Perché il leader di domani si costruisce oggi tra sabbia e fantasia

di LUIGI RUSSO
Docente di Scienze Motorie, abilitato anche all’insegnamento di scienze umane, storia e filosofia.
Avete presente quel bambino che a Marina Piccola passa tre ore a scavare un canale per l’acqua, convinto di poter deviare il Mar Tirreno con una paletta di plastica blu? Ecco, non disturbatelo. Non sta solo pasticciando con la sabbia e non sta “perdendo tempo” mentre i figli dei vostri amici stanno già imparando il cinese mandarino a quattro anni. Quel bambino sta facendo un master in gestione delle crisi, ingegneria idraulica e, soprattutto, sta costruendo le fondamenta del leader che sarà tra trent’anni. Esiste un filo invisibile, ma d’acciaio, che collega quel castello di sabbia destinato a essere travolto dalle onde e un dirigente che deve guidare una multinazionale attraverso una tempesta finanziaria, o un genitore che deve sopravvivere a una cena con tre adolescenti in crisi ormonale. Il segreto è tutto lì: chi non ha giocato da piccolo, da grande è un problema. Per tutti. Per decenni ci hanno venduto la favola della performance: il bambino deve essere produttivo, deve studiare, deve “diventare qualcuno”. Il gioco? Un optional, un premietto se fai i compiti. Ma la scienza, quella vera che non guarda in faccia a nessuno, dice l’esatto contrario: se togli il gioco a un bambino, gli stai togliendo il libretto di istruzioni per l’umanità. Chi non ha giocato a sufficienza rischia di diventare un adulto emotivamente analfabeta, uno di quei capi che urlano perché non sanno ascoltare, o un genitore che si sente un fallito se il figlio prende un brutto voto. Partiamo dalla pedagogia, ma quella seria. Jean Piaget, che non era esattamente l’ultimo arrivato, ci ha spiegato che il “gioco simbolico” – quello dove una scatola di scarpe diventa un’astronave e un rametto di pino una spada laser – è il momento in cui il cervello fa il salto di qualità. Quando un bambino fa finta di essere il capo, non sta solo scimmiottando il papà o la mamma. Sta facendo esperimenti di laboratorio sulla negoziazione. Deve convincere gli altri bambini che la scatola è davvero un’astronave, deve gestire il compagno che vuole fare il pilota al posto suo e deve capire come far funzionare la missione se “l’alieno” decide di andare a fare merenda. Un adulto che non ha mai giocato a “fare finta di” farà una fatica immane a capire la delega. Sarà quel manager ossessivo che vuole controllare ogni virgola perché non ha mai imparato che il gioco, per funzionare, ha bisogno che tutti credano alla stessa storia. Senza questa palestra, l’autorità diventa solo un guscio vuoto, una maschera di ferro che nasconde un’insicurezza cronica. Passiamo alla psicologia, chiamando in causa Donald Winnicott. Lui parlava di “spazio transizionale”, un posto magico che sta a metà tra quello che abbiamo in testa e la realtà cruda. Il gioco è l’unico momento in cui l’essere umano è davvero creativo. L’adulto che ha giocato è quello che ha “l’empatia pronta all’uso”. Sa leggere le facce dei suoi collaboratori, capisce quando il partner è a pezzi senza bisogno di un diagramma di flusso, perché da piccolo ha abitato mille mondi. Ha fatto il pirata, il dottore, l’esploratore e il cattivo. Ha vissuto altre vite per finta, e questo gli permette di capire le vite degli altri per davvero. Chi invece è passato direttamente dal girello al tablet e dal tablet al curriculum vitae, spesso sviluppa quello che Winnicott chiamava il “Falso Sé”. È gente che funziona come un orologio svizzero, perfetta, puntuale, ma senza un briciolo di anima. In ufficio sono robot che applicano procedure; in famiglia sono giudici che applicano sentenze. Non hanno flessibilità perché non hanno mai giocato con l’imprevisto. E poi c’è il corpo, perché non siamo solo teste che galleggiano nell’aria. Dal punto di vista medico, il gioco è la miglior medicina che possiate somministrare. Quando un bambino corre come un pazzo, si arrampica su un albero (rischiando di sbucciarsi un ginocchio, ed è bene che accada!) o cade cercando di acchiappare una palla, il suo cervello sta producendo una sostanza che si chiama BDNF. Pensatelo come un fertilizzante potentissimo per i neuroni. Il gioco libero, quello senza l’arbitro o il genitore che urla istruzioni da bordo campo, allena la corteccia prefrontale. È lì che abitano le funzioni esecutive: la capacità di non prendere a testate il collega che ti ha rubato l’idea, la memoria per gestire progetti complessi e la flessibilità per cambiare rotta quando il mercato (o la vita) ti tira uno schiaffo. La medicina motoria ci dice che chi ha giocato fisicamente ha una propriocezione migliore. Tradotto: sa stare al mondo. Un leader che ha consapevolezza del proprio corpo trasmette calma. Avete presente quei capi che entrano in una stanza e, senza dire una parola, calmano tutti? Ecco, probabilmente da piccoli sono caduti un sacco di volte dalle altalene. Chi invece è stato un bambino “nella ovatta”, sedentario e iper-protetto, spesso diventa un adulto che somatizza ogni stress, un leader teso che trasmette ansia a tutti i livelli della gerarchia. Il punto cruciale è l’empatia. Il gioco di squadra insegnerebbe la democrazia molto meglio di qualsiasi ora di educazione civica. In un cortile impari che se fai lo s*****o, gli altri non giocano più con te. Punto. È una lezione brutale ma necessaria. Un capo che non ha giocato non sa perdere. E se non sai perdere, non hai il coraggio di rischiare nulla. Vivrai nel terrore del fallimento, e quel terrore lo trasmetterai ai tuoi figli o ai tuoi dipendenti. Invece, la vita – sia essa aziendale o familiare – assomiglia terribilmente a una partita di nascondino: a volte ti trovano subito, a volte resti al buio per ore, ma l’importante è che alla fine ci sia qualcuno che urla “tana per tutti”. Capri, con le sue salite che ti mozzano il fiato e le sue piazzette che sembrano fatte apposta per inventarsi storie, ci ricorda che l’essere umano è un animale sociale e ludico. Se vogliamo adulti che non siano solo macchine da profitto, ma leader capaci di ispirare, dobbiamo smetterla di guardare l’orologio quando i nostri figli giocano. Dobbiamo lasciarli annoiare, perché è dalla noia che nasce l’invenzione. Un domani, quando quel bambino sarà a capo di una famiglia o di un’impresa, non si ricorderà delle schede didattiche fatte a tre anni, ma si ricorderà di come ha costruito quel canale a Marina Piccola. Si ricorderà che, con un po’ di fantasia e molta flessibilità, anche un mare intero può essere deviato. L’uomo è pienamente tale solo quando gioca, diceva Schiller. E se volete un consiglio, diffidate di chi non sorride mai ricordando un gioco d’infanzia: probabilmente non è la persona giusta a cui affidare le chiavi della vostra azienda o, peggio ancora, del vostro cuore. Giocare è una cosa maledettamente seria, ed è ora che noi adulti iniziamo a ricordarcelo, prima di trasformare il mondo in un ufficio grigio senza finestre. La salute mentale, la capacità di guidare e la felicità stessa passano per quella paletta blu abbandonata sulla riva. Non è tempo perso, è il tempo meglio investito della vita.

