da mille incarichi che spesso erodono lo spazio della lezione, ciò che viene lasciato alla pura volontarietà è destinato a perire. ARCA si propone come un dispositivo operativo, deliberato dai collegi e inserito nel PTOF, per rendere la memoria professionale una pratica di sistema. È un modo per trasformare l’errore o il successo di un singolo nel patrimonio comune di un intero istituto.
Se non trasformiamo l’esperienza in un bene comune d’istituto, la sapienza dei nostri maestri svanirà con il loro ultimo giorno di servizio. Non vogliamo una scuola muscolare, ma una scuola affidabile, dove l’autorità non sia un’imposizione, ma una cornice che protegge il diritto allo studio di tutti, specialmente di chi non ha voce per gridare il proprio disagio.
Possiamo davvero rassegnarci a una scuola che amministra soltanto l’emergenza, o vogliamo tornare a essere i custodi di una tradizione che è, intrinsecamente, tradimento creativo del già noto per far nascere il nuovo? Forse, la risposta aquel “cosa faccio domani” non sta in una nuova circolare ministeriale, ma nella capacità di guardare alla pratica dei colleghi con l’umiltà di chi sa che l’agentività si costruisce un’ora alla volta, un errore alla volta.
Onorare quella professoressa che non possiamo più ringraziare significa proprio questo: smettere di sentirsi soli in aula e ricominciare a sentirsi parte di una storia.
[1] Valerio Papirio, Il tempo della memoria pedagogica, Independently Published, 2025.
[2] Per partecipare alla ricerca della Memoria Pedagogica:
- INFANZIA/PRIMARIA: https://forms.gle/GSBJhft7Yaow4xba7
- SECONDARIA I GRADO: https://forms.gle/HwTqkeLeRCVzbaPP9
- SECONDARIA II GRADO: https://forms.gle/CFPwRyBB8UirM1qe9

