Non era pazza. Era sola
Di DAFNE GUIDA
Psicopedagogista e Presidente Stripes Coop
Erano le tre di notte. Anna Democrito ha vestito i suoi tre figli con gli abiti della festa, li ha presi in braccio e si è gettata dal balcone. Con loro.
Non lo racconto per l’orrore. Lo racconto per il dettaglio degli abiti. Perché quel gesto, vestirli bene, prepararli con cura prima del buio, dice qualcosa che nessun referto psichiatrico può contenere per intero. Dice di una mente che ha smesso di vedere un futuro, ma che fino all’ultimo ha continuato a fare la madre.
Anna aveva 46 anni, tre figli, un lavoro di cura, una vita parrocchiale. Soffriva, dicono le prime ricostruzioni, di una depressione insorta dopo la nascita dell’ultimo figlio, che aveva quattro mesi. I vicini, a tragedia avvenuta, hanno detto una cosa semplice e devastante: non era pazza. Era sola.
Quella frase merita di essere tenuta ferma, perché contiene una diagnosi più precisa di quelle cliniche.
La depressione post partum non è un’anomalia rara. Secondo i dati del Ministero della Salute, interessa tra il 10 e il 15% delle puerpere in Italia. Fondazione Onda stima che fino al 70-80% delle madri attraversi nei primi giorni del puerperio una forma di fragilità emotiva, e che il 20% di queste evolva verso una depressione maggiore nel primo anno di vita del figlio. Ciò che colpisce, però, è un altro dato: sempre secondo Fondazione Onda, solo in circa la metà dei casi il disturbo viene riconosciuto e riceve una risposta adeguata. La metà. L’altra metà resta invisibile.
Invisibile a chi?
Invisibile a un sistema che ha imparato a rispondere alla sofferenza mentale con strumenti mentali, sportelli di ascolto, numeri da chiamare, percorsi psicologici, e che ha dimenticato, o forse non ha mai saputo, che una madre con un neonato di quattro mesi non abita solo nella sua testa. Abita nel suo corpo esausto. Abita nella stanchezza che si accumula notte dopo notte, nei panni da fare, nella spesa che manca, nel silenzio di una casa in cui nessuno bussa per dire: ci sono, cosa ti serve, ti siedo accanto.
Françoise Dolto conosceva bene questa solitudine. Sapeva che una madre con un neonato tra le braccia può trovarsi sola in modo assoluto, di una solitudine che non dipende dall’assenza fisica di altre persone ma dall’assenza di sguardi che la riconoscano. Era una solitudine silenziosa, difficile da nominare. Ancora oggi, in quella stessa condizione, molte madri accendono la televisione o la radio. Non per guardare o ascoltare davvero. Per sentire voci. Per avere l’illusione che ci sia qualcuno, che la casa non sia solo il bambino e loro, che il mondo non si sia ristretto a quel perimetro di bisogni che dipende interamente da loro. È un gesto minimo e rivelatore insieme. Dice tutto sulla natura di ciò che manca: non informazioni, non diagnosi, non protocolli. Presenza. Corpo accanto a corpo. La risposta di Dolto fu concreta: nel 1979 fondò a Parigi la Maison Verte, uno spazio aperto dove madri e bambini piccoli potevano entrare senza appuntamento, senza diagnosi, senza dover dimostrare di avere un problema. Solo per non essere soli. Era, prima ancora che un progetto clinico, un atto pedagogico. Un modo di dire che la cura si costruisce nel quotidiano, nei gesti ordinari, nella prossimità.
La corresponsabilità pedagogica, e chi mi legge sa che non riesco a farne a meno, questo termine, non riguarda solo i bambini. Riguarda anche chi li genera, chi li tiene in braccio alle tre di notte, chi li nutre mentre si svuota. Una comunità corresponsabile non delega il dolore di una madre a uno specialista. Lo intercetta prima. Lo incontra nelle forme concrete della vita quotidiana.
Il Rapporto ISTISAN 23/16 dell’Istituto Superiore di Sanità ha documentato la difficoltà del Servizio Sanitario Nazionale di offrire percorsi accessibili e standardizzati per le donne a rischio nel periodo perinatale. La ricerca è chiara anche sui fattori protettivi: ciò che fa la differenza non è solo la terapia. È il supporto pratico, la rete familiare e sociale, la presenza di qualcuno che stia vicino non in modo astratto ma in modo incarnato. Qualcuno che porti la spesa. Che resti. Che non chieda come stai ma veda come stai.
Questo è il punto che voglio tenere fermo. Non basta ascoltare una madre. Bisogna alleggerirla. Il peso che schiaccia non è solo psicologico, è fisico, materiale, quotidiano. È fatto di piccole cose apparentemente insignificanti che si accumulano fino a diventare insostenibili. E la cura che funziona è quella che sa stare dentro quelle piccole cose. Che non separa la mente dal corpo perché sa che, in quel momento della vita, mente e corpo sono la stessa cosa.
Anna aveva in mano un rosario quando è stata trovata. Un filo tra le dita. Forse cercava ancora qualcosa a cui tenersi.
Noi siamo quel filo. O dovremmo esserlo.


