Le forme dell’oblio. Dimenticare per vivere (Marc Auge’)

Marc Augé
Le forme dell’oblio. Dimenticare per vivere
Meltemi, Milano 2025
Pp. 81, €10,00

Marc Augé, antropologo, etnologo e filosofo francese scomparso nel 2023, è noto in genere per aver ideato il concetto di “Non Luogo” che, in pochissime parole, identifica quei luoghi che quasi tutti frequentiamo in maniera collettiva ma che non sono pensati per promuovere lo stare insieme: aeroporti, centri commerciali, stazioni, ecc.
In questo libro, scritto nel 1998 e da poco ripubblicato, l’autore tratta invece il tema della memoria e di come, per mantenerla viva, sia necessario il suo opposto, l’oblio.
Le forme dell’oblio vengono affrontate in tre “lezioni”, la prima delle quali si occupa del rapporto tra ricordo e oblio, la seconda verifica la validità dell’ipotesi che ogni vita venga vissuta come un racconto e la terza, infine, esamina il tema attraverso personaggi della letteratura classica e del cinema.
Nella prima lezione, Augé afferma innanzitutto che il ricordo non riguarda i fatti così come si sono svolti, ma l’impressione che ne resta nella memoria, essendo l’impressione l’effetto che la realtà suscita sugli organi sensoriali. Con l’oblio, quindi, si dimentica questa impressione, cioè non una parte di realtà, ma una sua rielaborazione.
Ovviamente non si ricorda tutto, ma neanche si dimentica tutto; l’oblio è la forza viva che erode naturalmente la memoria e ciò che ne risulta è il ricordo.
Augé accenna anche ad un particolare tipo di ricordi, quelli dell’infanzia: ricordi che subiscono molte rielaborazioni personali o di chi sta intorno, e il primo racconto rischia di sostituirsi al ricordo stesso.
L’autore, nella seconda lezione, rivela alcuni   aspetti del lavoro dell’etnologo, che, nel corso delle sue indagini, raccoglie narrazioni personali e collettive (che difficilmente riescono a restare separate) dai suoi informatori. Queste narrazioni (o “finzioni” come le chiama Augé) sono, come definito nella prima lezione, frutto della memoria e dell’oblio e, mentre l’informatore è convinto di trasmettere così la storia del proprio gruppo, l’etnologo è portato ad interpretarle come “credenze”; anche perché si sovrappongono normalmente alle sue finzioni, dato che ognuno ha il proprio passato e le proprie narrazioni.
Nella terza lezione, Augé affronta direttamente il tema del titolo, cioè le forme dell’oblio, prendendo come riferimento riti di alcune etnie africane. Tali riti comprendono varie forme.
La prima forma è il ritorno: alla ricerca di un passato più antico, si dimentica sia il presente che il passato più recente (nei riti africani, infatti, della cosiddetta possessione resta memoria nella mente dei testimoni, ma non in quella del posseduto).
La seconda forma è la sospensione, con l’ambizione di ritrovare il presente separandolo provvisoriamente dal passato e dal futuro (nei riti l’inversione donna/uomo, schiavo/ re è destinata a svanire quando si torna ad essere ciò che si è).
L’ultima forma è il ri-cominciamento, per ritrovare il futuro, dimenticando il passato e aprendosi ad una ri-nascita (l’iniziazione è presentata sempre come una rinascita).
Augé esemplifica il senso di questa schematizzazione agganciandosi alle vicissitudini di Edmond Dantès, il Conte di Montecristo di Alexandre Dumas, caso letterario di ritorno, al quale servirebbe uno sforzo di oblio. Infatti, ossessionato com’è dalla memoria del suo passato, non è riconosciuto dagli altri e, ottenuta la sua vendetta, è incapace di dimenticare Montecristo per tornare ad essere Edmond.
L’autore si rifà anche a Marcel Proust citando alcuni suoi pensieri.
Il primo riferimento è all’esperienza della memoria involontaria, che dell’identità personale conservata è la prova, ma producibile solo dopo l’oblio.
L’altro riferimento è al periodo di tempo in cui un’impressione era perduta e dimenticata; questo tempo coincide con quello specifico della ricerca, in cui Proust era costantemente diviso tra la paura dell’oblio, identificato con la morte, e la paura del ricordo, identificato con il dolore.
Anche l’opera di Stendhal e, in campo cinematografico, due situazioni vissute dai personaggi di Fernandel e Charlot nei loro film (che possono essere lette alla luce della forma del ritorno sconfinando però, ovviamente, nel grottesco e nel comico), stimolano nell’autore interessanti riflessioni.

 

Roberto Brambati


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