Pedagogia del lavoro (Simone Romeo)

Simone Romeo
Pedagogia del lavoro. Precariato, incertezza, educazione informale
Carocci, Roma 2026
Pp.163, €19,00

Il libro di Simone Romeo si inserisce nella tradizione pedagogica italiana (in tempi recenti Tramma, Baldacci e Gelpi) che riflette su come la società educa al lavoro e su come il lavoro stesso sia dimensione educante. Ne emerge un’analisi pedagogica del lavoro nell’epoca in cui la sua organizzazione è orientata dall’algoritmo delle piattaforme, indagando l’impatto tecnologico sulla dimensione umana.
La ricerca sul campo ha permesso di conoscere storie e vissuti dei lavoratori: i rider che hanno visto il passaggio dal cottimo all’inquadramento subordinato, ma anche lavoratori in somministrazione e con partita IVA a monocommittenza, i falsi autonomi. Quel mondo del lavoro legato alla logistica riplasmata dalla globalizzazione, già descritto da una certa sociologia (Bologna, Cillario, Revelli, Gorz, Sennett), viene qui osservato con categorie pedagogiche. Come scrive Tramma nella premessa: “emerge un’educazione diffusa alla precarietà, intesa come condizione stabile, e si evidenzia il gioco tra successo e insuccesso, che spinge gli individui ad attribuire a sé stessi gli esiti della loro condizione, minimizzando i fattori sociali che la determinano“.
L’importanza del libro consiste nel descrivere il lavoro come attività soggettiva, comprendendo quella “impercettibilità del cambiamento negativo” (p. 141). L’analisi è composita, capace di presentare le contraddizioni del reale. Queste nuove forme di lavoro (falsamente) autonomo possiedono il fascino della libertà, forgiando persone che possono decidere come organizzare il proprio tempo. Altre volte, però, la libertà è solo una forte illusione: è un lavoro che coinvolge l’esistenza oltre l’orario, anche attraverso le scelte linguistiche aziendali che fanno del “lavoro di squadra” il valore cardine, volte a celare le didattiche della competizione e della concorrenza e l’erosione dei diritti.
Nel caso dei rider, ogni consegna mal pagata ma accettata, ogni ordine consegnato più velocemente, diventa la nuova norma della piattaforma, imponendo un messaggio educativo: “si può fare anche a queste condizioni” (p. 91), ovvero più velocemente e a minor costo. Si innesta così una corsa al ribasso dove si perde anche la memoria collettiva dei propri diritti.
Il libro è costellato da testimonianze di come il lavoro impatti su sonno, stress, relazioni, stima di sé e sensi di colpa, sulla possibilità di progettare un futuro. Emerge un lavoro falsamente autonomo e fortemente eterodiretto, basato su massicci dispositivi di sorveglianza impiegati dagli algoritmi, “basato sui ranking e rating occulti interni all’app di lavoro, oggetto di molteplici vertenze giuridiche” (p. 101). Le ripercussioni agiscono a livello profondo della personalità, dove i sogni di realizzazione possono “rapidamente trasformarsi in incubi ansiogeni” (p. 129).
Il lavoro nel neoliberismo produce un individuo che fa un “contratto intimo” con se stesso, interiorizzando logiche aziendali fino all’alienazione, educando a non far valere i propri diritti a meno che non siano presenti culture sindacali in grado di proteggere dall’ideologia che cela i meccanismi di oppressione.
L’organizzazione del lavoro post-fordista è descritta, grazie a una solida letteratura, con le qualità liquide contemporanee ma anche in continuità con caratteristiche tayloriste classiche, come la richiesta al lavoratore di essere un “gorilla ammaestrato”, di gramsciana memoria. Il saggio esplora le contraddizioni descrivendo, oltre alle preoccupazioni per il futuro, anche le energie positive che si creano attraverso la partecipazione sindacale, che abbassano l’ansia sociale.
È un saggio che, ascoltandone le voci, non teme di posizionarsi chiaramente dalla parte degli umani che lavorano in condizioni disumane. Ciò che emerge è un’antropologia del lavoro precario, o meglio un’antropologia della precarietà esistenziale. Un libro indispensabile per comprendere la centralità del lavoro oggi, le sue modalità e le angosce che ne derivano. Un saggio ineludibile per comprendere il lato soggettivo dell’impatto materiale del mondo virtuale (IA compresa), troppo spesso descritto ideologicamente come impatto immateriale e benefico.

 

Simone Lanza


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